ED ECCO, ALL’IMPROVVISO, UN PONTE SOTTILE E FRAGILE SU OSCURE VORAGINI

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PAOLO CASCAVILLA

Ho fatto bene a partire in treno il giorno di Natale. Tra pandemia e festività avrei incontrato poche persone. E pare che sia così. Mia sorella mi ha mandato a chiamare. Mia madre è peggiorata ancora e occorre vedere se è il caso di tenerla in casa.

Sono inquieto, ansioso. Arrivare a casa e non sapere che fare e che dire. Un tempo, fino a quasi un anno fa, tornare giù da Milano, per me e per la mia famiglia, era una festa. Mia madre, la sua accoglienza discreta… Poi nel giorno dei suoi 80 anni, sbagliò nome, mi chiamò Luca. La corressi e non accettò l’errore, anzi era convinta… Ne parlai con mia sorella e mi disse che stava bene, non pose accento su quanto accaduto. L’estate scorsa stentava a riconoscermi. Le avevo chiesto come si trovava con Giuseppina, la badante. “È un’amica”, mi disse, correggendomi con un filo di voce dopo un po’. Passò qualche minuto e aggiunse: “Un’amica. Lei è sincera con me. Un’amica”. E con le mani stendeva e tirava la maglia cercando di abbottonarla. Mi guardò fredda, lontana, come quando ero piccolo e mi rimproverava.

In questo viaggio porto con me dei volumetti di poesie di Alda Merini, Szymborska usciti con un quotidiano. Mia sorella mi ha detto che spesso recita versi che ha studiato a scuola. Pascoli, un po’ di Leopardi. C’è una poesia che la faceva piangere persino. “Nel campo mezzo grigio e mezzo nero, resta un aratro senza buoi, che pare dimenticato… mentre da lontano venivano le cantilene delle lavandare… Il vento soffia e nevica la frasca e tu non torni al tuo paese! Quando partisti come sono rimasta, come l’aratro in mezzo alla maggese”. Me la ricordo bene, la canticchiava frequentemente. Si commuoveva, pensava a una sua zia che aveva tanto aspettato il ritorno del giovane da lei amato e che era partito per l’America agli inizi del secolo.

Mia madre attraversò una prima fase in cui sembrava ringiovanire. Dimenticava i nomi di persone e oggetti, si correggeva, inizialmente rideva, sembrava un gioco. Invece i segni della malattia crescevano e lentamente sprofondava. Gli sguardi allora si muovevano inquieti, smarriti, cercavano punti dove fermarsi.

Salgono a Piacenza una donna anziana e una bambina. Sono stranieri, africani. Forse nonna e nipote. La bambina gioca con il cellulare in modo rumoroso. La donna le fa cenno di parlare a bassa voce. Siamo distanziati e con la mascherina. Credo che non parli italiano. Mi fa ricordare una breve esperienza di emigrante di Germania, e come la difficoltà di comunicare mi procurò un prolungato profondo malessere. Il lavoro in albergo era monotono, senza parole, solo gesti e poi quando uscivo la sera con un amico si andava in una birreria vicina: “Zwei Bier und zwei Gläser”. Le uniche parole che ho imparato. Poi ho smesso di uscire.

Quando si espatria resta la lingua materna. Mi viene in mente un episodio raccontatomi da una mia collega all’università. Era amica con una donna africana, un’amicizia di cui andava fiera, uscivano insieme, si erano conosciute alla scuola dei figli… Poi l’amica africana mancò qualche giorno. Il cellulare spento. Seppe che era morta la zia con cui era cresciuta e che l’aveva aiutata a partire per l’Europa; si era spostata a Pavia. Lì c’erano i connazionali, alcuni parenti… Insomma per piangere ed elaborare il lutto si era allontanata e cercava i connazionali. Piangere nella sua lingua materna, insieme a persone, parenti lontani, amiche con cui si incontrava poco e con i quali non si trovava nemmeno tanto bene. La mia collega ci era rimasta male, era convinta che avessero un rapporto personale molto forte… Il pianto e il lutto hanno parole antiche, di una lingua lontana, assorbita con il latte o ancora prima con nenie e cantilene. Una lingua che non si riesce a trasportare in un’altra lingua, resta nascosta in un fondo confuso e in certi momenti riappare.

Mia madre, negli ultimi tempi, al telefono pronunciava parole e suoni antichi di un dialetto lontano e perduto. Da nonna aveva sviluppato la vocazione di narratrice di fiabe: le raccontava a mia figlia, sapeva imitare suoni e versi di animali e persone. Con noi figli no, quando glielo abbiamo fatto notare diceva che non aveva avuto tempo, allora. Da nonna invece si metteva con pazienza e, anche a ora tarda, leggeva. Comprava libri sempre nuovi di fiabe. Narrava e descriveva pure i disegni e le illustrazioni. Quando nel pomeriggio era sola, mia figlia telefonava alla nonna che leggeva e raccontava, anche storie lunghe, al telefono, a puntate. Mi aveva visto partire, sapeva perché partivo, ma non mi chiese, come altre volte, di salutare la nonna. Quando parlavo con mia moglie, sembrava non ascoltare, sentiva forse le cose essenziali e appena poteva si ritirava in cameretta.

