MATERNITÀ E RETORICA DELLA CONTROMATERNITÀ

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SILVIA D’AUTILIA

Tra alcune militanti dell’emancipazione femminile, da tempo e con sempre maggiore frequenza negli ultimissimi anni, viene portata avanti l’idea di doversi definitivamente liberare dalla sovrapposizione tra donna e madre, o meglio dalla finalizzazione di una donna nel ruolo di madre. Sebbene, di fatto, i loro traguardi siano stati da un pezzo già raggiunti e non tanto grazie alle loro battaglie, ma a causa di un sistema politico-economico che di per sè già incentiva questo obiettivo, non si capisce sia nel merito che nel metodo cosa vadano rivendicando di concreto.

Lo scorso giugno Lilli Gruber interviene al podcast del Corriere della Sera “Dialoghi sulla maternità” spiegando che l’identità femminile non viene attestata e confermata dal desiderio di fare un figlio, né tantomeno dalla gestazione o dal processo di crescita e accudimento del bambino. Sempre secondo la Gruber, ricorrere alla maternità come a una sorta d’illuminazione esistenziale produrrebbe un pessimo servizio alle donne, anche perché lo stesso ragionamento non si applica agli uomini. Poco più di un anno prima, anche la cantante Emma Marrone ha espresso posizioni simili in un’intervista al Messaggero. Ha dichiarato: “La maternità non è un obbligo. Ognuno ha il suo percorso. Può succedere che una donna voglia dedicarsi a se stessa. E poi anche l’età delle madri è cambiata. (…) Oggi le donne studiano, viaggiano, sono indipendenti. Difficile trovare uomini che accettano questo (…)”

Di fronte a queste e simili altre affermazioni a stupire è la decontestualizzazione totale in cui vengono pronunciate. In un momento storico in cui la libertà di non procreare è non solo ampiamente legittimata senza bisogno di alcun giustificativo, ma anche materialmente sostenuta dagli ostacoli sociali sempre più onerosi – come tra l’altro attestato dal crescente calo nascite degli ultimi anni – sentire donne che si fregiano del coraggio di aver detto no alla maternità fa sempre venire un certo sorriso. Sia chiaro, non è minimamente in discussione questa decisione in relazione alla propria vita personale o di coppia, ma in relazione a un’aggiuntiva, stonante e fuori luogo retorica dell’indipendentismo e della liberazione dall’obbligo della maternità.

L’excusatio non petita della giornalista di La7 avrebbe ragion d’essere in un clima culturale di stampo ancora marcatamente cristiano-conservatore in cui il concetto di madre completa e determina quello di donna; mentre è evidente che, in una società come la nostra, non solo questo determinismo non esiste, ma è anche considerevolmente inibito sul nascere. Ad oggi le condizioni del lavoro hanno visto una tale crescita della precarizzazione, dell’incertezza e dell’instabilità che le parole della Gruber, più che simbolizzare una libera scelta già assolutamente praticabile, rappresentano piuttosto il suggello e l’avallo all’aut aut carriera o figli già palesemente imposto dal sistema.

La contraddizione è inoltre duplice se si considera che nello scenario mediatico queste posizioni vengono spesso spacciate per battaglie di emancipazione, quando in realtà, facendo della maternità un antagonista del successo professionale, riportano indietro qualitativamente di molto le lancette delle rivendicazioni femminili. Non capita raramente che, alle prese con dei colloqui di lavoro, piombino addosso alle candidate – o in formato questionario o in modalità domanda diretta –  gli attesi quesiti sull’intenzione di cercare una gravidanza, sul bisogno di particolari concessioni dovute alla maternità o addirittura sulla presenza già in essere di figli. Il problema naturalmente non è dare queste informazioni a completamento del proprio profilo personale, ma riflettere sulle ripercussioni che queste hanno nella fase valutativa e di scelta della risorsa. Senza tanti giri di parole e senza nascondersi dietro ai finti discorsi delle pari opportunità, attualmente nel nostro Paese, fare o voler fare dei figli non è affatto un valore aggiunto, ma un’amputazione alla pienezza delle performances che una donna potrebbe assolvere, come del resto ben fanno intendere anche le parole della Marrone. Dunque, che questa situazione, anziché denunciata, venga infiocchettata con slogan e inni alla libertà dalla maternità da parte di donne, le cui affermazioni possono avere un’ampia risonanza pubblica, è assolutamente distopico quando non del tutto ipocrita.

