THE EUROPEAN CANON IS HERE: LA FILOSOFIA POLITICA DI DAVID BOWIE

PIER MARRONE

bowieVorrei trovare un’immagine reale dell’Europa. Prima dovrei sapere dove cercarla, poiché non riesco a comprenderlo e non riesco a visualizzare nulla che mi rimandi a un significato che possa valere come la forza normativa di un ideale, al modo in cui un’immagine reale è la sede dell’energia luminosa che la genera. Invece, da un po’ di tempo quando sento parlare di Europa mi viene in mente una immagine musicale precisa. Sono in grado di indicare con precisione il momento esatto nel quale ho cominciato ad avere questa sorta di riflesso. È il 10 gennaio 2016. Quel giorno viene annunciata la morte di David Bowie, un artista che ha accompagnato la mia adolescenza e la mia giovinezza, e che mai ho smesso di ascoltare. Un artista immenso, a detta di molti ben più addentro di quanto io mai sarò capace di essere alle questioni dell’estetica musicale, della storia dei generi musicali che si ricompongono momentaneamente mentre sorgono dal magma del rock ‘n’ roll, della storia della sua influenza e delle sue performance sulla cultura popolare.

Sento la parola ‘Europa’. La sento ogni giorno, in ogni momento, proprio come voi. È diventata una sorta di mantra, quelle sequenze di suoni che si ripetono mentalmente in certe pratiche orientali di meditazione per favorire lo scorrere automatico del pensiero. E del resto la consapevolezza della natura automatica del pensiero – il pensiero che pensa noi, a differenza di quanto sembra suggerire la volontà di potenza di Descartes, per il quale siamo noi a pensare – è una tappa importante di quella consapevolezza che dovrebbe portarci a vedere le cose come sono, almeno secondo alcune di quelle dottrine, che sulla automaticità del pensiero hanno insistito.

‘Europa’ è divenuta una vera e propria endoxa irriflessa, che si impone nella persuasione comune per il solo fatto di essere pronunciata. Almeno così vorrebbero molti, posso immaginare. La strategia non è sbagliata, perché quali che siano gli obiettivi che chi ci governa abbia in mente, sono più facilmente perseguibili se sono dissociati dalla critica e se la parola ‘Europa’ rimane uno sfondo indistinto e mai un contorno preciso. Lo sfondo, infatti, non è mai un insieme indeterminato, ma qualcosa che permette alle figure di stagliarsi in primo piano, proprio per il fatto che non ha la nettezza di quanto abbiamo di fronte. Non è che questo lo rende meno importante. Anzi: mettendolo sempre davanti ai nostri occhi e, soprattutto, ripetendolo continuamente alle nostre orecchie diviene l’equivalente di un oggetto della natura, ossia di qualcosa che troviamo nel mondo e che non abbiamo bisogno di interrogare quanto alla sua esistenza.

“Perché esiste l’Europa?” pare essere oramai una domanda parente di questa altra “perché c’è l’essere anziché il nulla”, la domanda che Heidegger riteneva la questione fondamentale. Questa ultima domanda non ha alcuna risposta accessibile a noi, umani e mortali allevati nella secolarizzazione, perché l’accesso che, ad esempio, la teologia ci avrebbe riservato a una risposta che avrebbe avuto un senso comune per noi e i nostri concittadini si è completamente dissolto. La teologia è divenuta un genere di scrittura, che è comprensibile se si è interni, completamente interni, a quel discorso, ma che non ha che scarsissimo significato per individui secolarizzati. E la domanda sull’Europa? L’Europa c’è, adesso come entità politica, ma come l’essere, inevitabilmente, si dice in molti sensi.

Ma ho divagato, come non è possibile non fare quando si parla di qualcosa di così importante, si tratti dell’Europa o si tratti dell’essere. Dicevo che il mantra ‘Europa’ mi accende una immagine musicale e non un’immagine visiva precisa (la carta geografica non riesco a visualizzarla in tutti i suoi dettagli). E l’immagine musicale è quella di David Bowie che interpreta Station to Station. La lirica annuncia il ritorno del Sottile Duca Bianco (“The return of the Thin White Duke”), che Bowie ha definito come “un tipo ariano, un po’ fascista; uno pseudo-romantico che non prova affatto emozioni ma che fa sparate neo-romantiche”, il che, a pensarci bene potrebbe essere una descrizione convincente di tanti populismi che affollano la scena politica di quanto ancora la carta geografica ci indica come Europa. Tanto più che questo personaggio misterioso e carismatico si presenta gettando dardi negli occhi degli amanti (“Throwing darts in lovers’ eyes”), ossia seducendo chi è già predisposto ad essere sedotto.

