METAMORFOSI DELLE GERARCHIE ECOLOGICHE, OVVERO IL PIANETA DOVE GLI ANIMALI POTENZIATI HANNO RIDOTTO L’UOMO IN SCHIAVITÙ

pianeta delle scimmieMATTIA POZZEBON

Nonostante la sua natura, al momento, germinale, la ricerca sul potenziamento animale non può essere più esclusa dalle maggiori questioni etico-filosofiche, anche perché ci sono segni che potrebbero indicare un passaggio dallo spazio della narrazione fantascientifica a quello della realtà che diviene oggetto di indagine.

Nello specifico, la tipologia di potenziamento che si intende prendere in considerazione in queste righe concerne le facoltà intellettivo-cognitive degli individui animali. Due recenti ricerche, condotte rispettivamente nel 2019 e nel 2020, hanno ottenuto notevoli risultati in merito, mostrando come l’immissione di copie di geni di origine umana (MCPH1 e ARHGAP11B) in esemplari di primati a livello embrionale, abbiano causato dei mutamenti nella morfologia della neocorteccia, sede delle funzioni superiori, un ritardo nel periodo di maturazione neurale oltre che, infine, un tenue miglioramento nelle capacità mnemoniche.

Se la realtà dell’evento si interrompe già a questo livello, nulla impedisce al lettore di immaginare un prosieguo di quest’opera di enhancement, così da configurare esemplari di animali potenziati, che siano portatori di un intelletto prossimale per capacità a quello dell’essere umano. Ancora una volta la ricerca filosofica deve farsi narrazione mitica. Ebbene, la questione che preme affrontare in queste pagine riguarda la relazione di convivenza del nuovo animale con la specie umana. Ogni specie persiste all’interno di peculiari nicchie ecologiche. Tale concetto è impiegato per indicare tanto lo spazio di esistenza di un particolare gruppo vivente, ossia il suo habitat, regolato da una serie di fattori ambientali quali la particolare temperatura, la disponibilità di risorse alimentari e la presenza/assenza di predatori che ne consentano il prosperare, quanto anche il ruolo funzionale rivestito da una comunità nell’ecosistema. In termini generali, pertanto, ogni gruppo animale, seppur nello specifico siano ovvie le disparità emergenti dalle funzioni di preda e predatore, risiede in una condizione di equilibrio ecologico con tutte le altre specie, in quanto mantiene la propria nicchia all’interno del contesto “natura”.

Il medesimo discorso non vale invece per l’essere umano. Arnold Gehlen in L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo distingue tra ambiente naturale e spazio culturale. L’homo sapiens, per le sue specifiche caratteristiche, è inadatto a una esistenza condotta nel suddetto contesto “natura”. Secondo Gehlen, infatti, questi è un “essere carente”, incapace, a causa dei suoi peculiari attributi, di modellare una propria nicchia ecologica sub-natura. L’essere umano, perciò, secondo Gehlen, si trova costretto ad abbandonare quella condizione di equilibrio ecologico mantenuta dalle altre specie animali, all’interno del quale finirebbe per essere schiacciato, modellando di conseguenza un nuovo spazio vitale artificial-culturale. Questo si colloca al di là e al di sopra del dato naturale, ponendosi come luogo nel quale è stata ridotta al minimo la possibile influenza di quei fattori ambientali che regolano, in natura, le relazioni ecologiche. È per questo motivo che Gehlen definisce gli esseri umani come “soggetti agenti”, a differenza degli animali che si limitano invece unicamente a reagire agli stimoli naturali. Per quanto concetti quali “naturale” e “artificiale” appaiano controversi e di non facile definizione, possiamo in questo caso accettarne l’impiego, allo scopo di spiegare come l’essere umano, mediante l’artificio, sia divenuta l’unica specie in grado di non sottomettersi a vincoli naturali e ambientali, e di diffondersi in ogni modello di ecosistema esistente.