       Per non toccare poi il tasto “giovani”. Oggi il connubio giovane donna – maternità è a tal punto eccezionale che a essere sacrificata è inevitabilmente la dimensione della formazione e del percorso professionale. La crescente precarietà con cui il mondo del lavoro accoglie neodiplomati e neolaureati, rinominata e imbellettata nel vacuo concetto di ‘resilienza’, è di fatto un invito ad assuefarsi a uno stile di vita costitutivamente instabile e incerto. Dalla crisi economica del 2007-2008 ai giorni più recenti, la dequalificazione dell’offerta lavorativa si è politicamente tradotta in un imbarazzante e incalzante invito a rimboccarsi le maniche un po’ di più e a lamentarsi un po’ di meno. Insomma, oltre al danno la beffa, se si considera che il presupposto di questa filosofia dell’adattarsi a qualunque costo è la deresponsabilizzazione complessiva del sistema da una parte e la colpevolizzazione del singolo per non aver saputo raggiungere traguardi grandiosi dall’altra. Anche la formazione si è talmente trasformata in un addestramento continuo alla competenza e all’abilità che non raggiungere questi obiettivi fin dai primissimi anni scolastici significa guadagnarsi ragionevolmente l’esclusione dall’agonismo del merito. Quelli che insomma vengono spacciati per processi di autoaffermazione e autodeterminazione dipendono strettamente dalla tua bravura e dalle tue capacità, e invece mai dalle condizioni che il contesto sociale e politico-economico ti offre o ti nega per conseguirli.

Da qualche anno – e a ogni 8 marzo viene riproposto con maggiore diffusione – circola su Internet un meme nel quale una piccola bambina tiene in mano un cartello che recita: “Non voglio essere una principessa, voglio essere un CEO”. Sciogliendo l’acronimo CEO in Chief Executive Officer, ovvero Amministratore Delegato, è possibile comprendere l’insieme di significati che il messaggio vuole trasmettere. Se per un verso viene rifiuta la dimensione della favola in cui la figura del principe arriva a salvare dalle avversità della vita la principessa, non lasciando così alcuno spazio all’autonomia e all’intraprendenza femminile; per un altro verso, proprio in virtù di questa autonomia, si rivendica l’ambizione di raggiungere i massimi livelli professionali, secondo quel che per “massimi livelli” la politica economica ha impresso nell’immaginario comune. Peccato che nessuna di queste due opzioni risponda alla sola vera urgenza di una robusta rete di garanzie minime come prerequisito dell’effettiva possibilità di autodeterminazione. Al contrario, si invita la nuova donna invincibile e indipendente a puntare sino all’apice della carriera perché è attraverso la propaganda del successo che si innesca la competizione tra chi sta in basso e si individua chiaramente chi non è stato in grado di fare abbastanza per questo scopo.

