PRIMI PROLEGOMENI A UNA TEORIA DELL’INFERNO

INFERNOPIER MARRONE

Cosa si può dire dell’inferno che non sia già stato detto? Nemmeno che noi non ci crediamo più. Questa sfiducia in una credenza, che ha accompagnato gran parte, per quanto ne sappiamo, della storia dell’umanità, sedimentata nelle religioni, è stata la rappresentazione immaginifica del male (il luogo di elezione di coloro che lo hanno commesso) e del male che viene punito (il luogo di elezione dove il torto viene pienamente riconosciuto nel dolore eterno della pena). Per noi, addestrati da un lungo processo di secolarizzazione, tutto questo ha poco senso, se non come un esercizio archivistico e museale.

La secolarizzazione, ossia l’idea che la giustificazione di ciò che accade nel nostro mondo deve essere cercata esclusivamente in questo stesso mondo, ha investito anche la stessa teologia, l’esercizio intellettuale che si occupa delle cose ultime e del loro rapporto con il divino. Per questo si è anche parlato, proprio da parte cattolica, di de-teologizzazione del cristianesimo, intendendo il fatto che la Chiesa oramai non insiste più sulla parte dogmatica del suo insegnamento, dove il peccato originale e l’esistenza effettiva dell’inferno sono sostenute dalle Sacre Scritture come articoli di fede.

Ma chi ci finisce all’inferno? Qualcuno è giunto a sostenere che se l’inferno esiste, potrebbe essere vuoto. In effetti, se noi concepiamo il Dio della tradizione cattolica come infinitamente buono, ossia come la realizzazione del bene che non conosce alcun limite, allora la possibilità di un inferno vuoto, rimane una possibilità. Tuttavia, anche per colui al quale erroneamente questa opinione sull’inferno vuoto è stata attribuita (ossia il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar), nulla di più di una possibilità, che ha bisogno della conoscenza che deriva dallo stato di grazia divina per divenire certezza, ossia esperienza, e che quindi non può essere certo soddisfatta in questa vita.

Facciamo dunque fatica, anche se abbiamo personalmente una qualche teologia alla quale aggrapparci a credere che l’inferno esista sul serio. La paura della pena eterna da che cosa è stata surrogata? Non credo sia possibile dare una risposta generale e tanto meno universale, se non altro perché questo aspetto della secolarizzazione, l’idea che l’inferno non esista, è qualcosa di effettivamente comune in Occidente, ma non sappiamo con precisione quanto questa miscredenza sia condivisa anche in altre parti del mondo, dove le tradizioni religiose sono effettivamente presenti come esperienze vissute e non semplicemente come retaggi culturali.

Nell’impossibilità di scorgere una risposta generale, cercherò di dire che cosa possa essere per me l’inferno. All’inferno ho smesso di pensare quando ero entrato nell’adolescenza, ma ho cominciato a ripensarci quando mi sono affacciato all’età adulta. Avevo smesso di pensarci perché non avevo trovato una risposta per me soddisfacente all’esistenza del male e compatibile con la presenza della divinità. Se esiste una divinità onnipotente perché esiste il male? Anche se questo è imputabile unicamente al nostro libero arbitrio e al cattivo uso che ne facciamo, non sarebbe stato meglio che avessimo qualche grammo di libero arbitrio in meno e qualche azione buona in più? Voglio dire: per un essere onnipotente non sarebbe stato gran che difficile renderci maggiormente cooperativi e più altruisti, più capaci di immaginare le sofferenze altrui e meno propensi a causarle. Schopenhauer, ripetendo Malebranche, dirà che la libertà è un mistero, intendendo il fatto che in un mondo retto dalle leggi della fisica, la libertà umana, ossia la capacità di autodeterminarci sembra essere in contrasto con tutto quando di materiale ci circonda. Magari il contrasto poteva continuare a essere mantenuto pur dotandoci di qualche sentimento di ripugnanza in più verso il male.

Ora, è chiaro che avendo iniziato a parlare dell’inferno ho eluso la domanda che darebbe un senso all’esistenza dell’inferno, ossia “che cos’è il male?”. Si potrebbe addirittura dire che parlare seriamente di inferno, o credere nell’inferno, avere paura dell’inferno e delle sue pene eterne è anche un modo per non rispondere alla domanda, accontentandoci di una comprensione intuitiva di cosa il male sia.

