DIDATTICA A DISTANZA

49724385896_262cf9e497TOMMASO GAZZOLO

E se nella “didattica a distanza”, ad essere neutralizzata, abolita, cancellata, fosse la distanza stessa, intesa come principio a partire dal quale, tradizionalmente, si è pensato l’insegnamento? Questo imporrebbe certamente un ripensamento, allora, delle critiche rivolte comunemente alla “Dad”, la necessità di un altro punto di vista.  Muoverei da qui, da questa affermazione: che non c’è insegnamento senza distanza. Ma cosa si intende, qui, per “distanza”, che cosa significa “distanza”, e nell’insegnamento, in particolare? Perché l’insegnamento ha a che vedere con la distanza?

Ovviamente – se si pretendesse di dare una risposta esaustiva o definitiva alla domanda – bisognerebbe prima accordarsi su ciò che si intende per “insegnamento”, su che cosa significhi insegnare. Domanda difficilissima, però – che non ha smesso di attraversare la filosofia. Forse possiamo in qualche modo aggirarla, dicendo: se c’è insegnamento, a prescindere da ciò che esso significa, c’è sempre distanza. L’esistenza stessa, cioè, di quello che chiamiamo maestro – leggo qui Blanchot – «rivela una struttura singolare dello spazio interrelazionale, da cui risulta che la distanza fra l’allievo e il maestro non è uguale a quella fra il maestro e l’allievo. E non basta: fra il punto A occupato dal maestro e il punto B occupato dal discepolo c’è una separazione, una sorta di abisso, separazione destinata a essere la misura di tutte le altre distanze». Moroncini ha commentato direi magistralmente questo passo di Blanchot. Mostrando questo: che la distanza non è soltanto la condizione dell’insegnamento, ma è ciò che, propriamente, il maestro insegna. Il maestro insegna, attraverso la distanza, la distanza stessa: insegna, cioè, ciò che separa la ricerca della verità e la verità. Insegna che la verità è distanza, ed è sempre a distanza. Per questo la distanza tra maestro e allievo è misura di ogni distanza: perché è per essa che diventa possibile pensare la verità della distanza, e la distanza come verità. Perché la verità non è qualcosa che si potrebbe, dopotutto, possedere, acquisire una volta per tutte: non è un oggetto. La verità non ha luogo – con tutto ciò che questo significa: “non ha luogo”, ossia non c’è, non si dà, non c’è verità (propriamente), e quindi non ci sarà un punto raggiunto il quale si possa dire di essere ormai nella verità.

Questa distanza, nell’insegnamento, è essenzialmente dialogica. È la distanza che è fatta dalla parola del maestro, parola che dice la sua separazione, la sua lontananza rispetto all’ascolto dell’allievo. La parola di un maestro, direi, mantiene e si mantiene sempre nella distanza. “Distanza” dice eccesso, scarto, dice ciò che non può mai essere del tutto eguagliato. Tra il sapere trasmesso e la sua trasmissione, direi – o se si vuole: tra il sapere che il maestro trasmette e il sapere che l’allievo riceve – deve restare sempre uno scarto, una distanza. Questo insegna il maestro: che è incolmabile la distanza che ci separa – e che separa il maestro stesso – dal sapere.

E notiamo: è proprio perché, è solo perché c’è distanza, che possiamo avvicinarci al sapere.

È  chiaro che bisognerebbe, qui, recuperare perlomeno il discorso di Heidegger, anche se, per ovvie ragioni, non possiamo soffermarci sui suoi testi, e su ciò che nel rapporto tra vicinanza e lontananza cerca di pensare. Ma possiamo, quantomeno, ricordare, con lui, che «l’avvicinare è l’essenza della vicinanza. La vicinanza avvicina il lontano e proprio in quanto lontano. La vicinanza conserva la lontananza. Conservando la lontananza, la vicinanza dispiega il proprio essere (west) nel suo avvicinare». Questo è il punto essenziale, per noi: che non si può avvicinare l’allievo al sapere, non si può avvicinarlo alla verità, se non quando la vicinanza conserva la distanza da essa. D

