DALL’ALBUM “FERLÌZZE”: ARATRECILLE (IL PICCOLO ARATRO) OVVERO MORTE, RESURREZIONE E METAMORFOSI DEL TERRAZZANO FOGGIANO

GIANNI PELLEGRINI

Il “ferlìzze”, seggiolino fatto di fusti di ferula secchi e intrecciati, è un oggetto umile che in questo album diviene simbolo di una etnia foggiana, il terrazzano, che oggi non esiste quasi più. Personaggio anarcoide, esistito fino alla metà del Novecento circa, il terrazzano vive di raccolta, caccia e pesca di palude, quasi mai sotto padrone, povero ma dignitoso, paziente e tenace. Questo lavoro discografico coglie e racconta in versi alcuni aspetti incredibili ed affascinanti di questa etnia, come la capacità di vivere fin quasi ai giorni nostri in maniera pressoché primitiva, sviluppando diverse tecniche di caccia, perlopiù a volatili, in particolare alle taragnole (allodole).

Il terrazzano possedeva inoltre una vasta conoscenza di erbe selvatiche commestibili, un’ottima padronanza dell’equitazione e trascorreva l’intera sua esistenza a stretto contatto con la terra e la pianura del Tavoliere. Monogami, fedelissimi al coniuge, devoti alla Madonna (in particolare alla Madonna dei Sette veli di Foggia) e a Sant’Anna protettrice delle partorienti, fieri di essere senza padrone, i terrazzani hanno vissuto legati a filo doppio alla terra fin quando il Tavoliere di Puglia è stato utilizzato a pascolo, conservando vaste zone paludose. Ma l’utilizzo successivo delle distese sterminate a coltura di grano e le bonifiche di epoca fascista, hanno dato uno scossone a questa etnia ed ai suoi costumi, che con la Riforma agraria degli anni Cinquanta comincia il suo definitivo declino. Consumismo, globalizzazione, espansione urbana selvaggia hanno poi fatto il resto.

Le storie di questo disco hanno spesso per protagoniste delle donne: la terrazzana è coraggiosa, fiera come il suo uomo, selvaggia e sensuale, madre autoritaria e maschera tragica nell’abbandono di un figlio. Sulle sue spalle regge un mondo di sapienza e di accettazione del dolore e della fatica, ma anche un senso di continuità e di futuro, nell’immutabilità di una natura ostile e di una società che tiene ai margini la sua etnia, giudicandola l’ultimo anello della società. Un proverbio capovolto recita a Foggia: “I ferlizze annanze, e i segge arret”, ossia “che scandalo: i (seggiolini) poveri davanti e dietro le sedie (buone)”. Ma in realtà il proverbio correttamente pronunciato è metafora del terrazzano stesso: “i segge annanze, i ferlizze arret”, ossia “le persone per bene prima; i poveri, invece all’ultimo”.

Il dialetto usato, nella sua forma linguistica e riproduzione fonetica, è un dialetto foggiano senza tempo e senza luogo, non ascrivibile quindi ad alcun quartiere interno alla città né ad alcuna epoca storica in particolare. Tuttavia sono recuperati termini antichi, non più frequentemente in uso nel dialetto attuale. Ad esempio: sciaraballe, perazze, lampazze, bufe, schernuzze, jummenda, pellidre; rispettivamente: carro di campagna, pero selvatico, lampazzi (grossi lampascioni), rospo, lucciola, cavallo, puledro.

Il linguaggio musicale è vario ed esplora una grande quantità di repertori: dalla canzone d’autore al pop, dal rock alla pizzica perché non si vuole, qui, riprodurre filologicamente la tradizione musicale locale, peraltro non particolarmente consistente e significativa, ma piuttosto presentare in un linguaggio moderno una favola antica.

I testi sono stati scritti da Gianni Pellegrini e Raffaele de Seneen, le musiche composte dallo stesso Pellegrini; gli arrangiamenti curati dal maestro Marcello Sirignano; le registrazioni sono state effettuate presso gli studi della Alfamusic di Roma.

Alle sette canzoni sui terrazzani, nel disco viene aggiunta anche una bonus track, Cento giornate foggiane, struggente brano scritto dal cantautore all’età di vent’anni, nel ’92, a perenne memoria della tragica estate del 1943 quando Foggia venne devastata dai bombardamenti delle truppe angloamericane.