La mia anziana compagna di viaggio guarda fuori con occhi curiosi, talvolta fa segno anche alla bambina, che distoglie per poco gli occhi dal videogioco. Forse sta qui da poco tempo. Vorrei parlare con lei, sapere da dove viene. Da quale lingua o dialetto africano… Dal mondo della lingua materna non si esce e poco si riesce a trasportare nelle lingue straniere che si apprendono. L’unica persona con cui quel giorno mi piacerebbe parlare è quella donna. Sorride alla bambina e si gira verso di me sforzandosi di condividere le sue emozioni. Prepara dei biscotti con una crema, sembra yogurt. Timidamente li offre anche a me. Non c’è espressione umana che non sia portatrice di comunicazione. Le parole certo sono importanti, ma il volto, lo sguardo, l’attenzione, la premura… Con quella donna ho l’impressione di poter comunicare, come quella volta a Londra con il ragazzo curdo che vendeva pane nel forno paterno. Appeno dico che sono italiano, lui con entusiasmo, recita versi di Dante, quelli dell’esilio. E mi abbraccia. Chiama il padre e gli zii dal retrobottega. I gesti, i segni, gli sguardi si sommano e costruiscono una comunicazione emotiva, intima, segreta, corale.

Non c’è condizione umana senza dialogo. Sono portato a pensare che si possa comunicare anche nella solitudine più chiusa, completa, quando il tempo si svolge solo nel presente o regredisce nel passato, e il senso della vita pare perdersi… Prima con mia madre i gesti li capivo, anche i silenzi, quando agli sguardi si accompagnavano movimenti lenti delle mani, delle braccia, che si aprivano, come a dire: è così! Una rassegnazione accettata, orgogliosa e consapevole. C’è stato un periodo, quando mia madre perdeva il controllo, le parole si allentavano o si liberavano, ma lei riusciva ancora con fatica ad afferrarle… In quei giorni provavo a leggere alcune poesie dell’Antologia di Spoon River e si divertiva, a lei piacevano forse di più “Il passero solitario”, “Il sabato del villaggio”. Ora, chissà, potrei provare con Alda Merini, la Szimborska. Poesie che narrano situazioni della vita quotidiana. Ma avevo paura del suo silenzio, dello sguardo spento, di gesti scompagnati dalle parole e dai suoni. Cosa si anima, cosa ora vive nella persona che si aggrappa ad un cespuglio, a un pezzo di roccia… e sotto c’è il vuoto, come la grava di S. Leonardo, questo un suo sogno ricorrente che mi raccontò più volte nei primi tempi della malattia.

La bambina si è assopita. La donna mi guarda, sorride e sospira. Come a dire: Finalmente! Le comunico che provo piacere a sentire le voci, l’allegria. Credo che abbia capito. Al controllore chiede di Pescara. Un altro paio d’ore. Scenderà lì.

È terribile e pericoloso il canto delle sirene. E non è più pericoloso il loro silenzio? Ogni silenzio nasconde in sé una scia di ambiguità, pace, inquietudine, disperazione. Come fare a coglierlo, come educarsi a capirlo? Basta l’intuizione per avvertire il suo senso misterioso e difensivo? Sarei riuscito ad ascoltare voci che provengono da altrove? Sono in ansia per quello che troverò. È triste e bello ricordare e immaginare altri arrivi. Così pieni di attesa e così prevedibili e imprevedibili. È faticoso e triste, per chi è lontano, non vedere invecchiare lentamente le cose, le persone. scoprire di colpo i mutamenti e il tempo passato. Ho un leggero scuotimento. La donna di fronte a me fa un gesto impercettibile con gli occhi, la fronte, un leggero movimento delle labbra. Cosa c’è, cosa? Io mi distendo, un sorriso appena accennato. No, tutto tranquillo. È contenta che ci siamo forse capiti.

Quando un colloquio diviene impossibile e le nebbie fitte sembrano chiudere ogni orizzonte esistenziale non c’è altro che mostrare vicinanza, disponibilità ad ascoltare un possibile segno o richiamo di un’esistenza che chiede di essere vista, toccata, aiutata. Porsi davanti, sereni e amorevoli, e stringere la mano, accarezzare lentamente. Noi non sappiamo quale emozione provoca sul corpo di un altro o altra, la carezza, sfiorare un volto, i capelli. È quello che faccio senza toccarla con la bambina che sorride. Siamo a Pescara. La donna sussurra qualcosa e la bambina mi dice “buon viaggio”. Sorridiamo. Li accompagno con lo sguardo. Ho colto per un attimo le somiglianze tra loro. Si allontanano senza girarsi.

