DANTE E L’ARMONIA DEL PARADISO: “LE COSE TUTTE QUANTE HANNO ORDINE TRA LORO”

dante-la-meraviglia-del-paradiso18-incontri-per-ascoltare-i-canti_42e477f8-d336-11e4-b937-65bbf29195e9_900_566PAOLO CASCAVILLA

Dante e Beatrice sono sulla vetta della montagna del Purgatorio. Beatrice guarda a lungo il sole, Dante fa altrettanto, riesce a sopportare la luce divenuta più intensa, e vede faville e bagliori, come se si fosse aggiunto giorno a giorno. Beatrice è rivolta alle sfere celesti, Dante la guarda negli occhi e avverte di andare oltre i confini dell’umano. E’ sorpreso, commosso. La verità, dice Beatrice, è che tu non stai più sulla terra, stai tornando al cielo, che è la vera sede della tua anima. Le “sorrise parolette brevi” rassicurano Dante, che viene “inretito” da un nuovo dubbio: come possa il suo corpo pesante sollevarsi sopra le sfere celesti dell’aria e del fuoco. Beatrice parte da lontano. Le cose tutte quante hanno ordine tra loro, e questo è forma che l’universo a Dio fa somigliante”. Un sistema armonico, regolato da Dio. Tutte le cose create si muovono a diversi porti per il gran mare dell’essere; ciascuna con istinto a lei dato che la porti”. Gli alberi, i fiori, le acque, gli animali che popolano la terra e il mare, l’aria. Una inclinazione è assegnata a ogni cosa creata, nel mondo vasto, vario, multiforme, complesso. Un impulso che spinge non solo le creature prive d’intelligenza, ma anche quelle c’hanno intelletto e amore. Il Paradiso è il posto naturale per Dante, che, purificato per il lungo viaggio, verso quel luogo si muove alla velocità della folgore. E’ vero che a volte la forma non si accorda alle intenzioni dell’artista perché la materia è sorda, e così da questo corso naturale si allontana la creatura che ha il potere di piegarsi altrove. Per cui, conclude, non c’è nulla da meravigliarsi. Anzi meraviglia sarebbe se Dante, privo di impedimento, fosse rimasto a terra. L’interrogativo principale è quel “non accordarsi” all’intenzione dell’artista. E’ il male: la sua origine, pervasività, fascino persino. Dante torna ripetutamente sul libero arbitrio, già affrontato nel Purgatorio, dove discute con Marco Lombardo, che afferma: Voi che vivete pensate che tutto dipenda dal cielo. Se così fosse in voi sarebbe distrutto il libero arbitrio e non sarebbe giusto premiare il buono e punire il cattivo. L’uomo sulla terra è posto di fronte alle scelte del bene e del male e deve essere guidato da pastori premurosi, i quali oggi, purtroppo, sono corrotti e inetti. Per cui, la mala condotta è la cagione che il mondo ha fatto reo, e non natura che in voi sia corrotta”.

Il Paradiso (Empireo) ha forma di un anfiteatro, lì si trovano i beati, immersi nella contemplazione di Dio. Dante ci narra il passaggio suo e di Beatrice per i nove cieli inferiori, in ciascuno dei quali incontra schiere di anime che hanno provvisoriamente lasciato l’Empireo per muovere loro incontro. I beati sono raggruppati in varie categorie come le anime del Purgatorio e dell’Inferno, e il grado di beatitudine è tanto maggiore quanto più alto è il cielo in cui essi appaiono. Le prime anime incontrate sono quelle che non hanno portato a termine i voti, ma esse non desiderano un posto più vicino a Dio, perché la felicità è essere in comunione con il Creatore. Una felicità senza desideri! Se ci fosse il desiderio, la beatitudine sarebbe imperfetta, anzi non esisterebbe. Diventa chiaro allora al poeta come ogni dove in cielo è Paradiso, sebbene la grazia del sommo Bene d’un modo non vi piove”. Figure fragili queste anime. Non hanno saputo opporsi alla violenza fino al martirio, per mancanza di forza ed energia, non però di amore; hanno resistito nel loro cuore alla violenza fino a perdonare coloro che le offesero. E di amore parliamo nel cielo di Venere. Qui troviamo due donne dai molti amori: Cunizza da Romano e Raab, la meretrice di Gerico. Le loro colpe sono state cancellate nel Purgatorio. Però la loro disposizione ad amare è cosa di cui farsene merito, perché essa, voltasi poi alle cose divine, le ha portate alla salvezza.