Ci sono però effettivamente delle circostanze nelle quali noi siamo in grado di dire immediatamente che qualcosa di male è stato commesso (mentre molte altre hanno invece necessità di un supplemento di indagine). Sembrerebbe che fare il male abbia a che fare con il provocare dolore e sofferenza, anche se non ogni volta che provochiamo dolore e sofferenza agiamo anche male. Un chirurgo che è costretto a eseguire un intervento d’urgenza in un ospedale militare dove non sono disponibili anestetici non agisce certamente operando il male, sebbene causi indubbiamente sofferenza, ma per un bene maggiore. Tuttavia, esistono delle situazioni universali dove è indubbio che sia stato commesso il male. Se io vi chiedessi se l’affermazione “è giusto torturare neonati per divertimento” sia vera o falsa nessuno avrebbe alcun dubbio a rispondere. Così, se io dicessi “in ogni universo possibile è sbagliato torturare neonati per divertimento”, questa sarebbe un’affermazione che non avrebbe nemmeno bisogno di essere esplicitamente sottoscritta. Voglio dire: l’evidenza intuitiva della falsità della prima affermazione e della verità della seconda è così clamorosamente potente da non aver bisogno di alcuna dimostrazione.

Forse ci sono in etica delle affermazioni che hanno proprio questa caratteristica: di essere percepite come immediatamente vere, come una sorta di assoluto logico, come accade per il principio di identità (quel principio apparentemente banale che afferma che ogni cosa è identica a sé stessa). La difficoltà è spiegare perché lo siano.

Certamente l’esempio che ho fatto è una forma clamorosa di male, mentre esistono moltissime altre forme di azione malvagia che non sono altrettanto clamorose e possiamo dire che siano forme minori di male. Parlare male alle spalle di qualche collega o di qualche parente non sono certamente la stessa cosa che torturare un neonato per divertimento. Però se sono forme di male da qualcosa devono essere accomunate. Forse anche qui una prima risposta non è troppo difficile da dare. Il fatto di causare sofferenza per il piacere di farlo o perché denigrare un’altra persona soddisfa una nostra invidia è immediatamente un’azione malvagia. Probabilmente questo non basta a qualificare chi la compie come una persona malvagia. Non basta comportarsi male una sola volta per essere inclinati costantemente al male, così come non basta essersi comportati bene qualche volta per essere delle persone buone o aver fatto episodicamente un atto coraggioso per avere la virtù del coraggio.

Queste azioni positive o negative potrebbero essere state dettate solo da contingenze delle quali non eravamo pienamente responsabili. Potremmo avere commesso il male per negligenza, ad esempio, oppure potremmo averlo fatto in un momento di debolezza. A chi non è capitato di avere detto delle parole che poi si è pentito di aver pronunciato, anche magari quando pensava o addirittura pensa ancora di essere convinto di quello che ha detto? E può darsi che ce ne siamo pentiti perché abbiamo causato immotivatamente una sofferenza a una persona che a uno sguardo più calmo questa sofferenza non era in alcun modo dovuta. Che cosa dunque non avremmo dovuto precisamente fare? Certo, non avremmo dovuto fare quella specifica azione, ma perché? Forse anche qui la risposta non è difficile da dare. Non avremmo dovuto comportarci in maniera malvagia perché non abbiamo tenuto in nessun conto gli interessi di un’altra persona. Ora, chi è che può avere degli interessi? Io credo che possa averli solo un essere che prova delle sensazioni, che sa distinguere il dolore dal piacere, anche senza essere capace di prospettarsi il futuro e anche senza essere capace di dire “penso dunque sono”. Per questo torturare un neonato per divertimento è forse la massima espressione del male e per questo denigrare qualcuno senza fondamento è una espressione del male. Certo, se assume le sembianze del gossip può ridursi a forma sostanzialmente quasi innocua. Qui la parola chiave, come nell’assunzione dei farmaci, è ‘quantità’. Un piccolo gossip può essere innocuo e virare addirittura verso l’indulgenza verso comportamenti ridicoli che censuriamo, forse addirittura benevolmente in altri, ma sappiamo benissimo possono essere anche nostri. Quando invece il gossip, che magari serve solo a fare conversazione per riempire un vuoto di alcuni minuti, diviene calunnia attraverso la sua ossessiva ripetizione, allora la quantità si trasforma in qualità e la malizia in male.