Come cambiano i nostri volti nel corso della vita, nel volgere di stati d’animo, nelle emozioni che nascono e si dileguano, nelle varie situazioni, nelle vicende, nelle vite che viviamo. La trasformazione dei volti non ha fine, è correlata ai cambiamenti interiori. Un’arte difficile capire i movimenti interiori, scendere dentro, nelle profondità fredde delle nostre vite intime, segrete, scrutare le ombre, le increspature, gli sconfinamenti vicendevoli tra interiorità ed esteriorità, intravvedere cosa si nasconde, quali nostalgie e sofferenze.

Scendo a Foggia. Non c’è nessuno ad aspettarmi. Giro un po’ per la città. Devo aspettare l’autobus un paio d’ore. Arriverò a casa in tarda serata e mia madre potrebbe (forse lo spero) già dormire. Fa freddo. Mi rifugio nella sala d’aspetto. Leggo qualcosa di Dickinson, Antonia Pozzi. Ricordo mia madre che mi guarda con occhio freddo serio come quando le chiesi della badante e risento la sua risposta: “È un’amica… è sincera con me”. Non è difficile intendere il senso di uno sguardo, di un volto immerso in una luce di letizia… tutto si complica quando in quel volto l’angoscia, la paura di perdersi si mescola a un desiderio di tenerezza, che le parole non riescono a dire e che si manifestano con l’animarsi improvviso degli sguardi.

Arrivo a casa. Saluti silenziosi. La vedo di spalle. “Vedi chi c’è?”. Il silenzio è come un iceberg che affiora appena, non voglio affannarmi a decifrarlo. La via giusta è non aggredirlo, non interromperlo, con domande ed esortazioni che possono ferire anime mute che forse ascoltano, sentono confusamente e non trovano le parole e le connessioni giuste.

Mi siedo di fronte a lei in silenzio. Sorrido e le prendo le mani. “Oggi è stata agitata. Secondo me ha capito che dovevi venire”. Mia sorella e Giuseppina si sono fermate ad aspettarmi. Vogliono metterla a letto prima di lasciarmi solo. Guardo fuori attraverso i vetri del balcone. Anche questo Natale con la pandemia sta passando. Il silenzio sembra avvolgere ogni cosa. Non ci sono scoppi di botti lontani come è costume nella mia città di origine.

Il silenzio abita quotidianamente le nostre relazioni; costituisce la nostra personalità più delle parole. La conoscenza razionale non ci fa da sola comprendere le zone oscure e inesplorate. Serve l’empatia dei semplici e degli umili per illuminare le prigioni di fortezze inaccessibili e chiuse ad ogni comprensione. Guardo mia madre. Quasi nascosta sotto le coperte. Una mano e la fronte appaiono. Io mi corico vestito a fianco a lei, sulle coperte. La scopro un poco. Ha gli occhi chiusi.

Passa un po’ di tempo. La luce è molto fioca. Leggo dei versi di Emily Dickinson.

“Sono venuta a comprare un sorriso – oggi – appena un sorriso solo.

Il più piccolo sul vostro viso – andrà benissimo.

Quello che nessun altro rimpiangerebbe – tanto piccolo nell’accendersi –

Signore – sono qui che prego al banco – se aveste agio di vendere…”

Li ripeto un paio di volte. Muove la mano verso di me. Appena un cenno. La tocco leggermente. Poi lentamente a memoria alcuni versi di Antonia Pozzi.

“Vorrei che la mia anima ti fosse leggera – come le estreme foglie dei pioppi, che si accendono di sole, in cima ai tronchi fasciati di nebbia.

Vorrei condurti con le mie parole per un deserto viale, segnato d’esili ombre …

Vorrei che la mia anima ti fosse leggera, che la mia poesia ti fosse un ponte, sottile e saldo, bianco – sulle oscure voragini della terra”.

Mi stringe la mano, in modo appena percettibile. “Solo una mano d’angelo potrebbe offrirmi la concavità del suo palmo, perché vi riversi il mio pianto” (Alda Merini). Sì, mi stringe la mano.

Sono stanco, mi assopisco e mi risveglio, le parole si perdono, si confondono… le pronuncio a fatica… “Non c’è giorno che ritorni, non due notti uguali uguali, né due baci somiglianti, né due sguardi tali e quali”. Sento la sua mano che mi stringe (Wislawa Szymborska). “Sono venuta a comprare un sorriso, appena un sorriso” Ripeto questo verso. Scorgo un lieve sorriso. Continuo, mescolando versi e immagini in un lungo dormiveglia. Lei comprende, mi comprende.

“Pont Corse” by Mathieu Galoseau is licensed under CC BY-NC 2.0

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