Chi sia l’ispiratore di questo misterioso personaggio non è affatto chiaro. Secondo alcune interpretazioni si tratterebbe di Otto Rahn, storico tedesco entrato nelle grazie di Himmler dopo la pubblicazione del volume Crociata contro il Graal, dedicato alla crociata contro gli Albigesi, proclamata da Innocenzo III per estirpare questa eresia dai territori della Linguadoca. Secondo Rahn, alcuni albigesi riuscirono a sottrarsi alla persecuzione e allo sterminio, riuscendo nel 1244 a mettere in salvo il Graal. Himmler interpretava il Graal come il simbolo di una rinascita pagana: da qui il suo interesse. La cosa è abbastanza strana, a prima vista, dal momento che il Sacro Graal sarebbe la coppa con la quale Gesù avrebbe celebrato l’Ultima Cena e Giuseppe di Arimatea avrebbe raccolto il sangue del Cristo crocifisso. Il Graal sarebbe proprio per questo dotato di potenza magica che si trasmetterebbe a chi lo possiede.

Alcuni nazisti erano ossessionati dall’acquisizione di potenza magica, come è noto, e finanziarono spedizioni in angoli remoti del mondo per acquisirla, con scarsi risultati, si direbbe. La volontà di potenza però è chiara: dominare il mondo della mente e il mondo fisico. Questa idea sarebbe rispecchiata dai versi di Bowie “Here we are/ One magical movement/ From Kether to Malkuth”, dove i termini di origine cabalistica ‘Kether’ e ‘Malkuth’ indicano la mente divina il mondo fisico. Da Otto Rahn a Indiana Jones (Rahn è effettivamente una delle fonti di ispirazione di Spielberg), abbracciare le menti e i corpi con un unico movimento è semplicemente il materiale di ogni sogno di dominio totalitario. Bowie ne è perfettamente consapevole, io credo, quando parafrasa un celebre verso di Shakespeare pronunciato da Prospero ne La tempesta (“such is the stuff from where dreams are woven”, “questo il materiale dal quale sono tessuti i sogni”, Bowie; “We are such stuff/As dreams are made of, and our little life/Is rounded with a sleep.”, “Siamo della materia di cui son fatti i sogni, Ed è cinta da un sonno la nostra piccola vita” Shakeaspeare). Il sogno può essere un incubo, poiché la realtà stessa si nutre di incubi.

Ma questo che cosa c’entra con l’Europa? Qualcosa dovrebbe entrarci, poiché in quella lirica compare un verso misterioso che ha causato molte difficoltà agli interpreti, quando Bowie scrive “It’s too late to be late again/ It’s too late to be hateful/ The European cannon is here”. Che cosa è il cannone europeo? Io ho trovato sempre incomprensibile questa sequenza, sino a che non mi sono reso conto che ‘cannon’ in inglese è omofono di ‘canon’, che significa appunto ‘canone’, ‘regola’, ‘modello’, ‘criterio’. I testi ufficiali di Station to Station riportano la canonica trascrizione di ‘cannon’, ma altre fonti permettono di pensare che Bowie abbia voluto dire qualcosa su un canone europeo (tra queste anche Nicholas Pegg, autore della più completa opera su Bowie e i curatori della mostra “Bowie before Ziggy”, allestita recentemente a Bologna).

Quando sento la parola Europa mi viene in mente il ‘canon’ di Bowie, nello stesso momento in cui penso che questo canone non esiste. Eppure si potrebbe pensare che così non sia, ad esempio perché nel 2012 all’Unione Europea è stato assegnato il Premio Nobel per la pace con la motivazione che “per oltre sei decenni ha contribuito all’avanzamento della pace e della riconciliazione della democrazia e dei diritti umani in Europa”. Il canone dell’Europa è la pace, la democrazia, la tolleranza? Gli “oltre sei decenni” di cui si parla nella motivazione del premio lasciano intendere che il periodo di costruzione della pace, della tolleranza e dei diritti umani sia iniziato in Europa subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, una volta che il nazismo e anche tutto il suo bagaglio di deliri onirici legati al paganesimo e alla potenza magica sono stati sconfitti prima nelle macerie dei quartieri di Stalingrado e poi nel resto dell’Europa (Stalingrado è Europa? È un’altra Europa? Una sua altra immagine?). Mi viene in mente quando leggo le parole ‘pace’, ‘tolleranza’, ‘democrazia’ che non esiste nessun legame analitico tra questi tre termini, come invece la motivazione dell’assegnazione del premio ha lasciato intendere. La pace ci può essere senza tolleranza e democrazia; la tolleranza può essere la concessione di un corpo politico illuminato, che magari persegue una politica di potenza nella politica estera, accettando la legittimità di regimi dittatoriali, dei quali il meno che si possa dire è che non hanno la tolleranza tra le loro priorità (“sarà pure un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”, come disse F.D. Roosvelt di Anastasio Somoza, il dittatore del Nicaragua e come altri avrebbero voluto poter dire di Gheddafi); la democrazia può avere poco a che fare con la pace e la tolleranza: il nazismo giunse al potere tramite le elezioni democratiche (sebbene non abbia mai avuto la maggioranza assoluta dei voti).