Noi contemporanei abbiamo difficoltà a figurarci l’inferno ultraterreno, la sua eternità, la sua irredimibilità. Perché qualcuno dovrebbe essere condannato per l’eternità? Cosa ci può essere di più crudele di una pena eterna? Una pena di 25 anni per un omicidio di fatto è ritenuta dal legislatore eccessiva, dal momento che con una buona condotta e sconti periodici è possibile uscire dal carcere dopo solo 12 anni. È di questi giorni la notizia che un uomo, che aveva ammazzato la propria fidanzata, uscito dopo 12 anni appunto, ha tentato di ammazzare un’altra fidanzata, che lo voleva lasciare. Qui ci sono due cose contrastanti. Da una parte, l’idea che tutti possono cambiare e redimersi contrasta con l’idea dell’eternità dell’inferno; d’altra parte, l’esperienza della persistenza del male e della capacità di perpetuarlo anche dopo lunghi periodi di detenzione, che avrebbe dovuto generare, se non una redenzione, per lo meno un ripensamento, va in un senso opposto. Al recidivo che tenta di ammazzare un’altra donna, cosa possiamo augurare? La redenzione? Il pentimento? Lo riteniamo davvero ancora possibile? Certamente non è impossibile, salvo alcuni pochi casi di non semplice identificazione (i serial killer), ma vogliamo ancora provarci? Penso che molti risponderebbero di no. Forse quasi tutti, perché il recidivo tradisce una fiducia che la società e/o il sistema giudiziario gli ha accordato, e si sa che chi tradisce una volta, molto probabilmente tradirà di nuovo.

Tutto questo, tuttavia, rischia di portarci fuori dal nostro tema, ossia il modo in cui dovremmo concettualizzare l’inferno in assenza dell’inferno delle religioni. Una prima traccia è questa, allora: l’inferno può essere creato deliberatamente dagli esseri umani. Ossia: non è un luogo fisico né una condizione, bensì il prodotto di una scelta. Questa scelta si esercita nei confronti di almeno un altro essere senziente. Questo essere non è necessario sia un essere umano. Potrebbe essere qualsiasi altro essere senziente, al quale noi non riconosciamo la possibilità di avere degli interessi. E il primo interesse di un essere senziente è di poter godere del mondo, di poter esercitare liberamente i propri sensi, mantenendoli attivi per esplorare l’ambiente e saggiare le capacità delle proprie sensazioni. Quindi, quando noi neghiamo a un altro essere la capacità di esercitare quelle facoltà che corrispondono ai propri interessi, noi esercitiamo il male. Ammesso che noi non pensiamo di avere un diritto per farlo. Questo diritto però non può certamente essere il semplice esercizio della forza o dire che dal momento che dominiamo il pianeta abbiamo diritto di causare danni a altri animali, non tenendo in conto i loro interessi. È possibile che questa linea di ragionamento ci debba spingere verso il vegetarianesimo, ma è anche chiaro che tutto questo potrebbe spingerci anche al fanatismo.

Mentre ci sono dei casi nei quali è chiaro che noi stiamo danneggiando o non stiamo tenendo conto degli interessi di qualcun altro, ve ne sono altri dove questo può accadere, ma non è affatto chiaro come. Infine, vi sono sempre, in ogni azione umana, determinati interessi che vengono anteposti a altri. Semplicemente non possiamo evitare sia così. Cosa dobbiamo fare? Non vedo altra possibilità che stabilire una lista di priorità degli interessi. Ci sono alcuni interessi che hanno evidenti priorità su altri. Sviluppare e esercitare le proprie capacità di orientarsi nel mondo è una di queste. Essere al centro dell’attenzione di un’altra persona invece non lo è ed è questo il motivo per il quale le coppie possono frantumarsi senza che venga commesso nulla di male, anche se spesso viene causata una quantità di sofferenza che forse sarebbe in gran parte evitabile: la sofferenza che ne deriva perché noi non abbiamo soddisfatto i nostri desideri non è imputabile a chi non intendeva prestarsi alla realizzazione dei nostri progetti.

