DISIMMETRIE COGNITIVE/INFORMATIVE E DEMOCRAZIA SMARRITA

2841618427_12775e5791_bMARIO RICCA

Inizio da una cosa, un bicchiere. E pongo due domande. Qual è la geografia implicita nel bicchiere? E quale la relazione tra quella geografia e il significato del bicchiere? Chiedo, a chiunque leggesse queste righe, di immaginare un bicchiere oppure – caso fortunato – di osservare quello che dovesse trovarsi davanti a sé. Provi, a questo punto, a considerare qual sia il ‘dove’ del bicchiere immaginato oppure osservato. Il ‘dove’ in relazione al quale il significato di ‘bicchiere’ è ascritto a ciò che egli osserva. È davanti a me – potrebbe essere la risposta. Il pronome ‘me’, tuttavia, rende la risposta ellittica. Quel ‘me’ è implicitamente assunto come un essere dotato di ‘bocca’. E per giunta di una ‘bocca’ fatta in un determinato modo. Anche una cicogna ha una bocca – per citare una famosa favola di Esopo – ma essa non saprebbe cosa farsene di un bicchiere che non fosse abbastanza ‘alto’ per infilarci buona parte del becco/bocca. Figuriamoci un essere senza ‘bocca’…. ma anche senza mani, senza braccia, senza lingua… In generale, in assenza di un mondo popolato da esseri dotati di bocca, braccia, mani, lingua ecc. il bicchiere sarebbe ‘bicchiere’? (Questo anche a prescindere dalla circostanza che mancherebbero gli artefici dei bicchieri).

L’apparenza morfologica del bicchiere, quintessenza della sua ‘forma’, della sua ‘struttura’, nasconde in sé una relazione, anzi una rete di relazioni oggetto di generalizzazioni semiotiche operate attraverso strumenti di comunicazione culturale. Cos’è dunque più ‘reale’: la rete di relazioni o la figurazione morfologica del bicchiere? La domanda sembrerebbe riproporre l’eterna controversia sugli universali ma si tratta, invece, di qualcosa di diverso. Questo perché le relazioni soggiacenti al bicchiere sono sia immaginate, sia agite, cioè in quanto immaginate sono mezzi che trasformano quel che un potenziale essere dotato di un determinato tipo di bocca può fare di ciò che ha davanti… appunto, un bicchiere.

Ma non basta. Il bicchiere può essere ‘fatto’ di molteplici materiali. Trattandosi di un ‘artefatto’, questo significa che i molteplici materiali – di là dall’essere meri attributi – sono pezzi di mondo resi operativamente co-costitutivi del bicchiere in questione. Considerare un bicchiere di plastica, oppure di vetro, o ancora di carta, o altro ancora, significa chiamare in causa sia in senso genealogico, sia in senso prospettico, diverse geografie, diverse modalità e dinamiche relazionali di gestione dello spazio e degli elementi che lo compongono. Un bicchiere di vetro, ad esempio, è l’epitome di una determinata catena di gesti, di relazioni con l’ambiente, di attività trasformative di materie prime. Un bicchiere di plastica riassume una concatenazione dinamico relazionale e, direi, cinetica (cioè di attività mediate da corpi) in buona parte differente (si pensi soltanto alle attività di estrazione del petrolio necessario per produrre la plastica adoperata nella costruzione del bicchiere). Molteplici e diversi ‘dove’ e ‘come’ sono implicati nei bicchieri di vetro o di plastica, così come nella loro rispettiva produzione. Quei dove diventano materiali e, quindi, come tali influiranno sull’uso, quindi sull’ambiente locale, attuale, incorporato nella dinamica di fruizione del bicchiere e nelle sue relazioni con le ‘bocche’ alle quali è destinato.

Le prospettive di ‘vita’ di un bicchiere di vetro, d’uno di plastica o di carta sono poi molto differenti. Dipendono dai luoghi e dalle modalità con le quali sono stoccati e conservati, dalle possibilità di riutilizzo, dai modi di distruzione o di eventuale riciclaggio. Almeno in alcuni casi, non avrebbe bisogno di invidiare chi può permettersi le crociere intorno al mondo, chi potesse seguire il destino spaziale, e quindi relazionale, di un bicchiere (sia esso di vetro, di carta o di plastica), una volta che esso sia uscito dal suo orizzonte esperienziale.