In continuità con quest’ultimo punto è la riflessione sul ruolo del corpo, che rispetto al macrotema della maternità è spesso considerato con superficialità, benchè gravitino nella sua orbita numerosissime questioni. In una società sempre più votata al culto della prestazione, dove anche l’estetismo dei corpi concorre alla gara dei risultati, la corporeità di una neomamma parte così in svantaggio che la fase immediatamente successiva al parto coincide tout court ad una corsa contro il tempo per il ripristino rapido e indolore della precedente forma fisica. Il vortice di post e interviste di donne dello spettacolo che, a tre mesi dalla nascita del figlio, sono come nuove, anzi persino migliori di prima fa ancora una volta interrogare sul bisogno di superare e rifuggire quanto più velocemente possibile questo evento, ovvero i suoi postumi fisici, da parte dei nostri sistemi sociali e culturali. È un corpo diverso, trasformato e segnato. Il dramma che molte donne vivono è quello dell’irriconoscibilità di sé, del timore di non essere più abbastanza per gli stereotipi in cui sono immerse: è un corpo che ha avuto l’onore di ospitare l’altro, ma a patto di un cambiamento irrevocabile della sua vecchia immagine e impronta. È una condizione di ambivalenza estrema: l’accoglienza più cara e viscerale è costata una trasformazione irreversibile. Eppure quasi mai capita di vedere media e giornali discutere del tema con la stessa enfasi con cui si celebra il bello e il tenero della maternità, nonché il celere, eccellente e performante ritorno in carreggiata della neomamma.

Un ulteriore faticoso percorso di consapevolezza riguarda l’accettazione di un nuovo modello di comportamento e condotta col quale i neogenitori devono fare i conti: dal momento in cui il bambino viene al mondo, il genitore contrae l’impegno progressivo all’esemplarità. Si dice d’altronde che non c’è migliore forma di educazione dell’esempio. Il comune sentire associa alla genitorialità concetti totalizzanti quali amore assoluto, presenza assoluta, cura assoluta e così via. Tutti valori da cui i futuri genitori si trovano investiti sin dal momento in cui scoprono di aspettare un bambino e in quest’ottica, già la gravidanza di per sé viene vissuta con il timore futuro di non essere sufficientemente all’altezza. Il bisogno di avvicinarsi quanto più possibile a questi canoni e modelli di comportamento condiziona di molto la passata plasticità e flessibilità degli atteggiamenti, delle parole e dei gesti. Intendiamoci, genitorialità non è sinonimo d’ineccepibilità né lo deve essere, ma non si può negare la tensione costante verso questo miraggio che quotidianamente tallona il genitore. È in questo senso che non c’è paternità o maternità svincolata dalla continua messa in discussione del proprio sé e non solo per il bene della relazione diretta con il figlio, ma soprattutto, consciamente o inconsciamente, per rispondere a quelle aspettative di ordine sociale e culturale riposte nella figura genitoriale.

Questo scarto tra quel che un genitore fa e quel che di migliore sa che potrebbe sempre fare è probabilmente l’aspetto più critico e lacerante del problema: è un tema che sottende forme di ansia da prestazione non minori e non diverse da quelle relative alle performances personali e professionali. Peccato che solo raramente, nei linguaggi della clinica e dell’informazione, nelle trafile di diagnosi e problemi legati alla relazione genitori-figli e alle dinamiche famigliari, venga indagata anche l’eziologia sociale del problema, ovvero quanto la situazione politico-economica da una parte e il carico emotivo di responsabilità dall’altra impattano oggi sulla genitorialità. Naturalmente non sono elementi sconnessi tra loro, ma pagine complementari dello stesso foglio: quanto minore è il benessere economico tanto maggiore è l’ansia di essere genitore; quanto minori sono le garanzie professionali e contrattuali tanto maggiore è la speranza di non far mancare nulla figlio. Se si perde di vista questa imprescindibile connessione tra i due volti del problema e se si omette di problematizzare l’essere genitori in un’ottica inevitabilmente storica e sociale, non ci potrà essere alcun dibattito onesto sugli oneri e gli onori che l’arrivo di un figlio comporta. E poiché mai come di questi tempi prolifera una certa retorica della contromaternità in termini di libertà, valore e coraggio, allora se proprio vogliamo parlare in questi termini e per non lasciare ingiudicata questa tendenza, è opportuno intervenire, rivederne la narrazione e ammettere con realismo che la vera temerarietà oggi è decisamente l’opposta: ovvero trovarsi a un certo punto della vita, per caso o per volontà, nonostante i dubbi e le difficoltà, a dover rispondere della propria genitorialità.

Foto di João Paulo de Souza Oliveira da Pexels

           

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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