L’AGORÀ POSSIBILE. CITTADINANZA E SPAZIO PUBBLICO

PAOLO CASCAVILLA

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Conoscenze e trasparenza. Platone nel Protagora dice che l’arte politica appartiene a tutti. Gli uomini cercano di radunarsi e salvarsi e fondano la città, ma appena si incontrano, iniziano a maltrattarsi, privi di arte politica. E si disperdono di nuovo. Zeus teme l’estinzione della specie e invia Hermes, per portare tra gli uomini senso del rispetto e della giustizia, far nascere ordinamenti civili e legami, creare amicizia e fratellanza. “Ma – chiede Hermes a Zeus – in che modo distribuire rispetto e giustizia? Come le altre abilità tecniche, che sono state date, non a tutti, ma ad alcuni?” “A tutti – risponde Zeus – a tutti bisogna dare quest’arte: perché altrimenti non potranno esistere le città”.

In modo silenzioso da un bel po’ di anni la democrazia sta divenendo vuota, e la possibilità e/o capacità di mettere insieme le domande individuali per trasformarle in iniziative politiche è divenuta difficile. La conversazione che mette insieme le persone è una pratica che sta scomparendo. L’uso della parola sembra non servire più a favorire la mediazione e la negoziazione o la costruzione di uno spazio dialogico comune.

Che fare? Non ci sono altre vie che ricostruire la comunità e la cittadinanza, che non sono date per sempre e vanno alimentate, protette, rafforzate. La cittadinanza richiede tempo, volontà, fatica, creatività, e anche volontà e capacità di emergere nell’arena pubblica. La partecipazione è ritenuta fondamentale, da sempre, per opporsi al conformismo, costruire percorsi condivisi, salvaguardare lo spazio pubblico, dare voce alle soggettività e a nuovi protagonismi, diffondere fiducia e coraggio, dissenso e critiche.

Due aspetti sono imprescindibili: le conoscenze diffuse, che devono essere facilmente raggiungibili da chiunque, e la pubblicità degli atti, la trasparenza. Il principio fondamentale dello stato democratico è l’accesso di tutti alle informazioni.

Purtroppo estesa è la cultura della palude o zona grigia, quella che parla senza conoscenze, ed è costituita da chi vede solo i propri interessi immediati e si lascia inconsapevolmente guidare da altri.

 Lo spazio pubblico aperto e informale. Qual è lo stato del dibattito pubblico oggi? Quali i luoghi e i temi di discussione? Le élite non definiscono più i temi del dibattito pubblico. Di solito sono le emergenze e le urgenze a tenere banco, i social network e poi i riti periodici collettivi, determinate scadenze istituzionali… Nei dibattiti pubblici traspare come le élite abbiano un rapporto debole con la gente, nella quale domina una superficiale conoscenza dei problemi. Diffusa è la convinzione che i problemi o sono insolubili o invece si possono risolvere facilmente, nessun accoglimento della complessità, che per essere governata richiede risposte articolate.

La democrazia funziona quando le persone sono attive senza dipendere dallo Stato o dal Comune. Nel senso che, rispetto alla organizzazione della vita, si muovono da soli, con i familiari, i vicini, gli amici e sono capaci di autogovernarsi. Magari chiedono ai funzionari dei vari Enti come fare, se ci sono aiuti… quali le opportunità. Come alcune famiglie di disabili: si incontrano per organizzare escursioni domenicali in foresta o per portare i figli in piscina. La discussione, come è proprio di quel tipo di famiglie, si rivolge subito a mettere insieme le risorse: quali i mezzi a disposizione, gli accompagnatori, il grado di autonomia dei figli, il coinvolgimento di altre persone.

“La democrazia esige un vigoroso scambio di idee e di opinioni” (C. Lash), e le idee hanno bisogno di essere confrontate. Il dibattito vero è solo quello che fa crescere il desiderio di altre informazioni.

