L’ACROBATA CIRCASSA

270139474_321431683195464_915096768130387551_nPEE GEE DANIEL

E alla fine arrivò il circo. Come sempre. Di anno in anno. All’incirca nel medesimo periodo.
Era la stagione in cui le foglie in un istante, da verdi e carnose che erano, avvizziscono gialle e friabili come una galletta lasciata troppo tempo all’aria, quand’è che il sole assume la freddezza di un lampadario appeso al plafone di un tinello tinteggiato di celeste, i rondoni sfrecciano a meridione e i gonnelloni delle signorine a passeggio tornano o coprirne le caviglie.
Si udì il rombo improvviso di un immenso cuore rimbombare per le strade. Io, che al solito stavo sfacchinando nel retrobottega di Boe, ebbi un violento sussulto. A seguire, una tromba che nasalizzava un’alta nota perentoria e schiamazzi e battimani, tutto a comporre una chiassata che mi fece correre in strada, quando, dallo scampanellio della porta d’ingresso, intuii che già Boe mi aveva preceduto con la medesima intenzione.
La strada maestra era invasa da una fiumana di circensi che annunciavano l’apertura degli spettacoli il pomeriggio stesso. Pachidermi pavesati a festa sbandieravano nell’arietta ormai frizzante di quel fine settembre le loro enormi orecchie, preceduti dalla grancassa e seguiti da un’orda sfavillante di giocolieri, sputafuoco, pagliacci dai piedi piatti dentro le scarpe fuori misura, baiadere dalle cosce toniche e il passo elastico, e dietro ancora quadriglie di cavalli arabi, mustang, frisoni dai lunghi crini pettinati per il dressage, e ruggenti fiere ingabbiate trainate da muli dalla mesta cavezza mantenuta rasoterra, scimpanzé che spipacchiavano lunghi sigari marroni, vestiti come parodie di milionari in vacanza, con le loro bombette lucide, i panciotti da cui pendevano le catene similoro degli orologi da taschino e sgargianti garofani rossi infilati nei baveri, in chiusura il direttore, dalla tonda testa turrita con un cappellone a cilindro che ne elevava la statura complessiva di almeno un terzo del totale, con larghi baffi fulvi e spioventi e una giacca rossa come il culo di un babbuino ricoperta di alamari e galloni, impegnato a imbonire le due ali di folla che schiumavano i relativi marciapiedi attraverso un megafono d’ottone.
Ma, in mezzo a tutto quel favoloso dispiego di arti varie, ciò che da subito colpì il mio occhio pigro fu lei, l’acrobata, ritta sulla cima di un palo appoggiato sulla spalla muscolosa di un grosso tizio in costume leopardato. La carnagione opalina della ragazza rifletteva la tiepida luce del mezzogiorno come uno specchio tirato a lucido, i serici capelli, srotolati sin sotto le natiche a guisa di pudico velo, restituivano gibigiane bluastre anche al più impercettibile movimento, i suoi occhi, per quanto dai miei distassero una decina di metri abbondante, erano talmente grandi da mostrare il diaspro che ne contornava le pupille verde come giada. Portava un abitino succinto che, fingendo di coprirlo, dava a vedere gran parte di quel suo corpo statuario, slanciato e snello, tenuto in equilibrio sulla punta del pilone dal ricorso all’ombrellino sfrangiato che reggeva in pugno, mentre dalle labbra tumide e pallide, trattenuto da quei denti che rassomigliavo in cuor mio a due file di perle perfette, pendeva un cucchiaio da minestra, nell’incavo del cucchiaio, in periclitante bilico, un uovo, non so se sodo o fresco, e sopra la sommità di quell’uovo sembrava esserci adagiata l’intera volta celeste, che l’acrobata dava l’idea di sorreggere con la leggiadria di una graziosa divinità.
Quella visione si aggrappò alle laboriose rotelle della mia immaginazione per tutti i giorni appresso. Quando riuscii a racimolare abbastanza, tra paga del sabato e le scarse mance, mi accaparrai un biglietto per godermi in prima fila lo spettacolo che, i giorni prima, avevo sbirciato di nascosto tra gli interstizi del tendone.
