ODYSSEUS

273047732_731270227855982_7125503655774396497_nPEE GEE DANIEL

Come sapere quale sia la terra cui appartieni?

La tua terra è quella in cui sono seppelliti i tuoi morti.

Questo mi hanno insegnato. Queste parole ancora mi riecheggiavano dentro le orecchie, più potenti del rombo dei venti, più altisonanti del rollio delle onde che sconquassavano le murate della nave, mentre era proprio alla mia terra che facevo ritorno. Anche se ciò che mi spingeva a veleggiare cercando con occhi frementi laggiù verso il lontano orizzonte il profilo increspato dell’isola che mi era casa non era l’intento di onorare chi giaceva sottoterra e la terra ingrassava.

Non era questo a mordermi dentro tanto forte.

Erano i vivi a chiamarmi a loro.

Coloro che mi ero lasciato alle spalle al momento di salpare per la guerra così tanti anni prima che neppure mi ricordavo bene che faccia avessero, e che confidavo di ritrovare ancora in salute.

Il vecchio padre, la giovane sposa che avevo reso donna e madre poco prima di partire, il figliolo per la salvaguardia del quale avevo interrotto la mia finta pazzia.

Era verso di loro che facevo rotta, a bordo di un’imbarcazione macilenta, ultima superstite di una flotta gloriosa.

Me li ero gettati alle spalle come si trattasse di un peso o di inutile cianfrusaglia.

Avevo preferito seguire i camerati che mi spronavano all’avventura, che mi fornivano il pretesto per abbandonare il talamo nuziale ancora umido, il capezzale paterno, la culla del mio discendente con l’alibi, nobile quanto fasullo, di una guerra da compiersi su terre ignote, di una vittoria da riscattare contro genti il cui nome sentivo pronunciare per la prima volta.

Erano stranieri. Erano barbari. Tanto bastava.

Allontanarmi da mia moglie per riportare alla casa legittima quella di un altro. Rinunciare alla crescita di un figlio.

Ne barattai le braccine stente e sottili che mi circuivano il giro del collo, accompagnate da un sussurro: «Padre!», con i bicipiti gonfi e venosi del nemico che mira a decollarti di netto con un colpo di scure ben assestato, con i peana strillati dalla schiera degli opliti per incutere timore nei cuori di chi fronteggiano, subito prima che lo scontro abbia inizio.

Ho controbilanciato la consolazione placida del focolare domestico, le attenzioni da prestare e da ricevere, il rasserenante scorcio della terra natia con peripezie mortali, lotte corpo a corpo, amori rapidi e furiosi, luoghi remoti da esplorare, da cui venire accolti o da cui difendersi.

Chissà poi, sulla ligia basculla dell’esistenza, quale dei due piatti avrà più peso…

Moglie, chi avrà mai tentato di scaldare il posto che ho lasciato nel letto accanto al tuo? – mi chiedeva a vuoto mille volte e mille ancora – E, nel caso, gli avrai resistito fino in fondo o, a lungo andare, avrai scelto di cedergli, proprio come anche la più inespugnabile delle roccaforti si fa vincere da uno stratagemma sufficientemente abile?

Figlio, chi ti avrà poi insegnato a tendere un arco e scoccare la freccia dritta al cuore della preda un attimo prima che sgroppi e corra via? Chi ti avrà spiegato al posto mio quando tirare le reti, perché già abbondino di pesci, senza però aver raggiunto un carico eccessivo, che le straccerebbe nell’attimo stesso di trarle alla barca? Chi ti avrà mostrato come si solcano i mari e si dominano, senza permettere loro di sopraffarti?

Mancava un soffio.

Una bava di vento.

Un alito che tirasse dalla superficie del mare e mi sospingesse un po’ più in là, ancora un po’, perché la mia mano, cotta dal sale, tagliata dalle cime, afferrasse il primo appiglio che le si offrisse, per attraccare infine, e far ritorno alla mia terra, che più che terra sono pietre. Per rimettere piede sul mio reame di sassi e ghiaia, dopo dieci anni di guerra e altri dieci per ritrovare la via che mi riconducesse al porto d’immatricolazione.