Negli anni ’20 ci fu in America una discussione tra il filosofo Dewey e il giornalista Lippmann, se la democrazia implicasse “un alto livello di condotta personale”.  Dewey pensava di sì e credeva che la democrazia non può svilupparsi senza virtù civiche e competenze e senza ambienti in cui la gente possa incontrarsi su un piano di libertà e parità.

Mai si lamenterà abbastanza lo scarso rilievo che viene dato ai luoghi informali dove avvengono incontri informali. I bar, i mercati, le piazze contribuiscono a quel genere di conversazioni a ruota libera sulle questioni della città, di cui si nutre la democrazia. Il vantaggio di questi luoghi è che possono esserci ovunque e si possono vedere altre persone oltre l’orizzonte della famiglia e degli amici. Qui si possono vedere anche virtù essenziali alla vita civica (lealtà, fiducia, responsabilità), ci si incoraggia nel vedere persone normali che si dedicano a un ideale, a impegni di amore e cura per gli altri. O persone (artigiani, commercianti, commessi) che fanno bene il loro lavoro. Sono i luoghi informali quelli che offrono di più, luoghi dove non vi è gerarchia o quel poco che vi è si fonda sulla capacità di rispettare le norme del vivere civile.

I luoghi informali possono promuovere il vivere civile senza sbandierarlo, permettono di parlare senza restrizioni, se non quelle imposte dalla conversazione. In questi luoghi sono apprezzati l’umorismo e le forme verbali creative. Insomma la conversazione è più disinibita e teatrale, come ho visto in alcune sale di barbieri o parrucchieri, nei piccoli negozi, ai mercati dove le informazioni circolano veloci, tra ironia e paradossi, uno spaccato di abitudini e giudizi, ma anche molto buon senso. Sono anche i luoghi dove vi è più irriverenza per chi fa osservazioni inappropriate e pretende tempi di ascolto eccessivi.

Primordi del giornalismo erano le taverne, i caffè che avevano una funzione di informazione. Il caffè, in particolare, era luogo degli appuntamenti, delle discussioni politiche, ed anche dei pettegolezzi e degli accordi segreti e delle cospirazioni.

All’epoca delle scuole elementari, in campagna, andavo allo spaccio dell’Ente Riforma e lì ascoltavo i discorsi dei grandi, come pure nei pressi del forno collettivo o in occasione dell’organizzazione del raccolto e di compravendite, quando gli adulti si riunivano. Anche se i discorsi vertevano sugli animali, il prezzo del grano, il tempo e le semine, i maestri che non arrivavano per tempo nella scuola della borgata, lì ho acquisito la consapevolezza che il mondo era più vasto, e l’interesse per le cose politiche, l’economia e la storia è maturato lì. In quei discorsi si mescolavano anche i racconti dei giovani che partivano per andare a lavorare a Torino o Milano, di quelli che tornavano a Natale dalla Germania, i ricordi ancora freschi della guerra e della prigionia, le storie personali; si alternavano toni seri e faceti, timori e speranze. Lì è nata la mia predilezione per le vicende delle singole persone e l’intreccio tra la grande storia e le piccole storie.

Quando passavo a trovare mia madre mi chiedeva tante cose, anche del governo cittadino; erano le voci del mercato. La sua sofferenza maggiore era quando non poteva uscire per il tempo cattivo o per motivi di salute. Il mercato era più importante della televisione.

Luoghi interessanti sono gli spazi aperti o i cortili davanti alle scuole con i genitori che aspettano i bambini che escono, i luoghi di attesa negli Uffici pubblici, nell’ospedale, nei luoghi di cura. La decadenza del dibattito pubblico informale è l’aspetto più preoccupante nella vita di una città. L’esigenza di informazioni affidabili è guidata dalle domande che nascono durante le discussioni, in esse noi comprendiamo cosa sappiano di quell’argomento o cosa dobbiamo ancora imparare. Finché non dobbiamo difendere le nostre opinioni in pubblico, esse restano opinioni. La discussione informale è rischiosa e imprevedibile, ma è fortemente educativa, perché permette di capire che i contrasti si superano ascoltando e immaginando il punto di vista dell’altro. La democrazia può avere molte pecche, ma tra le varie forme di governo è certamente la più educativa, quella che allarga il raggio del dibattito, costringendo tutti ad articolare il pensiero, a coltivare i toni, le parole, l’eloquenza. Le piccole comunità sono il luogo classico della democrazia, lo sono perché permettono a tutti di intervenire, prendere la parola.