Là dentro non ebbi occhi che per il filo non più spesso di un pollice teso come un cantino tra due tiranti: era quel cavo che le punte dei suoi piedini nudi e torniti percorrevano avanti e indietro, spiccando i voli di una scattante farfalla una volta giunte al suo centro e riatterrandovi poi sopra col rimbalzo.
Lei, lassù, come un angelo impastato di luce e di quello stesso filo di refe con cui Domineddio ha materiato le nuvole, a distanze siderali da me, figlio della merda al suo diafano confronto, con questa mia pellaccia olivastra, di immigrato dalle tasche buche, magro come un culo di cane, basso e triste, infossato in una poltroncina di velluto col mio largo naso camuso puntato verso l’alto, la bocca aperta come ad attendere che qualcosa di lei, la più infima particella, una stilla di sudore, uno schizzetto di saliva, mi ci cascasse dentro.
Le sue gambe erano lunghe e precise come compassi, sebbene sagomate sul modello di un’antica scultura, di quelle che, ricavate dal marmo più candido, ritraevano le supposte fattezze della dea un tempo posta a guardia dell’acropoli. Le braccia aperte erano un bilanciere fabbricato con una chiara polpa premice e appetitosa. I suoi seni, più di tutto il resto, sfidavano la legge di gravità, svettando in cerca di quel cielo ascoso sopra il soffitto di tela cerata. I capezzoli, come due occhi curiosi, spingevaro contro la pettorina inamidata.
Ci smaniavo, notte e dì, al lavoro come in pausa. Altri pensieri non tenevo, nessun altro desiderio se non quello di coprire provvidenzialmente quella distanza incolmabile che ci separava.
Come avevo spiato a sfroso gli spettacoli del pomeriggio eseguiti per un pubblico pagante, così cominciai a fare con gli spettacolini privati che ella dedicava al proprio amasio, dopo il lavoro.
A colmare le sue solitudini c’era quello stesso Uomo Proiettile che, in scena, se la portava via a fine-numero, sparato dal vivo di volata di un cannone a stelle e strisce puntato dritto verso di lei, per accoglierla tra le possenti braccia e ricondurla al suolo al termine di un articolato svolazzo a iperbole. Una volta spogliatosi della tuta iridescente, si ficcava nella sua roulotte dove, in un accoppiamento inedito, che trascendeva i numeri proposti in cartellone, si davano da fare con equilibrismi inusitati e francamente improponibili in faccia a una platea composta per la gran parte da famiglie.
Io li osservavo, zitto zitto, protetto dalle tenebre, facendo capolino da dietro il tronco del grosso rovere la cui fronda lambiva il tettuccio della sua casetta viaggiante, col ciglio umido e la patta delle braghe gonfia.
Finché, finalmente, una sera mi capitò di intercettare la situazione giusta e inaspettatamente proficua per le mie carenti timide risorse.
Capii fin dall’inizio che qualcosa non quadrava, quando ancora mi inoltravo nel boschetto che divideva il borgo dalla collinetta su cui avevano piazzato il circo equestre a tre piste. A sovrastare il rumore dei miei passetti cricchianti sopra il tappeto di foglie morte uno strano vocio. Erano loro, l’acrobata e l’Uomo Proiettile, a discutere animatamente. Era la prima volta che mi era dato di ascoltare la sua voce. Anche quella mi incantò, malgrado il tono trafelato: era la voce di un soprano, insufflata fuori dalle cavità di quel suo petto tosto e florido.
Dal poco che orecchiai, la causa dei miei sdilinquimenti accusava il suo uomo di averla tradita con una delle baiadere creole che costituivano il raccogliticcio corpo di ballo del circo. Lui non negava, anzi, rivendicava alla sua prorompente virilità il diritto di spaziare tra le offerte di carne fresca che la sua buona stella continuamente gli offriva.
Uscì dal trabiccolo sbattendo la porta già di suo sgangherata, salutato da un lancio di padelle e suppellettili varie, dopo di che l’acrobata si piegò sulle puntute ginocchia, affondando la faccia tra le mani affusolate.