Ritorniamo allora ai nostri animali potenziati. Per non avventurarci in estreme costruzioni della mente, limitiamoci a concepire un potenziamento delle sole grandi scimmie, più semplice anche da un punto di vista scientifico poiché lo scimpanzè, con il percentile più basso in natura, diverge da noi, sotto un profilo genomico, solamente dell’1.2%. Accettiamo dunque l’eventualità che in un futuro non lontano sia possibile l’esistenza di primati portatori di facoltà cognitive simili a quelle degli esseri umani. Nonostante le trasformazioni, tali animali continuerebbero a condurre le proprie esistenze nella medesima nicchia ecologica della specie d’origine o, invece, sentirebbero il richiamo del mondo dei sapiens? E in questo secondo caso, tale richiamo troverebbe la sua ragione in reali nuovi bisogni di specie, impossibili da soddisfare all’interno di un contesto natural-selvaggio, iniziando quella gehleniana azione edificatrice, o semplicemente, l’uscita dalla natura sarebbe l’esito di un riflesso comportamentale volto ad imitare la condotta umana? Se Il pianeta delle scimmie di Pierre Boulle contemplava la possibilità di una società scimmiesca totalmente speculare a quella umana nelle abitudini e nei comportamenti, le nuove produzioni cinematografiche suppongono una comunità di primati ancora legata al contesto naturale, seppur con variazioni, ad esempio, nella presenza di dimore sullo stile di quelle umane.

La progettualità insita nel programma di potenziamento cognitivo si focalizza unicamente sull’aumento delle abilità intellettive, trascurando il problema delle ripercussioni morfo-anatomiche derivanti dall’ottenimento di un apparato cerebrale mutato nelle dimensioni. In merito a ciò, è d’interesse un commento del primatologo Frans de Waal ai film relativi alla saga del Pianeta delle scimmie. Vi sarebbe infatti un errore nella rappresentazione cinematografica di questi animali, specialmente nella riproduzione della loro struttura encefalica. Animali dotati di un cranio tre volte inferiore a quello dei sapiens non potrebbero in alcun modo divenire latori delle medesime abilità intellettive di questi ultimi. Tali trasformazioni a livello fisico potrebbero perciò introdurre nell’animale delle carenze a cui era in precedenza estraneo, rendendolo impossibilitato a sopravvivere in un contesto feroce quale quello naturale, creando i presupposti per un’umanizzazione del proprio sostrato ecologico, favorendo cioè l’ingresso nella nicchia culturale. L’idea è comunque, per chi scrive, che, indipendentemente dalle necessità strutturali dell’animale, sia di ardua immaginazione un’eventualità in cui queste scimmie potenziate rifiutino con indifferenza le novità che la nicchia umana presenta. Non si tratta qui di proporre un’apologia della società umana, quale culla di un’esistenza superiore per qualità a quella delle altre specie animali. Si tratta semplicemente di affermare come l’incontro con un mondo totalmente nuovo, e pienamente esperibile grazie alle nuove capacità cognitive di cui sono ora in possesso, abbia un effetto catalizzatore, favorendo la scelta del nuovo habitat. Una decisione stimolata fondamentalmente dalla curiosità e alimentata dal fatto che le potenzialità offerte dall’enhancement consentono un approccio empirico e diretto con la dimensione estranea, uscendo da quello stato di curiosità diffidente basato sull’ignoranza.

 In questo modo abbiamo ottenuto la coesistenza di esseri umani e animali potenziati. È a questo livello che trova radice il problema che ci interessa. Una discussione sugli effetti della convivenza di umani e non-umani può essere declinata facendo perno su questioni di carattere psicologico, etico e giuridico; in questo caso particolare si è scelto di vertere sul problema ambientale. Una condivisione della nicchia comporterebbe il realizzarsi di un’utilizzazione differenziale delle risorse (modificazione nell’uso delle risorse e distribuzione delle risorse disponibili). Una delle maggiori sfide con cui l’essere umano contemporaneo deve confrontarsi riguarda propriamente la sua condotta in termini di consumo delle risorse messe a disposizione del pianeta e il costante sovrasfruttamento di queste. Considerando l’evidente difficoltà, che rasenta l’impossibilità, per l’essere umano di limitare e correggere il proprio stile di vita, quanto potrà essere radicale l’impatto, in termini ambientali, dell’assunzione anche da parte di altri organismi animali dei medesimi modelli comportamentali? E quando, infine, terminato il tempo della procrastinazione, la realtà presenterà il conto, rendendo imperativo il controllo e l’uso parcellare di quanto ancora disponibile in termini di risorse, come potranno reagire specie di animali di fronte a obblighi imposti da una specie distruttrice, la quale esige persino la prerogativa di legiferare sul consumo delle briciole?

