PATER NOSTER

13386604684_84aa9bc1a0_bFABIO CORIGLIANO

Nel suo Vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Émile Benveniste pone un netto accento sulla denominazione della paternità: in sintesi, si può ritenere che appartenga all’indoeuropeo comune la traslazione del legame paterno dall’uso “fisico” a quello mitologico e poi divino. Mentre nelle lingue indoeuropee l’appellativo di padre non ha una stretta connotazione biologica (mio padre), in quanto può indicare tanto il dio supremo delle religioni politeiste, quanto l’unico Dio in quelle monoteistiche (Padre nostro), in quelle extraindoeuropee invece la paternità indica una relazione individuale e personale, biologica. Ne è un esempio l’aneddoto riportato dallo stesso Benveniste di un missionario, che giunto nel Pacifico occidentale, nel tentativo ecumenico di tradurre i Vangeli, non è riuscito a far comprendere alla popolazione il senso del Pater noster, dal momento che nessun termine melanesiano corrispondeva alla connotazione collettiva di Padre.

A tal proposito, lo stesso Giuseppe che viene celebrato il 19 marzo quale patrono della festa del papà, non è che un padre putativo, e il rapporto di discendenza figliale del medesimo Gesù da Dio fa parte dei dogmi della Chiesa, con il che, in estrema concretezza, e quasi banalizzando una questione molto più complessa sotto il profilo teologico, Gesù ha una mater certa, Maria, un padre putativo, Giuseppe, e un Padre Onnipotente, Dio. In ciò, se vogliamo, la figura di Gesù si fa ancora più umana: ciascuno di noi ha una madre indubitabilmente certa e un padre che non è mai certo, come recita il brocardo latino.

Ma non è questo il punto: nel corso dello sviluppo della società occidentale, la famiglia ha avuto un’evoluzione tale per cui la paternità ha acquisito un ruolo fondamentale e la questione dell’incertezza o della necessaria putatività ha assunto un ruolo decisivo solamente in quei casi in cui la stessa ha dovuto essere dimostrata fino a prova contraria — cosa che nessuno di noi farebbe, ove ciò non fosse necessario, dal momento che la paternità affettiva copre e in molti casi proprio sostituisce quella strettamente biologica.

Quanto all’aspetto viceversa “universale” della paternità, ovvero la sua connotazione collettiva, che è ciò che caratterizza le lingue indoeuropee, si potrebbero affrontare e proporre un’infinità di percorsi di analisi, ad esempio di natura politica e istituzionale, ma in queste poche e scarne righe la paternità collettiva che coincide con la potestà assoluta vuol essere affrontata attraverso una figura e una parola meno scontata, eppure originaria della nostra civiltà, che è quella del polemos eracliteo.

Tutti conoscono il frammento 53 di Eraclito: «Polemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi».

Polemos (la guerra, il conflitto, la contesa, il contrasto), padre e re, è inoltre, come viene spiegato nel frammento 80, comune a tutte le cose, xynon, ciò che riunisce. La giustizia è contesa, e tutto accade secondo contesa e necessità.

La spiegazione di questi frammenti, che richiederebbe molto spazio e molto tempo, anche in considerazione della quantità di letture che ne sono state date, non può essere affrontata a cuor leggero; cionondimeno, nel particolare periodo storico in cui stiamo vivendo, si potrebbero mettere in evidenza alcuni aspetti del polemos che potrebbero aiutare a schiarire almeno un elemento dell’eterna dolente attualità della guerra.

Come ha notato Giorgio Colli, il termine utilizzato da Eraclito nel primo dei due frammenti in questione per spiegare l’azione svolta da polemos, e cioè édeixe, è un “principio dell’espressione”, in quanto manifesta e rivela — definendo appunto gli uni come dèi e gli altri come uomini; gli uni in quanto schiavi e gli altri in quanto liberi. La guerra, il conflitto, insomma, rivelano ciò che è comune, e pur dividendo uomini e dèi, liberi e schiavi onde ricavare le connotazioni antropologiche fondamentali nell’antica Grecia, sono in grado di esprimere ciò che riunisce.

È questo il senso della paternità e della regalità di polemos: riunire e rischiarare, definire e connotare l’umanità, e in ciò, secondo Eraclito, bisogna proprio dire che è nostro padre (pater noster) in quanto ha a che fare con lo xynon, ovvero con ciò che ci è comune, ciò che pur esprimendo una divisione, porta a unità. Gli uomini sordi, “presenti-assenti”, che si lasciano ingannare rispetto alla conoscenza delle cose sensibili, tuttavia, non capiscono il senso di ciò che hanno in comune, quello che Eraclito definisce logos, ecco perché, evidentemente, hanno bisogno di un padre-conflitto che stabilisca (come se fosse una norma di giustizia universale) la necessaria armonia degli opposti, che rappresenta il nomos figliale.