La modalità informale appartiene a tutte le comunità e popoli della terra e, dice Richard Sennet, è un buon modo per entrare in contatto con le differenze culturali, senza regole di comunicazione prestabilite, che si svilupperanno autonomamente. “I contatti fra persone caratterizzate da capacità e interessi diversi sono ricchi quando sono confusi, poveri quando vengono regolati”. I modi informali sono aperti e naturalmente cooperativi, e le differenti parti traggono tutte beneficio dalle possibilità di scambio che si offrono.  “Gli uffici e le strade diventano inumani quando vi dominano la rigidità, l’utilità e la competizione; diventano umani quando al loro interno vengono promosse interazioni informali, aperte e cooperative”

Ricostruzione dell’agorà.  Agorà (piazza) è il luogo fisico, virtuale, formale, informale di incontro e di conversazione. E’ possibile ricostruire l’agorà? Come il luogo dove pubblico/privato si incontrano, dove vi è la possibilità di scegliere le vie del futuro, discutere quelle già tracciate, rinegoziare le varie opzioni?

Non esiste agorà senza partecipazione libera e autonoma, senza un pubblico che abbia idee, proposte e progetti. E’ non solo utile ma indispensabile un’agorà per dibattere sul bene comune e che rifiuta l’affermazione: non ci sono alternative! Un luogo del dubbio, del compromesso in un’epoca che riesca a praticare davvero la fine delle ideologie. E dove sia lasciato spazio alle forme provvisorie, aperte, imprevedibili. Vi deve essere sempre la possibilità e l’aspettativa che interessi incompatibili possano essere smussati, pressioni contraddittorie equilibrate, i desideri armonizzati. Agorà significa lanciarsi nel futuro, se vi è lo sforzo comune di elevare le competenze, promuovendo la curiosità e l’apprendimento collettivo, sviluppando la passione per il dialogo.

Legata all’agorà è l’informazione. La stampa identifica sempre più la propria funzione con quella di dare notizie, amplificando spesso i comunicati dei singoli gruppi, e rinuncia ad essere agente propulsivo della discussione. La formazione di posizioni ponderate è un processo dialogico ed i confronti (anche on line), i dibattiti, gli incontri possono produrre una interazione proficua.

Non ci sono idee guida. E’ passata una ruspa (come dice Montale) e non è solo quella della storia, che pure lascia cunicoli, anfratti e nascondigli, è passata la ruspa della pubblicità e della televisione, che ha annullato le differenze, ha seccato le piante, la flora autoctona. Si ha la sensazione che le reti di collegamento che legavano e facevano sentire parti di una comunità si siano consumate, rotte o sul punto di rompersi. Al centro della crisi attuale non è tanto l’assenza di valori o la confusione generata dalla loro pluralità, quanto l’assenza di istituzioni credibili atti a legittimare e promuovere percorsi di ricerca condivisi.

Una comunità è possibile solo se si riconosce non in un modello precostituito e schematico di comportamenti, ma se rende possibili forme di revisione, di autoesame, di auto critica. Si tratta di pensare ogni comunità, ogni realizzazione o forma di coabitazione umana “vulnerabile”. Una vulnerabilità in sintonia con quella ugualmente endemica e inevitabile della condizione esistenziale. E’ la mortalità di ogni creazione umana e della persona a rendere necessari adattamenti e aggiustamenti e a fondare la possibilità della trascendenza e quindi di ogni valore. “Per ognuno di noi, sapere che resteremo quaggiù per un tempo limitato e che la nostra vita ha un termine non negoziabile può anche essere uno sprone necessario a contare i nostri giorni e a farli contare”.