Questa ultima considerazione enfatizza la libertà di chi ci circonda di perseguire i propri obiettivi, ma non sottovaluta la nostra responsabilità di prenderci cura di noi stessi e di avere cura dei nostri stessi interessi e dei nostri desideri. Questi però devono essere bilanciati e non possono trovare uno sfogo ossessivo e senza limiti. Forse da questa considerazione troviamo un ulteriore suggerimento per caratterizzare in maniera più precisa che cosa il male sia. Esiste una tradizione nel cristianesimo che è molto sospettosa verso questa caratterizzazione positiva del male, ossia sulla possibilità stessa di dire che cosa il male sia senza ricorrere a una negazione o a una serie di caratteristiche negative, che a forme della negazione rimandano. Il principale esponente di questa tradizione è Agostino d’Ippona. In gioventù Agostino era stato sedotto dal manicheismo, una religione che postulava l’esistenza di due principi divini all’origine dell’universo, un principio buono e uno malvagio. Questa idea permeava le stesse comunità cristiane in un tempo molto diverso dal nostro dove la presenza effettiva e attuale del divino nel mondo quotidiano era ritenuta una cosa ovvia. Così i cristiani in Africa non disdegnavano esperienze estreme per avvicinarsi al divino, come quelle indotte dall’alcol, dai canti ossessivi e dalle danze. La madre di Agostino, che ebbe una fortissima influenza sulla sua formazione spirituale era molto attenta ai propri sogni, che riteneva, come tantissimi altri, una porta di ingresso a un mondo parallelo. Questo mondo poteva essere anche un mondo dove il male si manifestava positivamente. Per circa due secoli le prime comunità cristiane in Africa erano state vicine a questa idea manichea della presenza effettiva del male, che in alcune visioni coincideva semplicemente con l’esistenza del nostro mondo materiale. Una casta di vescovi considerati puri individuava ciò che era impuro nel mondo esterno, sostenuta da gruppi di devoti che praticavano anche il suicidio rituale. Agostino, come molti altri, non ebbe grandi difficoltà a identificarsi in questa visione estremista. I nostri stessi corpi sono percorsi da questa dicotomia: prodotti della creazione divina sono abitati dal bene; appartenenti al mondo dopo il peccato originale sono ricettacoli del male. Ma il Dio cristiano è artefice della creazione dell’universo ex nihilo. Se noi accettiamo questo dogma, dovremmo anche accettare che il male vi sia stato creato assieme al bene. I manicheisti non lo accettavano, infatti, e postulavano l’esistenza di due principi. Agostino pensò di uscire da quello che gli si presentava come un dilemma (se Dio è immensamente buono, perché esiste il male?) sostenendo due tesi: 1) il male è il prodotto del libero arbitrio umano, non è quindi responsabilità di Dio; 2) il male non è un ente, non fa parte dell’essere, ma è una mancanza di essere e più precisamente una mancanza di bene.

La tesi è originale, ma avventurosa, perché il male sembra esistere con una sua specificità e non semplicemente come una mancanza, bensì come l’esercizio e la messa in opera di azioni che producono intenzionalmente dei danni seri a altri soggetti senzienti. Una delle più celebri battute di Sartre pronunciata nel dramma A porte chiuse è “l’inferno sono gli altri” (“l’enfer, c’est les autre”). È una battuta dietro alla quale si cela un’intera filosofia e l’idea che non è possibile non oggettivare almeno in parte chi ci sta di fronte. Ma, mentre siamo sempre pronti a lamentarci dei torti subiti,  forse è meglio cominciare a pensare che siamo noi che possiamo essere il male per qualcuno, che siamo noi a dover pretendere una responsabilità per le nostre azioni prima di chiederla agli altri, anche semplicemente evitando il male, un’azione omissiva che è pur sempre una forma di bene.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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