LA MACCHINA AMMAZZASCEMI

258373205_2154851808001227_2753384084991965091_nPEE GEE DANIEL

“Basta! Basta! Basta!”. Anche quel giorno il Prof. King Fu fece ritorno al suo laboratorio sbraitando contro il mondo esterno e, segnatamente, contro chi lo abitava (ancor più partitamente verso i propri consimili) e trincerandocisi convinto, come ogni volta, a non più uscirne, isolato là dentro almeno sino a quando il suo annoso progetto non fosse stato portato a conclusione. Allora, finalmente, ci sarebbe stata la tanto agognata svolta. Del resto, dai calcoli che aveva compiuto, non sarebbe dovuto mancare poi molto. Mancava giusto quel quid, quel dannato quid… Ma era lì lì per carpirlo, se lo sentiva nelle decalcificate ossa.

Ciò che proprio gli rimaneva indigesto nel suo commercio con l’umano consorzio era la stupidità che sembrava dominare quest’ultimo. Beoti in soprannumero che riempivano strade e case, all’interno di una società che pareva essere stata costituita su misura per tutti loro.

Sguardi babbei che trapungono il globo terracqueo quante sono le stelle infisse nel firmamento. Bocche dischiuse, semisbavanti nell’intento di afferrare anche il concetto di più agevole comprensione, azioni illogiche dettate da tragici deficit cognitivi. Questo era il desolante panorama che si presentava ai suoi occhi a fessura ogni qual volta li posasse sulla dannata schiatta dei suoi conspecifici.

Non essendo capaci di adattarsi loro, per natura, allo stato delle cose, ché se ancora avessero brancolato per le selve come i loro certo più arguti progenitori, sarebbero durati meno di un pomeriggio, male equipaggiati com’erano a rispondere con riflessi pronti e intuizioni rapide anche al menomo busillis che la vita potesse parargli dinanzi, figurarsi all’assalto furtivo di una tigre con i denti a sciabola, qualcun altro aveva pensato ad adattare la struttura sociale a loro, a misura di cretino, abbassando i parametri, scorciandoli, così da farceli entrare dentro comodi comodi, tali e quali a un bacherozzo in una scatola da entomologo. Del resto, se Maometto non va alla montagna sarà quella a raggiungerlo, dice il proverbio.

Era il sovrappopolamento ad aver ingenerato quell’imbecillità dilagante, si convinceva King Fu. Occorreva un tempestivo repulisti su larga scala, non faceva che ripetersi in testa sua.

Era uscito di casa di buon mattino per registrare alcuni brevetti presso gli uffici preposti. Prima cosa, giunto nei dintorni, si era rivolto al primo passante che aveva incontrato: “Scusi, dovrei andare all’ufficio brevetti in via Vogon al civico 224…”.

Al che l’altro gli aveva candidamente replicato: “Vada un po’ dove le pare. Non sarò certo io a impedirglielo…” per poi andarsene facendo spallucce.

King Fu aveva sbuffato appena qualche generica rampogna rivolta all’idiozia umana per poi avventurarsi in quel labirinto di strade sconosciute.    

Approdato faticosamente alla propria meta, vi aveva trovato il covo di burocrati che già si aspettava, espressione della più esasperante lentezza mentale organizzata e strutturata. Corridoi brulicanti di passacarte dall’incedere incerto e strascicato, uffici abitati da mezzemaniche con sguardi vacui e dita lente appese alle tastiere di computer logori e impolverati. L’intero ente sembrava essere stato concepito per far spazientire chiunque fosse dotato di un minimo di buon senso e disposizione pratica e, al contempo, per dare ricetto e sostentamento a una legione di tontoloni che, fuori da lì, avrebbero faticato anche solo a capire come si facesse a stendere la mano e alzare il pocolino di che vivere e che invece, rintanati in quel loro regno, si sentivano legittimati a fare flanella e ingarbugliare anche l’iter documentale più semplice con quelle loro zucche vuote. Morale, King Fu era uscito da quella quintessenza dell’inettitudine umana sempre più convinto a portare a termine quella soluzione finale che già da un bel pezzo meditava tra i meandri delle sue palpitanti cervella: la Macchina Ammazzascemi.

Ah, un mondo affollato unicamente da teste pensanti! Il paradiso terrestre della logica e del raziocinio.

