VICINO-LONTANO:DUE CATEGORIE DELL’ALTERITÀ E DELL’ERRANZATRA PADRONANZA E CUSTODIA

4299800005_270eb3e5f2_bMICHELE ILLICETO

  1. Vicino/lontano due categorie dell’alterità

Il primo problema da affrontare per giocare con questa coppia di parole è quello che chiamerei della costituzione-istituzione. Chi decide che cos’è (o debba essere) vicino/lontano? E in base a quali criteri? Per farlo usiamo il pensiero, il corpo, i sentimenti, le emozioni, la parola, i silenzi, i gesti. E lo facciamo per “ordinare” le distanze, mentalizzando i luoghi – metafora dello “stare” – e il tempo – metafora del “fluire-divenire”. Perché, in fondo, siamo come posti tra l’essere e il divenire, costretti a razionalizzare esperienze esistenziali per collocarci, tra l’oggettivo e il soggettivo, in quell’interstizio che può essere inteso o come spazio fenomenologico – da Husserl inteso come quel topos dove io e mondo, riducendo le distanze, si incontrano nell’intenzionalità – oppure come spazio etico –  dove, secondo Levinas  io e l’altro ci incontriamo in una relazione di prossimità che ci apre alla responsabilità e all’alterità.

Intenzionalità fenomenologica di Husserl e prossimità etica di Levinas sono due modalità diverse per costituire-istituire i due luoghi della vicinanza e della lontananza, la cui diversa valenza poi si riflette, con conseguenze molto diverse, sui restanti ambiti, da quello politico a quello giuridico, da quello corporeo a quello emotivo-affettivo.

Ma viene anche da chiedersi se vicino e lontano siano categorie fisiche o metafisiche? Soggettive o oggettive? Antropologiche o soltanto antropiche? Psicologiche come voleva Hume, o anche sociologiche? Anche se nella storia del pensiero, a volte, si è metafisicizzato il fisico, altre invece si è fisicizzato il metafisico, comunque al centro di tutto è stato messo sempre il pensiero che, con la sua mania di mettere ordine, ha tentato di spazializzare e temporalizzare, facendo del vicino/lontano categorie soggettive, senza mai chiarire se tale ordine lo mettiamo noi oppure lo troviamo già come “dato” fuori di noi. Comunque sia, o nel “mettere” o nel “trovare” tale ordine, è sempre l’uomo che in esso si gioca-giocando (o si trova in esso già-giocato), affrontando le distanze da “codificare-ordinare”, “sistemare-finalizzare”. E lo fa, usando-inventando categorie topologiche il cui unico scopo è rassicurarlo di fronte all’estraneo.

Ma c’è una seconda esperienza che fa entrare in scena questa coppia di parole: è l’esperienza del “cominciare” e del “finire”, strettamente collegate alle due precedenti dell’essere e del divenire. Il lontano, infatti, è ciò il cui cominciamento ci sfugge e il suo finire ci supera. E’ lontano tutto ciò laddove noi non siamo adesso, non eravamo e né mai saremo. E laddove finisce, noi già da tempo siamo stati superati-oltrepassati-negati. E così, mentre scopriamo di essere come posti tra un “prima” lontano (l’Inizio che sfugge), da sempre cercato e immaginato, e un “dopo” (nella forma de “la” fine o del fine-compimento?) ancora più lontano, ecco che ci diamo da fare per ridurre queste due distanze creando vicinanze.

Infatti, il vicino è ciò che “comincia” stabilendo da subito un rapporto con noi. Esso comincia con noi perché comincia da noi, e anche perché siamo noi il cominciamento. Ma poi arriva il “finire” che, togliendocelo, trasforma, nostro malgrado, il “vicino” in un indelebile “lontano”. Di esso noi possiamo diventare o padroni, quando, cadendo sotto i nostri occhi, viene da noi catturato, oppure custodi, quando da esso ci lasciamo solo attraversare e interpellare.

Insomma, come altre coppie, ad es. dentro/fuori, sotto/sopra, avanti/dietro, anche quella di vicino/lontano obbedisce, come aveva già evidenziato Nietzsche, al bisogno di mettere  ordine. E per farlo possiamo scegliere o il registro della padronanza o quello della custodia. Coppie che possono essere lette come unicamente finalizzare a rassicurarci-difenderci, in quanto permettono al soggetto-io di stare e di muoversi, di andare e di venire, di partire e di tornare, di giocarsi con l’assenza e con la presenza. Di aprire e di chiudere. Di decidere dove una cosa comincia e dove invece finisce, ergendosi o a misura delle distanze da tenere, dopo averle create, e usare dopo averle legittimate, oppure lasciarsi ferire da questa dialettica altalenante, dove vicino e lontano si intrecciano in nodi inestricabili senza mai farsi catturare.