Ora, il riferimento a Heidegger ci è utile per passare alla seconda questione, Perché Heidegger ha molto insistito sull’ “abolizione della distanza” che la tecnica pretenderebbe di realizzare. Pretende, dice Heidegger. Perché «questa fretta di sopprimere ogni distanza non realizza una vicinanza; la vicinanza non consiste infatti nella ridotta misura della distanza». Ciò che ci è meno distante grazie al fatto che ascoltiamo la sua voce alla radio, o lo vediamo in televisione, non ce lo rende per questo meno lontano. Dobbiamo però chiederci se la tecnologia, la rivoluzione digitale entro cui si inscrive anche la DAD, non abolisca, se non la “distanza”, la nostra possibilità di conservarla, di viverla, di farne esperienza nell’insegnamento.

Il paradosso della rivoluzione digitale è in fondo questo: che ciò che ha definitivamente annullato le distanze, che ha reso possibile comunicare all’istante con un cinese o un sudafricano, avvicina tutti quanti, ci rende tutti “vicini”, proprio per questo produce, come modo di vivere più adeguato ad essa, un individuo isolato dagli altri, perché è attraverso la rete – e non ai suoi spostamenti – che egli entra in contatto con gli altri. L’accelerazione della comunicazione, portata all’estremo, produce la sua istantaneità – che, per definizione, è senza un “tempo”, e non prevede alcuno “spazio” da percorrere. La mobilità, spinta al suo estremo, si rivela essere immobilità assoluta. Se non ci sono più distanze, non c’è più nemmeno movimento. E, viceversa, se non c’è più movimento, la riduzione delle distanze non indica altro che la nostra nuova condizione di essere permanentemente a distanza. Una espressione come incontrarsi in rete – ormai d’uso comune da almeno un decennio – non suona più contraddittoria come in realtà è, non ci fa sentire più la contraddizione che essa ha ormai risolto.

Se così stanno le cose, allora direi che ciò che va sotto il nome di “didattica a distanza” si inscrive proprio in queste trasformazioni della distanza. Provo a dirlo nel modo più semplice possibile:

(a) da una parte, essa pretende di abolire la distanza, per come l’avevamo intesa prima. Pretende, cioè, di ridurre il sapere alla sua trasmissione. Di abolire la lontananza che resta sempre tra la parola del maestro e l’ascolto dell’ allievo. La pretesa della Dad, in fondo, è che allievo e maestro siano immediatamente presenti allo stesso modo: “collegati” insieme, occupano lo stesso spazio, stanno alla stessa “distanza” l’uno dall’altro. Non vale più ciò che dice Blanchot.

(b) dall’altra parte, essa ci rende permanentemente a distanza: produce, cioè, l’isolamento assoluto. Non solo spaziale. Perché se il sapere è la sua trasmissione, è interamente trasmissibile e trasmesso, allora non si vede perché l’allievo dovrebbe sentire una “distanza” tra sé e il maestro, sentire il bisogno di “avvicinarsi” al maestro.

Il problema allora sta qui. Nel fatto che rischiamo sempre di rendere permanente e definitiva la distanza proprio nel momento in cui cerchiamo di abolirla, di ridurla. È possibile che, attraverso la cosiddetta “Dad” – come praticata nelle scuole, nelle università – ciò che chiamavamo insegnamento sia davvero portato a compimento, sostituito ormai dall’informazione. Il che, personalmente, non mi scandalizza. Ne traggo solo la conseguenza che l’insegnamento dovrà, a quel punto, trovare forme e pratiche al di fuori di ciò che continuerà ad essere il sistema scolastico. Ma – poiché tutto ciò resterà comunque formato dalla tecnologia, dal digitale, dalla rete – la domanda non fa che spostarti e riproporsi: come pensare e praticare una distanza a distanza? Questo credo occorra chiedersi: perché ciò che rischia di essere abolita, nella distanza, è la distanza stessa – e solo per questo, conseguentemente e in maniera corrispondente, anche la vicinanza. Affinché si possa essere ancora vicini, occorre che la distanza continui a distanziarsi, a distanziarci.

“didattica a distanza” by Radio Alfa is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

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