Se non ci fosse la morte, dice Jonas, avremo un mondo di anziani, saggi, che potranno non commettere errori, ma non ci sarebbe la sorpresa di coloro che vengono alla vita e che prima non esistevano. Non ci sarebbe lo stupore e la curiosità di coloro che vedono il mondo per la prima volta e con occhi nuovi. “Questo cominciare-sempre-di-nuovo, conseguibile soltanto al prezzo del finire-sempre-di-nuovo, può raffigurare bene la speranza dell’umanità, la sua salvaguardia dall’affondare nella noia e nella routine, la sua chance di conservare la spontaneità della vita”. E’ la vita non solo personale, ma delle comunità che nascono e muoiono al loro interno che permettono di conservare giovinezza e creatività. Qualunque cosa vive deve morire, questa è la condizione per conservare quello stupore di cui parla Hesse e che hanno i bambini, i poeti, i santi come Francesco d’Assisi. Questa consapevolezza del limite porta ad amare la vita aperta a diverse opzioni, ad assumere dei rischi e a prendere atto che nessuna scelta, nessun progetto per quanto sembri perfetto vale per sempre.

Conflitti e paure. Tempi di malafede.

La democrazia diviene più piena e vera quando i cittadini “si scambiano opinioni e discutono i rispettivi argomenti sulle questioni politiche pubbliche”. Pertanto una concezione normale della democrazia richiede partecipazione politica e dialogo e l’efficacia del voto si accompagna alla libertà di parola, accesso all’informazione, dissenso, motivazioni di alleanze, governo dei conflitti.

La conflittualità nasce dalla complessità sociale e culturale odierna. La famiglia, i gruppi, le comunità devono trasformarsi in luoghi di cooperazione e laboratori per affrontare i cambiamenti, derivanti da nuovi desideri, nuovi ruoli, protagonismi, divergenze, coltivando aspirazioni e soluzioni possibili. Una educazione al confronto dei sentimenti e delle emozioni e alla parità di genere che deve iniziare fin dall’asilo nido e dalla scuola materna, per conoscere ciascuno la propria fragilità e non camuffarla o nasconderla.

Tutti gli eroi greci piangono e non provano vergogna a manifestare le proprie emozioni e debolezze. Non nascondono la fragilità. Solo chi è capace di piangere può sondare i limiti della propria umanità.

Nemica dell’agorà è la paura. Amica dell’agorà è la voce, quella di coloro che esprimono il dissenso su scelte, forme di gestione e comportamenti. La voce di coloro che rischiano di essere esclusi, respinti, ignorati da chi detiene il potere. Un diritto che bisogna conquistare quotidianamente.

Domande semplici, costanti, continue, quotidiane. E’ tempo bene speso, che porta a migliorare e rinnovare in continuazione. Tempo speso bene per fare scelte pubbliche e compromessi condivisi.

Senza l’agorà la sfera pubblica e privata diverrebbe un terreno di scontro e di tensione.

Non si tratta solo di difendere gli spazi di libertà, ma di prendere le distanze dalla superficialità, dal sospetto, dalla banalizzazione. Non si può impedire alle persone di pensare, ma si può rendere quel pensiero irrilevante, impotente, di nessun peso.

La nostra è un’epoca di malafede il tempo delle menzogne utili. La malafede riguarda la società, non i singoli che mantengono nella quotidianità quel tanto di buona fede e di veracità, come sempre. La malafede cambia la società, la vita pubblica. Nicola Chiaromonte chiama egomania il male del nostro tempo. “Il suo effetto sull’individuo è quello di un’empietà radicale, in quanto esso porta a ignorare tutto ciò che non serve a fini immediati e a negare con ciò tutto quello che nel mondo è intimo, indicibile, arcano: il divino insito in ogni cosa e in ogni moto dell’animo”.

Un ritorno alla realtà? Una conversione? A che cosa? Alla semplicità delle cose, alla essenzialità delle proposte. Rinuncia all’idea perversa che porta ad accettare la realtà, perché “così va il mondo”.

 

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