Il bicchiere fruito o immaginato, insomma, sembra corrispondere a un frangente relazionale estratto da una catena di connessioni. A questo proposito, emerge allora una questione: quanto è legittimo limitare la presa cognitiva su quella filiera relazionale limitandola ad alcuni elementi, poi ridotti a lista di controllo di caratteristiche morfologiche? Questa ellisse può avere ragioni di economia conoscitiva ed esperienziale – su questo non c’è dubbio. Esse, però, definiscono anche una cornice spaziale che presuppone moltissime altre relazioni, sulle quali tuttavia il significato del ‘bicchiere’ poggia sia dal punto di vista pratico, sia dal punto di vista astrattamente cognitivo. E se le relazioni presupposte venissero meno? Permarrebbe legittimamente l’assunzione in chiave ‘ontologica’ del bicchiere, della sua categorizzazione oppure… Oppure dovremmo mutare qualcosa anche nel modo di categorizzare quel frammento di mondo che definiamo bicchiere?

Avendo letto il titolo di questo breve contributo, il lettore, a questo punto, si chiederà con ogni probabilità cosa possa avere a che fare tutto questo discorso con l’informazione, la democrazia e le sue possibilità di funzionamento. Spero di poter fornire una risposta sintetica e abbastanza semplice. Porrò, a questo scopo, alcune altre domande. Il frammento di relazioni – che definirei relazioni sia tra elementi di fatto, sia tra le interpretazioni dinamiche e pro-attive di quegli elementi di fatto – che ordinariamente utilizziamo per definire morfologicamente e strutturalmente il bicchiere può garantire il permanere di tutte le altre? O, almeno, rendersi immune da esse, sia sul piano esistenziale, sia sul piano astrattamente cognitivo? L’astrazione, in molti casi, è resa possibile da uno scarto temporale e da uno scarto spaziale. Si considerino i bicchieri di vetro. Il vetro può ottenersi, in linea di principio, a partire da qualsiasi liquido evitando che esso giunga a cristalizzazione durante il processo di solidificazione. Tuttavia, per ottenerlo è praticamente indispensabile avere a disposizione materiali che solidifichino abbastanza lentamente: ad es. anidride arsenica (As2O5), ossido di silicio (SiO2), diossido di germanio (GeO2), anidride fosforica (P2O5), o anidride borica (B2O3). Ottenere questi materiali implica attività ‘remote’ nello spazio oppure nel tempo, almeno rispetto al momento ordinario della fruizione del bicchiere. Ecco perché la catena per la loro produzione e lavorazione è tenuta ‘distante’, ‘al di fuori’ del perimetro della categoria ‘bicchiere’, di ciò che riconosciamo, pensiamo, sperimentiamo come ‘bicchiere’; o meglio di ciò che crediamo di poterci limitare a riconoscere, pensare, sperimentare come ‘bicchiere di vetro’. Qualcosa di simile – e ancor più distribuito nello spazio e nel tempo – potrebbe dirsi riguardo al bicchiere di plastica.

Il punto cruciale – a mio modo di vedere – è che la distanza ‘cognitiva’ e ‘geografica’ non riesce a farsi garante delle stabilità di tutte le relazioni che essa presuppone. Nel caso in cui questa stabilità venga meno, anche il distanziamento rivela la sua artificialità e contingenza, il suo essere situato all’interno di una griglia semantica ed esperienziale non eterna, non inalterabile. Accade così che al mutare dell’implicito, del presuppost, il lontano, l’apparentemente irrelato, si rivelino prossimi, co-implicati nel ‘presente’, nel qui e ora, così come nella loro fruizione. Per tornare al bicchiere, il suo essere epitome di catene produttive che si distribuiscono nello spazio e nel tempo, fa sì che alterazioni verificatesi nell’altrove possano ripercuotersi immediatamente sulla disponibilità attuale di esso, sulle sue possibilità di produzione, sui materiali utilizzati, sulle sue forme, sulla sua diffusione e così via. Si pensi al Covid e all’uso consigliato delle cannucce nei locali pubblici… giusto per fare un esempio d’immediata evidenza.