ARATRECILLE: vuol dire “piccolo aratro”. Questa canzone  è il testamento culturale del Terrazzano: lascia tutto e niente, lascia un’eredità fatta di spirito libero e senso di appartenenza ad una comunità. In punto di morte un piccolo aratro di legno veniva costruito e messo sotto il cuscino o sul petto del terrazzano, quasi a lasciapassare per una vita felice nell’Aldilà. La derivazione di tale rito è incerta, ma tale originale pratica mi suggerisce indirettamente una altrettanto originale maniera di morire; la metamorfosi. Il trasformarsi, e trasformarsi non già in un qualunque altro essere vivente, ma in quel volatile che il terrazzano ha cacciato e di cui si è nutrito per tutta la sua vita terrena: la taragnola.

Meglio lasciare la parola direttamente ai versi della canzone, qui riproposti come nel libretto del disco, in dialetto foggiano con testo italiano a fronte:

ARATRECILLE (L’aratricello)

Giovanni Pellegrini (posiz. SIAE 188962)– Raffaele de Seneen (co-autore non associato)

 

“Aratrecille eje na mascije ca

te face cagnà (te face cagnà)

aratrecille eje na bacchetta ca

te face vulà (te face vulà)

 

[RIT.] Passarille passarille (zuì zuì zuì)

passarille passarille (zuì  zuì zuì)

 

Camina mo cume ca mo camine

ndundulieje na vita sott’e rine (zuì zuì zuì…)

camina mo cume ca mo ve lasse

l’uteme iurne vene passe passe (zuì zuì zuì…)

 

e si ve lasse

mo ca ve lasse ve lasse na scopa (senza mazze)

e si ve lasse

i’ po’ ve lasse co‘nu calannàrije (senza jurnate)

 

e na stagione (senza mesate)

e na tagghiola (senza apparate)

pecché mo vola (se n’è vulate)

se n’è vulate…

 

[RIT] Passarille…

 

Camina mo cume ve lasse e pigghie

bona jornate a sta migghiere e figghie (zuì zuì zuì…)

 

camina mo cume ve pigghie e lasse

pure si more me ne vache a spasse (zuì zuì zuì…)

 

e si me truve

me truve ghinde a stu ciucce ca vole (cumpagnie)

e si me truve

me truve ghinde ‘o perdone ca cerc’a (massarije)

 

pe quella pagghia (ca m’arrubbaje)

stache pe nderra (‘nda nu pandane)

o stache ‘ncile, o ‘nda na marane

mo ve saluta, stu tarrazzane…

 

[RIT] Passarille…

 

[parlato]

…e mo ve lasse …e mo ve lasse e ve fazze ricche ricche

ve lasse n’acqua… n’acqua appandanate

nu bufe, nu schernuzze… na fine de jurnate

na jummenda… e nu pellidre abbeverate

na tavele ve lasse… na tavele dijune

pecché campe …e sempe agghie campate

…senza padrune.

 

TRADUZIONE

L’aratricello è una magia che

ti fa cambiare

l’aratricello è una bacchetta che

ti fa volare…

[RIT.] passerotto, passerotto (zuì zuì…)

 

cammina adesso, così come adesso cammini

e dondola una vita sotto i reni (zuì zuì…)

cammina adesso così come adesso vi lascio

l’ultimo giorno arriva passo dopo passo (zuì zuì…)

 

e se vi lascio, vi lascio una scopa (senza mazza)

e se vi lascio, vi lascio un calendario (senza giorni)

 

e una stagione (senza mesi)

e una tagliola (non preparata)

perché ora vola (se n’è volato)

se n’è volato…

 

[RIT.] passerotto, passerotto (zuì zuì…)

 

cammina adesso, come vi lascio e prendo

buona giornata a questa moglie e a questi figli (zuì zuì…)

 

cammina adesso come vi prendo e lascio

anche se muoio me ne vado a spasso (zuì zuì…)

 

e se mi trovi, mi trovi in questo asino che vuole (compagnia)

e se mi trovi, mi trovi dentro il perdono che cerco alla (masseria)

 

per quella paglia (che mi rubai)

sono per terra (in un pantano)

o sono in cielo, o in una marana

ora vi saluta questo terrazzano…

 

[RIT.] passerotto, passerotto (zuì zuì…)

 

[parlato]

…e ora vi lascio …ora vi lascio e vi rendo ricchissimi

vi lascio un’acqua… un’acqua di pantano

un rospo, una lucciola… una fine di giornata

una cavalla… ed un puledro dissetato

una tavola, vi lascio, una tavola digiuna

perché vivo e sempre sono vissuto…

…senza padrone.

 

 

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