Io, figlio di Laerte, padre di Telemaco – urlavo dentro l’urlio impetuoso del mare tutt’attorno.

Io, re di Itaca, avanguardista a Troia.

Io marinaio, io naufrago.

Io, l’uomo dal multiforme ingegno.

L’eroe baciato dalla luce del giorno, il mariolo che sgattaiola nella notte illune.

Sono il seduttore e il sedotto.

Sono colui che discese agli inferi e ne riemerse indenne.

Sono l’eroe e sono l’uomo.

C’è chi mi dice figlio del figlio di un dio.

Sono colui che comanda e domina. Colui che si vede in balia dei capricci del fato.

Sono tutto e tutti. E sono Nessuno.

Io sono Odisseo.

Io sono Ulisse.

E proprio qui è dove termina il mio lungo viaggio. Donde è partito. Una lingua di terriccio brullo che si inoltra a mollo nell’acqua. Quasi indiscernibile tra asciutto e sommerso, tra terraferma e l’abisso.

Poggiai la pianta nuda dei miei piedi martoriati dalla salsedine su quella mescola di sabbia e sentina e tirai il fiato.

La terra è paternità. È brulla, è arida, è riarsa. Scontrosa, cede alle lusinghe solo dopo lunga fatica.

Ti concede i propri frutti a patto che te li sia meritati pienamente.

Lavorarla ti fiacca e ti prosciuga.

E nell’ora in cui sarai solo più un corpo privo di respiro, sarà già pronta a ricoprirti, fagocitarti, impastarti dentro di sé, nuovo alimento per le sue ancestrali digestioni, calde e umide, proprio come quel proto-dio che ingoiava la sua stessa prole appena nata, viva, scalpitante, e attendeva che le sue carni la assimilassero.

Carne nutrita dalla carne della propria carne.

Sebbene lo raffigurino con barba canuta e possenti spalle da atleta, il mare invece è madre.

Laggiù, nelle sue inconoscibili profondità, la vita crebbe e propagò, come coltivata dentro un brodo salmastro e primigenio o tra i nutrienti sughi di un immenso ventre di donna.

Immersa nei suoi ribollii la vita ha trovato sfogo, frammentandosi in una varietà di forme insolite, molte delle quali abbandonarono le masse equoree, emergendo carponi per colonizzare le terre emerse e brulicarvi. Il mare lo portarono insieme a loro, preservandolo dentro di sé, come un’oscura origine che preferissero nascondere agli occhi del mondo.

Proteggiamo questo mare che ci onda dentro anche quando attraversiamo lande desertiche che tutto prosciugano, anche quando percorriamo le abbacinanti distese innevate che tutto ghiacciano. Se questa scorta di mare di cui ci facciamo custodi langue e si dissipa, noi stessi ci dissipiamo con essa.

La donna è ancor più marina che il suo maschio. Sa di mare quando ti spalanca le proprie voglie. Sa di mare quando cambia il proprio sangue. Si fa mare per lasciarsi galleggiare dentro il feto che si svilupperà in uomo, trascorrendo nel suo seno tutte le tappe che da avannotto ci videro trasmutare in animali aerobici.

Perché la madre è mare. Il mare è madre.

Ma il mare è anche femmina: tenace, voluttuosa, volubile, annegosa, capace di sfuriate terribili e uterine. Uno spirito versato alla vendetta lo agita.

Se ci sai fare, permette che il tuo scafo penetri le sue carni mutevoli, ti si concede, mentre l’onda che la chiglia suscita si arriccia intorno alla prora lattea, schiumosa, crespa come riccioli di burro che ceda e si squagli sotto la punta del coltello. Ma bada bene, il suo gradimento è mutevole: basta una disattenzione, basta non dargli il giusto conto, e il mare è già pronto a fare brandelli della carena che manovri, di te e dei tuoi compagni per inghiottirti con le sue labbra liquide, trascinarti al fondo e, una volta là, darti in pasto alla sgargiante miriade dei suoi figli pinneggianti.