Ovvio, per sapere quali soggetti eliminare si doveva prima di tutto giungere alla definizione certa di “stupidità”. Posto che questa rappresentasse la completa assenza di intelligenza, c’era perciò da capire in cosa consistesse quest’ultima.

L’intelligenza è la facoltà di comprendere fatti, cose, persone. La velocità nel compiere una tale attività è direttamente proporzionale al grado intellettivo proprio di quel determinato soggetto. Qualunque mammalucco, anche il più stolido, sarà capace di afferrare un dato concetto, qualora gli si dia sufficiente tempo per masticarselo tra gli stenti meccanismi del suo comprendonio: magari mesi o anni. La vera intelligenza al contrario è fulminea: arriva a capire ancor prima per intuizione che per forma discorsiva.

Postulate le basi teoriche, serviva poi il riscontro organico per mettere in atto quanto sino ad allora non aveva potuto che almanaccare confusamente tra i suoi sogni più appaganti.

Tirò avanti per parecchio. Ci vollero calcoli complessi, tempi dilatati, assemblaggi meccanici, studi antropometrici e neurali applicati, triangolazioni balistiche affinché si addivenisse a un prototipo perlomeno soddisfacente. Tuttavia mancava un minuscolo rilievo, quel maledettissimo quid che avrebbe fatto la differenza tra immaginazione e azione.

In altre parole, che cosa distingueva materialmente il pensatore superiore dal cretinetti?

In quei giorni, frustrato sempre peggio dalla forzata convivenza con quell’onnipresente marmaglia di scemoidi, aveva voluto accelerare i tempi: alla bisogna, si era anche visto costretto a rapire due campioni delle opposte tipologie umane, un cervellone che aveva riscosso una discreta notorietà jackpottando una serie di telequiz trasmessi all’ora di cena contro un mangiasapone mezzo ritardato  raccolto in qualche crostoso angolo della suburra a raccattare robaccola malconcia dai bidoni dell’immondizia. Li segregò nel seminterrato del laboratorio, con una piovra di elettrodi attaccata ai crani. Li sottopose a test psicoattitudinali standard. Fu così che, attraverso il monitoraggio tomografico, scoprì quell’inezia che distingueva l’intelligentone dal beota – una sorta di scintilla sinaptica quasi impercettibile, che immancabilmente si ripresentava nel preciso istante in cui l’input fosse elaborato con successo – localizzata in una certa area dell’emisfero sinistro.

Eureka!

Quello era il salvacondotto per la nuova società ideale che andava preparando, chi ne fosse stato sprovvisto sarebbe stato annichilito seduta stante dal suo ordigno micidiale.

Gongolava nel pregustare un’umanità di prescelti: il sogno delle più influenti teste d’uovo dell’antichità. La società dei savi! Finalmente!

Niente più burocrati, niente più politici incapaci, niente più bottegai che si impappinassero sul resto da dare, niente più interlocutori noiosi alla fermata dell’autobus, niente più talk-show infarciti di sputasentenze senza arte né parte, niente di tutto questo.

Il beato giorno era infine giunto.

Si posizionò nella torretta che grandeggiava dal tetto del suo rifugio fatiscente. Puntò il vivo di volata del suo macchinario verso il mondo antistante. Con le lacrime di gioia agli occhi, trattenne il respiro e poi tirò verso di sé il grilletto. La lunga canna ritorta sprigionò uno sfrigolante raggio verdognolo che presto irradiò in ogni direzione.

«Addio, mentecatti! Addio, imbecilloni! Addio, superflui omuncoli senza senso!» non  faceva che gridare trionfante King Fu da là sopra, sventolando esagitato il copricapo mentre osservava attraverso le pliche la maggior parte della gente per strada polverizzarsi all’istante all’impatto con il flusso impalpabile vomitato dal suo strano apparecchio.

Almeno fino a quando la gioia incontenibile non fu sopraffatta da una strana sensazione. Una sorta di intorpidimento improvviso. Il Prof. King Fu tutto di colpo avvertì una strana sospensione delle funzioni corporee e, di lì a breve, cerebrali. Un attimo dopo, investito per rinculo dal suo stesso raggio, ebbe appena il tempo di capire che si stava rapidissimamente disgregando lui pure. Finché, il secondo successivo, di lui non era rimasto che il buffo copricapo, adagiato sul bordo della base imbullonata della sua innovativa Macchina Ammazzascemi.  

ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA

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