LUCA DICIOTTOSÈDICI

PEE GEE DANIEL

bicepsLa primavera era già matura quando questo accadde.

Lui se ne restava a rimpiattino sull’orlo del marciapiede nell’attesa, che si riprometteva non breve, che l’autista capasse fuori dal gremito parco-macchine la Lancia Thesis blu-notte con turbina Common-rail e finalmente, fatto questo, lo venisse a prelevare: esattamente come si carica su un sacco di iuta ricolmo di rape, o tuberi, o altra ortaglia, che fino ad allora se ne stia là, muto e organico, ad abbrustolirsi al sole, come lui si abbrustoliva, compiacendosi al limite del lascivo di quei raggi già più che tiepidi, con le spesse palpebre mantenute calate sopra gli occhioni liquorosi e dall’aspetto bulboso, mentre intanto mandava a mente una volta ancora il discorso che da lì a poco avrebbe dovuto tenere a decoro della comunità di subalterni e parigrado, comodamente intavolati e attovagliati in seno alla vicina sede provinciale in onore del nuovo vicario.

Niente lungagnate. Bene! Qualche parola asciutta e scelta con scrupolo, che non importunasse la laboriosa digestione dei commensali e suggerisse al messo di fresca nomina l’indefessa acquiescenza dell’oratore – indifferente a quale che fosse l’inversione nella politica interna che si subodorava.

Tanto per dare una scrollatina a quella sua carriera da qualche tempo impaludata. Sì. Avrebbe attaccato così: “In questa giornata trasparente, che è dono assai prezioso” etc. etc. Tanto per dare a intendere che si trattasse di una prolusione sgorgata spontaneamente, cioè lì per lì, dal più profondo del cuore (invece della noiosa preparazione che, in realtà, lo aveva visto impegnato più che un mese).

Il sole gli bruciava un po’ le tempie, la fronte nuda, rimbalzava sul bel rosa dei marmi che componevano la facciata di quella che era casa sua da ormai sette anni filati. Per poco ancora, sperava (e la speranza è virtù teologale!), confidando in un prossimo aumento e del ruolo e del lusso abitativo. Contro la quale facciata si contornava la sua figura tozza e nera come la pece.

Percepiva il calduccio penetrargli sin sotto la fitta gabardina, sino alle vecchie ossa reumatizzate e cigolanti come per dar loro un tantinello di salubre beneficio.

Ma non appena sospettò l’emergenza di una goccia di sudore, per timore che il L’Oréal tinta Caracas sbavasse lungo il suo faccione paffuto, denunciandone quella sempre taciuta vanità, arretrò di due passi almeno, assicurandosi nell’uggia fresca piovuta dalla balconata sovrastante, rossafiorita di gardenie. Avvertì comunque una minuscola scia liquida solleticargli le guance sino ad andare a bagnare la punta del colletto estraibile candeggiato e inamidato.

Spinse nuovamente il sapore grasso del mozzicone di sigaro ormai spento di tra le labbra brune e oscenamente carnose per ricominciare a masticarlo, popparlo, mentre andava ripercorrendo a fior di labbra il discorso. Era giunto al riferimento d’obbligo alla famiglia. Aaah, la famiglia! “L’indimenticabile prerogativa delle famiglie resta la nostra primissima battaglia contro questo mondo inaridito e dimentico persino dei valori più elementari”, postillò mentalmente.

La famiglia… bah… chissà poi che vorrà mai dire ‘sto tenere famiglia di cui tanto ciarlano… ‘na gran barba, dico io…

Mettici la salvaguardia della famiglia, qualcun’altra balla di corrente voga e vedi che ancora una volta la spunti. Che il nuovo arrivato lo scova un bel posto di rispetto per ‘sta vecchia carcassa, un po’ andata, sì, va bene, ma sempre pronta, alla bisogna, a rimettersi in gamba, altroché…

Nel mentre che lasciava cadere un’ultima occhiatina di controllo sulla punta delle Churchill nere lustrate a specchio, che sbucavano dalla sottanona corvina spiombata fino ai piedi, accusò l’improvvisa presenza di uno sconosciuto, che aveva appena svoltato l’angolo su passi che confessavano una certa risolutezza.

Questi appariva lungo e ben piazzato, spalle larghe come un metro da sarto. Manteneva le sopracciglia serrate e spioventi sugli occhi dal taglio vagamente esotico, per ripararli forse da un eventuale abbaglio. Una grossa vena pulsante gli sporgeva su un lato della fronte come vi fosse incisa, stagliandosi su quella testa rasata a pelle che rifletteva tondamente i raggi solari.

Il tizio gli si presentò qualche metro più in là tramite un innocuo scambio di sguardi, di quelli tra chi forse in passato s’è già visto, per poi avvicinarglisi dapprima con una certa educazione, che quando fu separato da lui solamente più la distanza di un braccio abbandonò di colpo per spedirgli sotto al mento – vai a sapere – un montante dritto come una spada che gli lasciò il sottomento ballonzolante e la bocca e gli occhi spalancati dalla stupefazione.