Così agli inizi di questa epoca di pace, tolleranza, democrazia è, forse, importante ricordare che i sogni e gli incubi si intrecciavano ancora a dar forma a una realtà che era anche quella dell’Europa nel 1946. Il primo luglio di quell’anno a Kielce, una città di medie dimensioni della Polonia centrale, scompare un bambino di otto anni. Ben presto si diffonde la voce che gli ebrei hanno rapito un bambino cristiano per i loro rituali sanguinari. Corre voce sia prigioniero nel seminterrato della sede del comitato ebraico cittadino. La polizia vi fa irruzione. Non c’è nessun bambino e nemmeno esiste alcun seminterrato. Poco importa, è già troppo tardi. Una folla si raduna davanti all’edificio per salvare bambini inesistenti da inesistenti sacrifici rituali. La comunità ebraica di Kielce prima della guerra contava circa 20mila persone; ora sono ridotte a meno di 400. Non ha nessuna importanza. Forse a un certo punto c’è uno sparo. Polizia e esercito fanno irruzione nell’edificio. Consegnano gli ebrei alla folla, che li massacra. Non è certo l’unico pogrom avvenuto in Europa a guerra conclusa. Si dirà che queste sono cose che succedono ogni volta che finisce una guerra, ma la differenza è che qui non si è trattato di un regolamento di conti, ma di un massacro compiuto su chi era già stato orrendamente sterminato. Qual è l’immagine dell’Europa che qui poteva esserci consegnata? Fortunatamente un’immagine che non si è consolidata.

Non si è, però, nemmeno consolidata l’immagine partorita dai visionari che stilarono il cosiddetto Manifesto di Ventotene, che la retorica, specie quella italiana, pone a fondamento del progetto dell’Unione Europea. Si capisce, forse, che quella retorica talvolta riemerga anche da noi. In fin dei conti, i loro estensori sono in maggioranza italiani (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni; Ursula Hirschmann moglie di Colorni e poi di Spinelli era invece tedesca). Ma il suo contenuto immaginifico non ha nessuna rispondenza con la nostra realtà. Gli estensori immaginavano una sorta di partito super partes, un partito rivoluzionario, come viene detto, progressista, capace di dialogare con le masse democratiche e comuniste, ma in grado anche di imporre una dittatura rivoluzionaria in vista del superamento delle vecchie nazioni. Perché le nazioni devono essere superate? Perché da entità positive, capaci di guardare al di là dei campanilismi tutelando gli individui, si sono trasformate in idea sacra, che non si può mettere in discussione, e che alla fine produce il morbo dell’imperialismo e del totalitarismo.

E la nazione europea perché dovrebbe essere capace di non ricadere in questi mali? Gli estensori visionari del manifesto non ce lo spiegano e noi oggi non abbiamo affatto maggiori risposte di quante ne avessero loro. Abbiamo casomai minori ideali da condividere con altri abitanti di questa porzione della carta geografica. Forse non abbiamo più alcun ideale politico. Alla fine del secolo breve, la caduta del muro di Berlino e la scomparsa dei partiti etici non hanno segnato l’inizio della soddisfazione del desiderio europeo di libertà, ma l’apertura di un mercato quasi vergine dove i cittadini volevamo, più che libertà, benessere e capacità di consumo. Questo ci ha insegnato ancora una volta che gli ideali sono in ritardo sulle capacità metamorfiche del capitalismo. Mi viene da dare una valenza inevitabilmente ironica ai versi di Bowie “It’s too late to be grateful/ It’s too late to be late again/ It’s too late to be hateful/ The European canon is here”. La libertà deve essere interpretata come un vertiginoso effetto di superficie del consumo (“It’s not the side-effects of the cocaine/ I’m thinking that it must be love”), quanto è indispensabile a provocarci la pulsione a consumare di nuovo.

Questa richiesta di consumo è anche, va da sé, una richiesta di permanere nel consumo in sicurezza ed è, nel medesimo tempo, una richiesta di sicurezza sociale. Queste richieste però vengono dal passato, dal passato dello stato nazionale e dal passato della ricostruzione economica dopo la seconda guerra mondiale. Esprimono adesso qualcosa che appare nostalgico, il tepore di una situazione che non è compatibile con l’ideologia dell’innovazione. Non sto pensando solo alla crisi aperta dal crack del 2008. Questa crisi ha distrutto il 13 per cento della produzione mondiale e il 20 per cento degli scambi commerciali e ha inaugurato un periodo di stagnazione, recessione e crescita negativa fin dentro alla globalizzazione. Naturalmente, anche queste parole e queste cifre vanno interpretate. Secondo le organizzazioni economiche internazionali ogni crescita inferiore al 3 per cento viene considerata recessione, ma questa cifra per noi è semplicemente un miraggio.