Nel cielo del Sole, una ghirlanda di anime circonda Dante, danzano e cantano. Sono gli spiriti sapienti. S. Tommaso d’Aquino, domenicano, tesse l’elogio di S. Francesco e pronuncia parole aspre sul declino del proprio ordine. Segue una seconda corona e un francescano, S. Bonaventura, elogia S. Domenico e rimprovera la decadenza dei francescani. Una rappresentazione “teatrale” dei conflitti dei due ordini mendicanti, fondati un secolo prima della scrittura della Divina Commedia, e ora privi di slancio e profezia. Una grande croce luminosa accoglie Dante e Beatrice nel Cielo di Marte. E’ formata dagli spiriti militanti per la fede. Sono i canti centrali del Poema in cui il suo trisavolo, Cacciaguida, parla dell’esilio, della testimonianza, del valore della poesia. Elogia la cortesia di Bartolomeo della Scala, il gran lombardo, che in te avrà sì benigno riguardo, che del fare e del chiedere, tra voi due sarà primo quel che tra gli altri è il più tardo”. Un concetto apparso nel Convivio e che torna più volte. Anche nella preghiera a Maria, S. Bernardo esalta la benignità della Vergine perché non solo soccorre, ma liberamente al dimandar precorre. Per Dante, chi vede i bisogni del prossimo e per intervenire aspetta la richiesta, rende nullo e inutile il suo beneficio. Ma Dante da Cacciaguida vuole sapere altro: deve tornare nel mondo, è esule e ha bisogno di protezione. Ha visto, nel suo viaggio, persone importanti punite e svergognate, e non sa che cosa fare. Deve raccontare ciò che ha visto? Se lo fa teme di non trovare sostegno nel suo incerto peregrinare. Ma se non lo fa, teme di perdere la fama cui aspira. Cacciaguida va diritto al segno. Non parla di fama e onori. Solo di verità. E del bene che all’umanità può derivare dal dire la verità. Per cui “rimossa ogni menzogna tutta tua visione fa manifesta”. Una testimonianza che sarà inizialmente fastidiosa, ma poi lascerà nutrimenti vitali. Questo tuo grido farà come il vento che le cime più alte più percuote”. Dante non può essere timido amico del vero e non può venir meno al suo dovere di raccontare ciò che ha visto. Dire la verità può contribuire a far rivivere (e desiderare) l’armonia del vivere rovinata dalla cupidigia, dall’ingiustizia, dal tradimento di coloro che hanno il potere. Le parole di Cacciaguida lo turbano e lo esaltano, gli danno il senso della sua esistenza, delle sofferenze, delle fatiche. Con questi pensieri sale al cielo successivo, dove le anime formano grandi lettere nel cielo: prima la D, poi la I, la L… La mano divina traccia nell’immensità dei cieli una scritta: DILIGITE IUSTITIAM QUI IUDICATIS TERRAM – Amate la giustizia voi che giudicate la terra. Una frase che esprime il massimo bisogno degli uomini, la giustizia. E quindi la necessità di governanti che, amandola, possano amministrarla. Le anime si fermano sulla M, nel suo tratto gotico, con le linee laterali gonfie, come ali. Arrivano altre anime sulla testa e si forma una grande Aquila. M come Monarchia. La massima aspirazione degli uomini. Una guida universale per attuare la giustizia nel mondo. Dante pone all’Aquila una domanda: è giusto che uno spirito grande, irreprensibile, eroico addirittura per virtù, debba essere dannato perché ha vissuto prima di Cristo? Muore non battezzato e senza fede: ov’è questa giustizia che il condanna? ov’è la colpa sua, s’ei non crede?Un dubbio che lo accompagna da tempo. L’Aquila condanna la presunzione umana e invita a rifugiarsi nella Rivelazione divina. Una risposta “deludente” e poi la sorpresa: tra gli spiriti che formano il suo occhio l’Aquila indica, due pagani: l’imperatore Traiano e Rifeo, un troiano indicato da Virgilio quale uomo giusto.

È un grande e straordinario spettacolo, il Paradiso, pieno di immagini e figurazioni spiazzanti e inaspettate. E’ il mondo dell’armonia, di spiriti puri, che non dimenticano mai la terra e la violenza e il disordine che la dominano. Nel cielo successivo, gli spiriti scendono e salgono lungo una scala che si perde verso l’alto, Beatrice non risplende e non sorride, i canti tacciono. Dante non potrebbe sostenerli. Sono le anime contemplative, ed è S. Pier Damiani ad esprimere una condanna sprezzante della ricchezza smodata di cardinali indegni. A queste parole i beati si infiammano e lanciano un grido plateale e sovrumano. Una manifestazione di sdegno incontenibile. Dante si stupisce, e Beatrice:Non sai che il cielo è tutto santo, e ciò che si fa vien da buon zelo?”.