Com’è possibile che sia necessaria proprio la guerra per poter “vedere” ciò che non risultava apparentemente disvelato in tempo di pace? Com’è possibile che (utilizzando l’immagine hegeliana evidentemente pregna di letture eraclitee) il mare abbia sempre bisogno del vento per non imputridirsi e che, fuor di metafora, gli uomini abbiano sempre bisogno della guerra per non fossilizzarsi? Insomma, per riecheggiare un noto scambio epistolare, Warum krieg?

La paternità di polemos, nonostante abbia un carattere dichiaratamente costitutivo, nel senso che fa emergere la necessaria “giustizia” delle relazioni tra gli uomini (gli uni schiavi/gli altri liberi, il che corrisponde ad una necessaria armonia secondo Eraclito), è indubbio che produca allo stesso tempo distruzione terrore e morte, ed è questo il motivo per cui, nella commedia di Aristofane dedicata proprio alla pace, Trigeo deve darsi tanto da fare per liberare la Pace (muta e inanimata) e dissotterrarla, in modo tale da sposarla e potersi dedicare alla coltivazione della terra e alla vita agreste secondo i dettami di Esiodo. L’Esiodo così poco stimato da Eraclito, che era arrivato a definirlo, ad esempio “maestro dei più”, con una connotazione negativa.

Solo trasferendo ad un’altra dimensione sostantiva il significato di polemos, e più in particolare all’armonia degli opposti che si fanno uno, xynon, come suggerisce ad esempio Werner Jaeger, la paternità e regalità possono essere riversate alla contesa di contrapposizioni che non conducono alla “guerra” vera e propria, ma rimangono per così dire confinate nel cielo dell’astrazione, rappresentando più precisamente la dinamica intrinseca al logos, che è in effetti equiparato ad un fiume che continua inesorabilmente a scorrere. In questo modo l’opposizione può essere fatta rientrare nella vita degli uomini senza distruggerla, evitando gli effetti funesti della guerra e della violenza, ai quali nessuno può sfuggire, come ricorda Simone Weil nelle sue note sull’Iliade, poema della forza.

E solo in quel caso, ulteriormente, si potranno accordare e trasformare in uno xynon le opposte posizioni di Esiodo e Eraclito, ricordando come accade nella Teogonia e ne Le opere e i giorni, che solamente in virtù dello sguardo attento delle Ore, le tre sorelle Eunomia, Dike e Eirene fiorente, gli uomini possono continuare a vivere seguendo le loro naturali inclinazioni e l’altrettanto naturale scorrere dei tempi della natura, in ricchezza e serenità.

Si tratta di un’operazione di primo acchito estremamente oziosa, se non fosse che l’incertezza originaria con la quale viene tradotto e non tradotto il termine di polemos, sta quasi a indicare l’indecisione (a sua volta originaria) con la quale il nostro mondo ha accolto, spaventato, il frammento eracliteo, quasi a non voler considerare un rimosso terrificante che si affaccia regolarmente nella storia dell’uomo, facendogli fare i conti con la sua stessa (definizione di) umanità.

Attribuire con decisione un unico significato a polemos significa prendere una posizione su un tratto caratteristico e originario della nostra stessa civiltà, significa definire quale è il genere di paternità con il quale vogliamo avere a che fare, e permette, paradossalmente, di gestire un modello di genitorialità (e di regalità) come se fosse invertito l’asse padre/figli: i figli che scelgono per padre colui che offre maggiori garanzie in ordine alla serenità delle loro stesse esistenze. Operazione non del tutto ingiustificata nell’ottica della paternità collettiva e non biologica: infatti, nel primo caso, quello della paternità collettiva di marca indoeuropea, sono i figli a scegliere il padre, mentre invece nel secondo, quello non indoeuropeo, sono sempre i padri a far discendere biologicamente i figli.

Insegnare a gestire i conflitti per produrre ciò che è comune a tutti coloro che sono coinvolti in questa arena che chiamiamo vita, è questo il ruolo di qualsiasi padre, anche del padre collettivo, padre nostro polemos, padre e re, per evitare di far ammutolire la Pace, e renderla anzi vitale e necessaria — se vogliamo, con una licenza che forse non sarebbe piaciuta a Eraclito, per provare a prenderla in sposa.

 

“Father Son connection” by moonjazz is marked with CC BY-NC 2.0.

 

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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