E se già da subito cercherai di importi, se anche solo sospetterà che sia tu a volerlo dominare, anziché assecondare con prudenza le sue bizze, il tuo fallimento è già segnato…

Perché se anche tu sei figlio suo, sei però un figliol prodigo, di quelli che ne spuntarono fuori, preferendogli un ambiente asciutto e inospitale. E il mare questo lo ricorda. La sua memoria è formidabile, abissale. Se ti riaccosti all’antica madre devi farlo a capo chino, sempre conscio dello sgarbo che i tuoi ancestri le fecero, salutando lei per abbracciare il padre Terra.

Quando torni al mare devi farlo con circospezione, con la cautela di chi sa di essere in torto.

Il mare vuole rispetto e ancora stenta a perdonare quell’abbandono originario.

E il mare sotto sotto sa che tutte le volte che l’uomo ritorna lo fa non già spinto da sentimento filiale. Semmai seguendo un proprio tornaconto: per approfittare delle sue pescose riserve, allo scopo di cibarsene e assicurare un pasto ai propri cari o con l’intento di lucrarci, o ancora per tagliare dritto tra due terre ovviando così a una difficoltosa traversata tra rupi e selve.

Per un’epoca interminabile l’uomo osò neanche più bagnare il piede oltre la battigia, temendo che il rancore di quella genitrice rifuggita non si fosse ancora placato.

Per primo mio padre, Laerte, forte dei propri sodali, colse la sfida. Lui e gli altri, capeggiati da Giasone, primissimi solcarono i pelaghi dalla Tessaglia alla Colchide e ritorno, a bordo di una piroga lunga seicento piedi, ricavata da un unico tronco d’albero che, ancora astato e frondoso, pareva solleticare la pancia dei cieli.

E dopo loro noi, la generazione successiva, tornammo a percorrere il mare adagiati su un legno, un elemento e una materia così alieni l’uno all’altra, a lottare una volta ancora contro la grande madre, contro la grande femmina.

A insediare nuovamente questa vulva sconfinata donde aggallano candidi tori, che innamorano col loro sguardo bovino fanciulle inghirlandate e regine smaniose, e serpenti dalle spire gigantesche, che sotto i miei occhi stritolarono Laocoonte e la sua prole, lui colpevole solo di avere la verità in bocca. Ho ancora in testa lo stridio che fecero le loro ossa, impugnate sino allo spappolamento dalle lunghe code anguinee. Il volto del vecchio dilaniato dal dolore, gli occhi strabuzzati dalla fosca meraviglia, la bocca aperta, digrignata, incapace di emettere il più flebile lamento…

Queste acque salse e schiumose, che affondano galere e pescherecci con le loro mani invisibili, li tirano giù fino ai fondali tumultuosi per farne qualcosa di nuovo e di strano. Acque che danno protezione a mostri mangiauomini, come quelli che, appaiati, ci trovammo ad affrontare tra Scilla e Cariddi.

Se la terra è padre, è il padre che ti adotta e ti cresce. È il cielo il padre che ti genera, per rifiutarti un attimo dopo.

È del cielo il potere generativo.

Dal cielo si racconta che si sia schiantata per la prima volta la vita. Un brulichio di minuscoli esserini incapsulati dentro una piccola roccia piovuta giù dal crepitante stellato notturno, così come il seme del maschio informa il ventre della femmina.

Quelle molecole di vita, inabissate nei profondi oceani ribollenti e limacciosi devono aver dato corso all’esistenza di tutti i futuri viventi, proprio come il seme feconda il ventre.

Il cielo è il padre naturale, che conferisce la vita e poi si nega, sfuggente, inafferrabile, nascosto tra le coltri, al pari di quegli dei che tra le cateratte celesti si celano.

La mia terra fu Laerte.

Il mio cielo fu Sisifo.

ENDOXA - BIMESTRALE LETTERATURA NARRATIVA Senza categoria

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