Se le pensiamo secondo il paradigma della “custodia”, vicino/lontano ci appaiono come una coppia che ci depone-espone, in un lascito di responsabilità che, come dice Levinas, non scegliamo, ma che da subito ci rende, più che custodi, “ostaggio” del già-venuto (il vicino) come anche del non-ancora-venuto (il lontano). O, forse, sarebbe meglio dire del “veniente” (il vicino-lontano insieme), che sempre “sta” anche quando ancora “di-sta”, e che “di-sta” anche quando comincia a “stare” “di fronte” e “presso”, senza mai essere davvero e totalmente “in”, ma in un “oltre”, che finalmente unisce (senza mai appianare) il “dentro” e il “fuori”.

Un veniente che è-sempre-lontano, anche quando si approssima in una vicinanza non dominabile, mentre è-già-sempre-vicino quando, da lontano, si offre in un anticipo che lo annuncia, nella forma dell’assente che pur tuttavia viene a visitarmi, come colui il quale, anche se estraneo, in fondo mi ri-guarda. E così si scopre che l’istituzione del vicino-lonano può obbedire, o foucaultianamente, alla logica del potere nella forma della padronanza, o levinassianamente, alla logica della responsabilità che a sua volta si declina nelle due forme della custodia e della cura.

Insomma, vicino e lontano sono le due forme con cui l’alterità, che siamo chiamati a coniugare, mi viene a fare visita. E noi possiamo o “ordinarla” (disciplinandola) o “assumerla” (rispondendo) senza assimilarla. Possiamo, cioè, affrontarla o seguendo la logica, rassicurante e identitaria, della padronanza dispotica e annichilente, o quella della custodia prendente cura e rispondente, che lascia venire e lascia andare, lascia avvicinare e allontanare, senza mai incapsulare, demarcando confini o perimetri. Sempre in attesa. Abitando le distanze senza mai misurarle. Fuori da ogni calcolo. Senza spazi da riempire o svuotare, senza tempi su cui investire o speculare.

Vicino e lontano ci ricordano che non solo siamo esseri pensanti, ma anche esseri gettati, fragili, perché fatti di tempo e di spazio, sospesi in distanze che ci soverchiano e ci dilaniano, ma che allo stesso tempo ci interrogano e ci inquietano. E che, di conseguenza, siamo continuamente chiamati a costruire luoghi, successioni, sequenze, relazioni, priorità, gerarchie: Gestire ritardi, affrontare rimandi. Elaborare perdite, sopportare mancanze. Fare esperienza delle distanze, in cui stiamo e non stiamo, perché sempre di-stiamo, in quanto a-polidi e a-topici. Se creiamo topologie non è solo per rassicurarci e difenderci, ma per attraversare tutte le relazioni in cui ci troviamo posti.

Vicino e lontano, allora, ci dicono che siamo “esposizione” e non “dominazione”, siamo “attraversamento” e non “radicamento”. Siamo ospiti (non sappiamo se desiderati o indesiderati) di luoghi e di tempi fragili perché non nostri –  o almeno non solo nostri – ma di chiunque in essi cerca quella medesima ospitalità che a noi è stata concessa senza sapere il perchè.  In fondo, non esistono vicino e lontano. Esistono spazi e tempi abbandonati, disordinati, sospesi, in attesa di essere sistemati e caricati di senso. Significati. Assunti e abitati: fisicamente ed eticamente, e non solo economicamente. Esistono relazioni con cui tessere la tela della vita.

Vicino e lontano sono modalità con cui possiamo organizzare a nostro piacimento questi spazi-tempi disseminati-disorganizzati-abbandonati-sospesi o usando criteri di forza oppure di giustizia Noi, heideggerianamente, possiamo solo raccogliere-accogliere, col nostro logos e col nostro pathos, questi spazi-tempi che a noi sono “dati” in modo sparso. Nel non-ordine del loro “darsi” (anonimo e a-formale) essi sono solo sfide e opportunità che a noi vengono offerte per attraversarli senza smarrirsi. Attraversarci senza perderci. E farlo anche senza sapere se sono dati “a” noi o sono “per” noi (quale Noi?). Se sono solo affidati, per essere poi ridati-condivisi, o sono solo pro-vocazioni a cui dobbiamo rispondere dopo che siamo stati con-vocati.