Salgono nel cielo delle stelle fisse, e da lì Dante vede la terra, sorride del “suo vil sembiante”, una piccola aia, “che ci fa tanto feroci”, un luogo minuscolo, una estensione infinitesimale in confronto alla vastità del creato. Il cielo si illumina sempre più e Beatrice annuncia il trionfo di Cristo. Dante vede migliaia di luci e sopra “un sole che tutte quante le accendea”. Attraverso questa luce traspare una sostanza ancor più luminosa, non sostenibile, è la persona di Cristo in quanto uomo, che si alza nell’Empireo e la sua luce continua a piovere sulle anime. La maggiore di esse è Maria, che prima di seguire il figlio, è avvolta da una corona luminosa. Ma la terra è sempre presente: S. Pietro, che esamina Dante intorno alla fede, esprime parole durissime contro i suoi discendenti degeneri, che hanno fatto della sua tomba una “cloaca del sangue e della puzza”, e al poeta affida il compito di testimone. E tu, figliuol, che… ancor giù tornerai, apri la bocca, e non nasconder, quel ch’io non nascondo!”. Mentre le anime tutte salgono verso l’alto, Beatrice aggiunge che la cupidigia e l’attaccamento ai beni materiali abitano stabilmente la terra, dove solo i bambini sono innocenti.

Nell’Empireo Dante ha la visione di un punto luminosissimo, senza materia e corpo, da cui tutto ha origine. E’ Dio. La luce non acceca ma potenzia, diviene più intensa man mano che l’anima e la vista di Dante si elevano. È una luce intellettuale piena d’amore; amor di vero ben, pien di letizia; letizia che trascende ogni dolzore”.

L’Empireo: un immenso teatro, innumerevoli soglie, gradinate, una rosa celeste. Ma la storia non è dimenticata. Tra gli scranni vuoti c’è quello dell’imperatore Arrigo VII, è questa l’occasione per condannare coloro che hanno ostacolato il suo nobile tentativo per ripristinare la giustizia. Tra di essi papa Clemente V, che, annuncia Beatrice, precipiterà presto nel buco dei simoniaci nell’Inferno. Immagini cupe e parole dure. Le ultime. Ci saremmo aspettati un commiato più dolce, ma la rabbia, l’odio sono dettate dall’amore per il Bene. Beatrice scompare. Al suo fianco un vecchio, S. Bernardo. Nel paradiso terrestre alla scomparsa di Virgilio Dante piange. Non qui. Beatrice è tornata al suo posto, Dante la vede e sa che qui la ritroverà. Dopo la ragione, la teologia ora l’ultimo slancio è proprio della fede.

Bernardo, dopo una preghiera appassionata alla Vergine, spinge Dante a fissare lo sguardo in alto, lungo il raggio della luce divina, che è la sola a essere vera in sé. Dante vede, intuisce. In Dio, in quel punto luminoso si collegano tutti gli innumerevoli elementi del creato. L’amore divino lega “in un volume ciò che per l’universo si quaderna”. Tutto in un punto. Non finisce qui. Il poeta intuisce un altro mistero. Quello più difficile, inafferrabile. La trinità. La visione di tre giri di tre colori: due cerchi luminosi, il Padre e il Figlio, l’uno il riflesso dell’altro, e tra i due un terzo cerchio di fuoco, lo Spirito Santo, che arde tra essi. Un momento folgorante colpisce Dante e “all’alta fantasia” mancano le forze, e “il desio e il velle” (desiderio e volontà) si annullano nell’armonia del creato, nella contemplazione di quell’amore che muove il cielo e l’altre stelle. Come Dante, tutti gli esseri umani “sentono e avvertono” l’infinito, ma non hanno le ali per raggiungere la piena comprensione. Da lui, però, un invito a non fermarsi alla soglia delle cose, ma ad attrezzarsi per seguirlo e scoprire ciò che nemmeno si era immaginato.

L’universo si presenta all’atto della creazione perfetto e armonico. L’inizio della caduta “fu il maledetto insuperbir” di Lucifero. E Adamo chiarisce che non fu il gusto del frutto proibito la cagion di tanto esilio, ma solamente il trapassar del segno.  E’ la superbia, il peccato degli uomini: creati per conoscere e progredire, ma non abbastanza umili da riconoscere il limite. Antidoto? L’amore, l’umiltà, quella alta e misericordiosa della Vergine, la “modestia” degli angeli che ostacolano Lucifero, riconoscendo la loro origine dalla bontà di Dio. E infine l’impegno di chi sa a dire la verità.

ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA

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