L’ipotetico esito di questo nuovo scenario sarebbe l’attuarsi dell’eventualità di una competizione di tipo interspecifico, ossia una lotta tra le componenti che occupano la nicchia, destinata all’esclusione della sconfitta (principio di esclusione di Gause). Tuttavia, diventa chiaro come, laddove non esista una precisa nicchia umana da cui essere esclusi, ma questa sia il mondo intero, la specie sconfitta finirebbe per andare incontro alla sottomissione e alla conseguente estinzione. Pertanto, giunti a questo punto, che aspettative potrebbe avere l’essere umano di uscire vittorioso da uno scontro contro individui in grado di dominare entrambi i piani dell’universo gehleniano, tanto la natura, poiché capaci di resistervi adattandovisi, quanto la cultura, grazie alle nuove facoltà cognitive? E se quanto detto in precedenza circa le ipotetiche trasformazioni fisiche a cui sarebbero soggetti gli animali si concretizzasse, conducendo all’insorgenza di carenze, come influirebbe questo nelle dinamiche dello scontro? Riflettere perciò sul potenziamento animale non può esulare dal ragionare sul destino stesso dell’uomo nel mondo, sulla possibilità che esperimenti rivolti a un potenziale miglioramento della vita animale (questo secondo l’opinione dei sostenitori dell’animal enhancement, come George Dvorsky), finiscano per dare vita a un problema per la sopravvivenza stessa della nostra specie.

Un progetto di potenziamento animale non può esistere se non accompagnato da un articolato lavoro di analisi etica che tenga conto, nel suo evolversi, anche di ogni possibile futuro. Si tratta, dunque, di riflettere sul presagire. Un tentativo di soluzione al problema qui sollevato potrebbe essere il realizzarsi di una situazione di equivalenza ecologica, in cui le parti, definite da nicchie simili, finiscono per abitare differenti regioni del pianeta. Pur condividendo la medesima nicchia, non entrerebbero in contatto tra loro, potendo usufruire di un bagaglio di risorse limitato alla specifica regione e non più esteso al mondo intero. D’altra parte, una simile risultante implicherebbe un ovvio sacrificio sia da parte umana che, successivamente, da parte animale. Una scelta di comodo sarebbe chiaramente interrompere qualsiasi progetto di enhancement: se tuttavia Dvorsky avesse ragione, e il potenziamento cognitivo fosse eticamente necessario per salvare l’animale dalla miseria a cui la natura l’ha condannato, come dovremmo comportarci? Scendere a patti con il nostro egoismo e compiere la scelta giusta? Avallare il potenziamento e andare incontro alla guerra?

«La mia attenzione era ancora tutta rivolta al gorilla. Avevo seguito l’alterarsi dei lineamenti del suo ceffo non appena era stato messo all’erta dal rumore, e vi avevo notato diverse sfumature sorprendenti: anzitutto la crudeltà del cacciatore che apposta la preda e il piacere febbrile che questo esercizio gli procura; ma specialmente il carattere umano della sua espressione. […] Assistevo a una battuta – ne facevo parte, ahimè, io stesso! – ad un’allucinante battuta nella quale i cacciatori, posti a intervalli regolari, erano scimmie, e la selvaggina incalzata era costituita da uomini» (Pierre Boulle, Il pianeta delle scimmie).

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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