  1. Vicino e lontano. Due forme dell’erranza

La seconda questione riguarda il tipo di relazione che c’è tra il vicino e il lontano: di esclusione (parziale o totale), di co-implicazione, di reciprocità, oppure di indifferenza, di sospetto, di conflittualità (litigiosità). O ancora, una relazione di potere (la questione del primato), di competizione o di cooperazione, di interazione, di riconoscimento e di rispetto, oppure di semplice accostamento. Insomma si tratta di un rapporto fusionale-tangenziale oppure intersecante? Di inter-esse (il Conatus di Spinoza), secondo la logica dell’appropriazione, o, come direbbe Levinas, di dis-inter-esse, secondo la logica della spoliazione?

Nessuna di queste. Forse sarebbe il caso di parlare più di contaminazione, e arrivare subito a concludere che vicino e lontano non sono due realtà rigide, perché nessun criterio di demarcazione è assolutizzabile. Si tratta piuttosto di categorie fluide e mobili che si costruiscono e si decostruiscono di continuo, mentre l’unica cosa che esiste è il nostro “errare”, traduzione postmoderna dell’antico dilemma eracliteo-parmenideo “essere-divenire”. Vicino e lontano non vanno visti come categorie di ciò che “è”, quanto piuttosto come categorie di ciò che diviene, di ciò che “è” in una condizione di perenne erranza, per cui non dovremmo più dire che una cosa “è” vicina o lontana, ma una cosa “diventa” vicina o lontana.

E se l’erranza va intesa come un divenire indefinito e indefinibile, allora anche vicino/lontano non costituiscono “stati” o luoghi, ma condizioni di attraversabilità. Se poi sposiamo il paradigma della contaminazione allora dobbiamo fare entrare in scena il registro dell’approssimazione o meglio la logica dell’approssimarsi. In tal modo, alle vecchie categorie dell’esclusione, contrapposizione o indifferenza, si possono sostituire tre categorie nuove per rileggere il rapporto tra vicino e lontano: attraversamento, approssimazione e contaminazione.

In questo senso, vicino e lontano non sono luoghi che si abitano, ma condizioni che si attraversano. Non sono radicabili (e radicalizzabili per essere poi opposti) in un luogo fisso e immutabile. E, se non sono radicabili, in essi non ci è concesso radicarci. Si spostano di continuo e noi con essi. Sono luoghi di attraversamento e non di confinamento. Di conseguenza non c’è il rischio di sconfinare, invadendo una lontananza appartata per poi trasformarla in una vicinanza indesiderata. Non sono luoghi di scontro ma di incontro. Di inclusione (senza assimilazione o omologazione) e non di esclusione e separazione.

L’erranza non si può razionalizzare, né ordinare nel senso di irreggimentare. La si può solo assumere, facendosene carico. Quasi inventarla, inventandosi in essa medesima. Si tratta di ospitarsi nell’erranza, reinventandosi ogni giorno, per poter ospitare tutti gli erranti che, come me e diversi da me, mi attraversano con la loro visitazione destabilizzante ma anche rinnovante. Non per radicarsi, ma per attraversarsi lasciandosi attraversare. Non siamo un cerchio che assolutizza il dentro-vicino e esorcizza il fuori-lontano, ma solo un punto per il quale passano infinite rette vicine-lontane).

In definitiva, forse è arrivato il momento di pensare la coppia vicino/lontano non soltanto in termini “utopici”, dove la lontananza non ci riguarda, ma in termini “eterotopici”, cioè come luoghi “altri”, i quali tuttavia, seppur accanto-vicino, o addirittura “dentro” ai nostri, ancora vengono ignorati ed esclusi, e quindi allontanati, solo perché diversi. Non possiamo costruire utopie se scappiamo dalle eterotopie. E questo a maggior ragione del fatto che, come ha scritto Foucault, “le utopie consolano le eterotopie inquietano”.

Erranza e alterità sono categorie che garantiscono al vicino di non essere catturato e dominato e al lontano di non essere ignorato. Da un lato, consentire al vicino di venire continuamente da un lontano che svolge il compito di sottrarlo e di ri-consegnarlo, e, dall’altro, permettere al lontano di approssimarsi in una vicinanza che tiene desta la distanza, in un legame che non chiude ma che continuamente apre. Non in un processo totalizzante, ma in un processo infinitizzante!

“The Snow endless trip” by Padme delle Alchemiche Arti is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

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