Abbandonando la metafora del ‘bicchiere’ e allargando la riflessione a qualsiasi oggetto-mezzo dell’esperienza esistenziale locale, non è difficile accorgersi quanto il sostrato relazionale e fenomenico di ogni entità e delle corrispondente categoria sia asimmetrico rispetto alle distanze geografiche. In termini semantici, l’altrove può rivelarsi drammaticamente prossimo, così da costringere a riscrivere il rapporto tra elementi denotativi ed elementi connotativi di ogni categoria, tra il suo centro e la sua periferia. Tutt’altro che un discorso speculativo, queste osservazioni presentano una rilevanza immediatamente pratica e politica.

I circuiti politici democratici sono basati sull’idea di autodeterminazione degli individui. L’autodeterminazione, tuttavia, non può prescindere dall’informazione e, soprattutto, dal legame tra questa e i modelli cognitivi elaborati dagli individui per mappare il mondo e progettare il proprio agire. Tecnologia e interdipendenza hanno reso sempre più denso il nesso di relazionalità tra luoghi e ambiti spaziali nella produzione dell’esperienza umana e, quindi, del significato – inteso come rete di implicazioni – connesso a ogni entità, a ogni oggetto di conoscenza, e così anche ai modi di estrinsecazione e formazione della soggettività. Tuttavia, il sapere degli individui è ancora strettamente ancorato alla dimensione locale. Le persone comuni sanno ben poco della dinamica reale dello spazio che soggiace al loro percepire oggetti, luoghi, individui a esse prossimi. Considerazione che vale sia per ciò che è presupposto, cioè appartiene alla sequenza di produzione di ciò che è presente; sia per ciò che segue alla sua fruizione attuale o al suo inserimento imminente nei piani d’azione individuale e collettivi.

Al contrario dei c.d. attori globali, la persona comune non possiede una consapevolezza semantico-spaziale adeguata a farle connettere presupposti e conseguenze di ciò che desidera, persegue, considera parte della sua vita, oggetto della propria libertà, presupposto della sua dignità, ingrediente dell’eguaglianza con gli altri. Il risultato è che in molti casi non sa quel che crede di volere e non desidera ciò che le servirebbe per raggiungere i propri scopi e anche per aggiornarli, sintonizzarli con lo stato del mondo. L’altrove è prossimo all’attore democratico in modo pervasivo e, al tempo stesso, oscuro, silente. Tutto questo funziona da fattore di separazione antropologica e, al tempo stesso, di polarizzazione politica. Nell’opporsi all’altro, acconsentendo alla logica tanto tradizionale quanto fittizia della contrapposizione tra ambiti territoriali/nazionali, spesso i singoli agiscono tuttavia come i principali nemici di se stessi, pur senza saperlo. Nella asimmetria tra attori globali e soggetti democratici locali lo scenario è dominato, infestato, da un antico motto che sembra aleggiare sul palcoscenico planetario: il noto divide et impera di ascendenza romana, cifra strategica e generativa dell’imperialismo antico e moderno. In rinnovate vesti, ciò si applica anche alle contrapposizioni culturali di oggi. L’aggettivo ‘multiculturale’ e il l’attributo sostantivato ‘multinazionale’ risuonano di una coincidenza fonetica che è politicamente quanto di più subdolo e mistificatorio possa immaginarsi. Il discorso identitario, midollo del c.d. multiculturalismo, si sintonizza beffardamente e tragicamente con l’interesse delle multinazionali a impedire che si produca un’opinione pubblica mondiale. Se gli individui chiusi nei loro recinti nazionali comprendessero quanto l’altrove e il suo essere coniato culturalmente sia loro inconsapevolmente intimo, persino incorporato, comprenderebbero che l’opporsi all’altro è un contrastare se stessi, poiché l’altro da Sé è l’altro di Sé, un parte integrante del loro passato e del loro futuro, del significato del loro esistere.

L’esperienza globale pandemica, la prossimità patologica di corpi posti a immani distanze chilometriche, veicolate entrambe dall’informazione genetica coestensiva al virus Cov-Sars-2, ha dimostrato perfettamente l’asimmetria tra gli immaginari simbolico-politico-territoriali e il continuum semiotico comunicativo soggiacente a esso in termini di trasmissione di bio-informazione. Un continuum clamorosamente ignorato, posto al di fuori delle coscienze, ma eclatantemente presente agli interessi di chi è attore consapevole dell’economia globale. Attore che ha tentato – soprattutto nelle prime fasi della pandemia – di occultare quella prossimità anti-geografica – potrebbe dirsi – mantenendo gli individui destinati ad ammalarsi in una condizione di cecità cognitiva rispetto a essa. Una strategia che perdura ancor oggi e si alimenta della propaganda a favore di un esercizio stolido, irresponsivo e indifferente della libertà, calibrato sulla pretesa di reiterare schemi passati nella totale incomprensione o trascuratezza per le relazioni semiotiche che popolano e determinano le reali proiezioni dello spazio d’esperienza, e quindi il rapporto tra aspettative e risultati, tra prognosi ed esiti.