Viviamo una fase depressiva più lunga del periodo 1929-1933 e questo ha portato alcuni ad ipotizzare che siamo all’inizio di una stagnazione di lungo periodo. È questa l’idea di Larry Summers, segretario al Tesoro durante l’ultimo scorcio del mandato di Bill Clinton, considerato uno degli artefici della deregulation bancaria, secondo il quale saremmo di fronte a una stagnazione secolare, ossia a un futuro di bassa crescita per i prossimi venticinque anni, con la prospettiva di non recuperare mai più il dinamismo che ha permesso i nostri volumi di consumi.

Dal momento che l’economia ha a che fare con gli spiriti animali, è difficile dal punto di vista di una qualche plausibile teoria della conoscenza dar credito adesso a quelli che non sono stati capaci di prevedere l’inizio della nostra crisi economica. È ovvio che fa impressione vedere intere nuove città invendute in Spagna e in Cina. E potrebbe pur essere che il lancio continuo di nuove tecnologie renda questa crisi diversa da tutte le altre, poiché questa volta la distruzione creatrice del capitalismo, come la definiva Schumpeter, potrebbe creare nuovi posti di lavoro in una misura minore di quanti ne spazza via.

Come questo dinamismo in questa nuova forma sia compatibile, invece, con quel deficit di dinamismo segnalato dall’invecchiamento delle nostre popolazioni, senza interpellare l’economia, ma accontentandosi della biologia, ancora non riusciamo a saperlo. Le novità sono portate da chi è giovane e vuole emergere, lo sappiamo. (“All the young dudes/ Carry the news” cantava Ian Hunter su suggerimento di Bowie) e da chi non ha le cose che abbiamo noi né alcuna delle prospettive che ancora abbiamo qui, in questa parte della carta geografica.

Così siamo messi di fronte a contrasti che non vorremmo vedere. Nella cosiddetta Giungla a Calais, dove migliaia di migranti e rifugiati erano accampati in una baraccopoli sorta in pochissimo tempo nell’attesa dell’occasione propizia per recarsi in Gran Bretagna, magari attraverso l’Eurotunnel, la miseria è a pochi passi da un centro commerciale che si chiama Cité Europe. Sembrerebbe una ironia, ma non lo è. Ne scrive Emmanuel Carrère in un lungo reportage dedicato non tanto ai “siberiani” (così la popolazione locale chiama i settemila disgraziati accampati nel fango, distorcendo “siriani”, che è, per altro, una pars pro toto), quanto alle nostre reazioni. La Giungla non compare mai nella descrizione di Carrère, ma è sullo sfondo come un indifferenziato pauroso (lo stesso indifferenziato che fa dire, appunto, “siberiani”), nel senso preciso di qualcosa di realmente esistente (la Giungla è lì, è innegabile ci sia) al quale riferire le nostre paure.

Queste paure sono esercizi di malafede nella maggior parte dei casi (questo ci raccontano i dati: del resto, esponenti importanti di movimenti xenofobi parlano non più di “allarme sicurezza”, ma di “percezione di insicurezza” della popolazione, che è tutt’altra questione), ma lo sono per quale motivo? Io credo lo siano perché contrastano con il branding nazionale che si è diffuso dall’Illuminismo sino a noi. Ogni nazione occidentale ha il suo slogan, che è un vision statements, come si direbbe oggi: gli Stati Uniti “Life, Liberty and the Pursuit of Happiness”; la Francia “Liberté, Égalité, Fraternité”; l’Italia? “Italiani, brava gente”, forse? Questi slogan rimandano a una nostalgia autogenerante, come la chiama l’esperto di marketing Wally Olins, capace di trasmettere un senso di appartenenza. Ma oggi? Il senso di appartenenza non ci appartiene, verrebbe da dire. È meglio così, io credo, perché la potenza di un senso di appartenenza reattivo, quale quello del “Lumpenproletariat che ha trovato qualcuno ancora più disgraziato di lui da odiare” (Carrère) è meno forte, almeno adesso, del senso di appartenenza che il nazionalismo è stato capace di evocare, con quali esiti lo sappiamo.

Siamo sicuri che sarà così anche nel futuro? Non è un atto improprio di ottimismo e forse di snobismo credere che il senso di appartenenza non si possa catalizzare attraverso le mille piccole mitologie negative che i populismi adesso minoritari raccontano (individui che parlano lingue incomprensibili e barbare, che rendono inabitabili quartieri rispettabili, che molestano le nostre donne)? Non sarà sempre possibile che un Thin White Duke ritorni a raccontarci le sue fantasie?

 

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