«Ma… ma…» provava ad articolare lui, mentre quell’altro già si avvantaggiava del suo stato di inebetita docilità con una ripassata di sberle date così, tanto per gradire.

E poi, quasi in sequenza, una gragnola di sinistri ben tirati iniziò a grandinarne la grassa faccia come una caduta di persichelle mature, che egli non seppe contrastare altrimenti che passandosi il pesante dorso della mano sulla fronte annerita dal sudore e gemendo chissà che, con un trillo femmineo nella voce che aggiungeva, semmai ve ne fosse stato bisogno, un’ulteriore nota di patetismo all’intera scena.

Ci fu anche tutto il tempo per un calcione fornito dallo sconosciuto proprio contro il fragile costereccio del nostro, che, per quanto ben seppellito sotto una spanna sana di lardo, vibrò tuttavia dolorosissimamente, facendone ipotizzare la rottura, con conseguente interessamento di pleura e polmoni, già di per sé inguaiati e tossicolosi andanti.

Infine il tizio piombato lì dal nulla con un dovizioso raschio si cercò dentro una grumosa pallottola di muco abbastanza voluminosa da poter centrare con essa buona parte dell’espressione lella e bovina, e oltretutto indecorosamente lagnosa, del grassone atterrato che si costringeva a riguardare una volta ancora prima dell’ultimo, decisivo pugnattone che, portato con tutta la spalla, si abbatté senza rimorsi su quella vistosa cucurbitacea che faceva al grassone le veci del naso: la quale assorbì il colpo con un ripugnante scricchiolio cartilagineo. Il labbro inferiore di quello si spaccò in due come una susina appassita sotto il gran sole, perdendo a conferma un filo di siero chiaroscuro. Quindi, per anticiparne l’imminente crollo, il tizio partì subito con una ginocchiata che raggiunse il malcapitato giusto all’ernia inguinale, da troppo tempo trascurata.

E il colpo lo piegò a metà, così da poter venire attinto a breve distanza dal contrordine di quello stesso ginocchio che ora si risollevava per precipitargli nel pieno del massiccio facciale.

La spessa coltre di grasso bianco che gommava il capocollo spelacchiato dell’uomo non attutì poi molto.

All’aggressore non restò che constatare lo spruzzò rosso che da qualche parte imprecisata della faccia dell’aggredito si allungava verso l’avanti, galleggiando a mezz’aria lì dove fino a un attimo prima c’era la vittima dell’inatteso pestaggio, che al momento già rimbalzava due-tre volte con la schiena gnoccolosa contro il suolo, emettendo piccoli tonfi feltrati dallo spessore delle stoffe, nell’attesa che i neurorecettori avessero il tempo di comunicare il fracasso fisico subìto al sistema nervoso centrale perché facesse di lui un’enorme massa di acutissima sofferenza.

L’altro a quel punto infierì solo più con un severo pestone, dato con tutta la suola all’indirizzo dei più intimi beni di costui, sui quali si attardò un pochettino, pure, spingendo a fondo con il tacco della scarpa (quasi stesse smorzando per bene una cicca) prima di dileguarsi un passo avanti all’altro, senza più voltarsi indietro, lungo l’asfalto reso molle dal calore, mentre lo scalpiccio appiccicaticcio della sua fuga già veniva coperto dal rombo a vuoto d’un acceleratore dimenticato premuto col motore in folle, accompagnato al rumore degli pneumatici che procedevano a singhiozzo, ma che presto arrestarono la loro moderata corsa.

«Monsignore! Oddio… Monsignore!» s’impegnò a scoccodeare l’autista della Lancia Thesis, con certe note da soprano, non appena si avvide dell’efferato misfatto. «Oooh, monsignore mio…»

E rotolando giù dalla portiera aperta, si affrettò a una sollecita assistenza del malmesso, seppure un po’ impedito nei movimenti dal clergymen reso stretto troppo in fretta dalle frequenti crapule curiali.

«Monsignore! Oddio… Monsignore! Oooh…» non faceva che ripetere il giovane diacono, sempre più sommessamente, mentre carezzava con grande tenerezza il labbro crepato del buon pastore, che ora penzolava su una parte del mento, poco al di sopra della croce in alpacca che l’uomo portava al collo.

Stranamente fu solo allora, mentre già la coscienza gli si faceva incerta, che egli apprese, tutto d’un botto, con la saettante scarica di una rivelazione, che talora, in capo a dieci anni appena, un gracile fanciullino senza accenno di peluria alcuna, dai gesti trattenuti e incapaci di resistenza può adeguare le proprie sembianze (perlomeno quelle che si manifestano agli occhi del corpo) a quelle di un omone massiccio e dai metodi sbrigativi… e che magari fa palestra, pensò ancora il sacerdote, appena in tempo per sentirsi travolto da un ultimo brivido libidinoso che conseguì in un debole rantolo, subito prima della completa perdita dei sensi.

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