Mi si dirà: e Internet? La gente non ha forse a sua disposizione oggi questo portale translocale per informarsi? Un portale che riesce anche a sfuggire alla irregimentazione, alla manipolazione dell’informazione, nel passato così facilmente alla portata delle agenzie di potere statali e internazionali? Il Web  – non si può contestare – è spazialmente e quindi semanticamente più isomorfico rispetto alla trama delle relazioni semiotiche che intessono l’esperienza di quanto non lo sia la comunicazione fisica ancorata agli spazi locali o al trasferimento di materiale cartaceo. Ciò che però ancora stenta a prodursi e a prendere posto nelle coscienze e nelle pratiche degli individui è la possibilità di un suo utilizzo come una piazza per la libertà, per la creazione di un’opinione pubblica globale, a sua volta esito del trasferimento, del trasloco cognitivo e consapevole dell’altrove all’interno dello spazio vissuto da ciascuno nel proprio luogo di ordinaria residenza fisica. Pur non volendo apparire dietrologico o complottista, io nutro il convincimento che l’attacco globale all’istruzione resa online, alla famigerata DAD, sia frutto di uno specifico e ponderato timore da parte dei più potenti. Il timore della nascita di piazze informatiche che rendano isomorfico lo spazio della coscienza politica e quello dell’esperienza pratica, inclusi i loro flussi e co-implicazioni economico-geografiche. La possibilità delle multinazionali, delle forse produttive, di sfruttare i costi comparati e di delocalizzare è attulamente il principale ostacolo all’autodeterminazione politico-economica dei popoli. È plausibile pensare, tuttavia, che un’opinione pubblica globale, capace di cogliere il continuum tra lo spazio dell’altro e il proprio in termini di significato, di semantica dell’esperienza quotidiana individuale e locale, potrebbe generare un riequilibrio tra paesaggi informativi e spazi decisionali. Incrociassero simultaneamente le braccia gli attori locali di tutto il pianeta, costi comparati e strategie finanziarie avrebbero ben poco da offrire alla plutocrazia turbo-capitalista.

Senza un riallineamento e la mutua traduzione tra spazi e informazione, oggi realizzabile solo tramite una smaliziata e ben addestrata attitudine a imparare e leggere l’altrove come relazionalmente prossimo, le democrazie sembrano condannate a una fatale inanità, a una condizione di farsesca impotenza, capace solo di scatenare frustrazioni di massa e reazioni istintive, facilmente manipolabili. Per evitare queste derive (già in atto), è indispensabile un’educazione agli spazi digitali, alla loro consapevole gestione in vista dell’interpenetrazione con quelli fisici al fine di rendere ubiquo ogni qui e ciascun altrove. Questo tipo di educazione, da gestire in chiave necessariamente interculturale, e democrazia appaiono oggi indissociabili e, per alcuni versi, condizione l’uno dell’altra. Senza la prima, la democrazia diverrà (ma già è) semplicemente il surrogato farsesco di se stessa, un vuoto fantasma destinato a farsi sempre più evanescente.

Per chiudere, non mi resta che invitare il lettore, ogni volta che avrà sete, a chiedersi quanta Cina, con ogni probabilità, vi è nel suo bicchiere di vetro; e quanta Arabia o Iraq  possa trovarvi colui che pensasse di usarne uno di plastica; e, ancora, quanta Amazzonia riesca a scorgervi, volendo sentirsi ‘ecologico’, chi scegliesse di utilizzarne uno di carta. Perché – per citare Leibniz – chi vuole una cosa, vuole anche le sue conseguenze (e, aggiungo, le sue implicazioni sia passate, sia future); altrimenti non vuole quella cosa.

“Bicchiere di caffé / Coffee glass” by Luigi Rosa is licensed under CC BY-SA 2.0

DIRITTO ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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