Esitai per qualche tempo, fermo impietrito nell’osservazione del suo struggimento, sino a quando la concupiscenza non vinse le mie titubanze, allorché mi fu chiaro che avrei dovuto cogliere quell’occasione irripetibile per dare sfogo alla mia conturbante passione (paragonabile a quella vissuta da Cristo sul Golgota piuttosto che a un gioioso libertinaggio).
Dissimulando la sovreccitazione, mi introdussi nella roulotte col cappello tra le mani. Il suo iniziale sgomento fu presto sostituito da un’incredula curiosità, mentre mi presentavo, proponendole di ripagare l’amoroso della stessa moneta.
La ragazza, non senza una certa sorpresa da parte mia, accettò senza troppi preamboli. Ovvio – ci tenne a precisare – il… fattaccio non si sarebbe svolto senza… tributi. D’altronde ogni pozzo dei desideri chiama i suoi spiccioli.
Eppoi, a ben pensarci, se persino il torvo Caronte pretende il suo obolo per traghettare le anime dannate da una sponda all’altra, quanto mai sarebbe dovuta costare l’estasi paradisiaca che coricarmi con lei mi avrebbe senz’altro suscitato?
Anzi, in quest’ottica, il prezzo che mi comunicò, prima che i nostri corpi si congiungessero, suonava sin troppo conveniente.
Pari pari a una delle tante copule trasognate nelle ultime notti, umettate da incontenibili polluzioni finali, io, uno scricciolo nero, a cavalcioni delle di lei albuginee forme, come una mosca affogata nel latte, le montai finalmente addosso.
Il mio corpo stortignaccolo non misurava che due terzi del fisico flessuoso che mi stava sotto.
Per quanto mi sforzassi di prolungare quel momento beato, le troppe fantasticherie che, nell’attesa, ci avevo fatto intorno lo fecero concludere in fretta.
Mentre ancora finivo di riprendere fiato steso con una gota schiacciata contro la prominenza dei suoi seni, quella già sfregava tra loro le prime tre dita della mano destra come un sollecito di pagamento.
La informai che ero uscito a tasche vuote e che, giusto il tempo di rincasare, sarei tornato con quanto stabilito. Sparii con una tale rapidità che non le lasciò neppure il tempo di obiettare checché.
Avrei anche potuto fare il furbo e darmela a gambe come un qualsiasi cliente insolvente. Mi convinse a onorare l’accordo il pensiero che altrimenti avrei pagato l’onorario con la ben più cocente moneta della pietà e del disprezzo.
Nel retrobottega di Boe, dov’era sistemata la mia branda, raggranellai tutto quanto trovai in cassa. Mi ripresentai in quella ch’era stata la nostra recente alcova. L’acrobata era ancora sdraiata sul suo letto di fortuna con uno sguardo assonnato che si ravvivò quando le puntai la doppietta addosso. L’avevo caricata con le monetine che avevo fatto su in negozio. Era così che l’avrei ripagata per lo spicchio d’amore concessomi. Nessun altro l’avrebbe avuta dopo di me. Quella era l’unica maniera di garantirmelo.
Feci fuoco. Una gragnola scintillante invase l’aria, come un galoppante nugolo di moscerini dorati, tal quale alla pioggia che irrorò il fracoscio di Danae, sino ad attingere il suo bel viso stupito. Fatto questo rivolsi l’arma contro di me, stavolta caricata a più dozzinali pallini da caccia. Posai il sottomento sul buco della canna e tirai il grilletto.
Volevo pedinarla anche nell’oltretomba, subito, senza tentennamenti. Lei spedita dritta all’Empireo, tra le schiere di angeli suoi simili. Io sprofondato negli inferi. L’unica consolazione, quando già la mia anima stracciona si staccava dal suo macilento involucro, era che per l’eternità l’avrei potuta osservare da sotto a sopra, lontanissimi, come sempre eravamo stati, fatta eccezione per quel fulminante amplesso. L’avrei osservata a naso insù e bocca aperta percorrere un filo teso tra le nuvole, avanti e indietro, i miei occhi fissi sull’asterisco carnicino del suo ano, collegato dalla linea del perineo alla rosea conchiglia della vulva, come una piccola costellazione formata da quelle due attraenti stelle binarie.

ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA

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