GLI ENDOXA IN ARISTOTELE E OGGI

ENRICO BERTI

03histos

Premessa

Da un po’ di tempo si fa un gran parlare di endoxa, sia tra gli studiosi di Aristotele o di filosofia antica, sia tra i filosofi in generale. Per quanto riguarda Aristotele, il fenomeno è probabilmente una conseguenza dell’interesse, sviluppatosi tra gli specialisti, per la sua dialettica, dopo che alcuni studi fondamentali della seconda metà del Novecento (Owen in Inghilterra, Aubenque in Francia, Wieland in Germania) hanno mostrato come lo Stagirita si serva spesso di questa tecnica argomentativa nei suoi trattati, mentre altri ne hanno contestato l’importanza. Ora, è noto che la dialettica, per Aristotele, è la tecnica di argomentare a partire appunto da endoxa, cioè da premesse condivise da tutti, o dalla maggioranza, o da tutti gli esperti, o dalla maggioranza di questi, o almeno dai più famosi (Topici I 1). Per quanto riguarda invece il dibattito filosofico in generale, non è escluso che l’interesse per gli endoxa derivi dalla nuova, paradossale, moda di cui Aristotele sembra godere da alcuni decenni nella filosofia contemporanea, o più probabilmente deriva dalla ricerca di un terreno comune in cui poter argomentare su questioni di filosofia pratica, cioè di etica e di politica.

In ogni caso, come spesso accade quando un tema viene ripreso da molti, specialisti e non specialisti, sono sorti alcuni equivoci circa il significato degli endoxa, sui quali questo intervento potrebbe essere l’occasione per fare un po’ di chiarezza. Ovviamente mi riferisco anzitutto a equivoci sorti a proposito di Aristotele, ma da qui essi si sono riverberati sul dibattito filosofico generale, per cui un chiarimento concernente Aristotele può risultare utile anche ai fini di portare una maggiore chiarezza nelle vicende della filosofia contemporanea.

Gli endoxa in Aristotele

Un primo equivoco abbastanza diffuso tra gli studiosi, più o meno occasionali, di Aristotele è la confusione tra gli endoxa e le semplici opinioni, o doxai, confusione che porta ovviamente a una svalutazione del valore di verità degli endoxa, perché la semplice opinione non garantisce in alcun modo la verità, nemmeno per un filosofo come Aristotele, il quale pure l’ha rivalutata rispetto a Platone e soprattutto rispetto a Parmenide. Ora è forse il caso di ricordare che gli endoxa, per Aristotele, sono, sì, opinioni, ma non sono opinioni qualsiasi, bensì sono opinioni dotate di un particolare valore, per il fatto di essere condivise, appunto, da tutti, o dalla maggioranza, o dagli esperti, ecc. Aristotele, come è noto, era ottimista dal punto di vista epistemologico, cioè riteneva che, quando tutti la pensano in un certo modo, è molto probabile che essi siano nel vero. C’è infatti un passo dell’Etica Nicomachea  in cui egli afferma: «le cose che sembrano a tutti, queste diciamo che sono, mentre chi distrugge questa fiducia, non dirà affatto cose più degne di fede» (X 2, 1173 a 1-2).

Circa il valore epistemologico, cioè la verità, degli endoxa, sul quale si è sviluppato un ampio dibattito, vale la pena di riportare un passo – a mio avviso non abbastanza citato – degli Analitici primi, in cui Aristotele spiega che cos’è il «verosimile» (eikos), dicendo che esso è «una premessa endossale (protasis endoxos), ossia ciò che si sa accadere o non accadere, essere o non essere, per lo più (hôs epi to polu), come per esempio che gli invidiosi odino e che gli amati amino» (II 27, 70 a 10-12). Traduco l’aggettivo endoxos con «endossale», anche se questo termine non esiste nel dizionario italiano, perché è l’opposto di «paradossale», termine che invece esiste. Nel passo in questione, come si vede, la premessa endossale è detta essere vera «per lo più», cioè non sempre, ma nella maggior parte dei casi, dunque quasi sempre. Pertanto il «verosimile» non è ciò che è simile al vero, e quindi non è vero, ma ciò che è vero quasi sempre, ossia il probabile, anzi l’altamente probabile. Gli endoxa hanno dunque, per Aristotele, un valore di verità alquanto elevato, anche se non sono veri e propri princìpi, cioè verità necessarie.

Del resto il «per lo più» è uno dei due valori di verità che Aristotele attribuisce alle scienze. L’altro è il «necessario», ossia ciò che è vero sempre (cfr. An. post. I 30). Ma il necessario appartiene soltanto alle scienze matematiche, le cui dimostrazioni sono, appunto, vere sempre, mentre il «per lo più» appartiene a scienze come la fisica (cfr. Phys II 2, 5, 7), riportata da Aristotele alla dignità di autentica scienza dopo la svalutazione a cui l’aveva sottoposta Platone. Per Platone, infatti, il discorso puramente «verosimile» (eikos), in cui consiste la cosmogenesi narrata nel Timeo, non è scienza, mentre per Aristotele la fisica, pur dovendosi accontentare di dimostrazioni che valgono solo «per lo più», e quindi sono in un certo senso «verosimili», è scienza. Lo stesso vale per la filosofia pratica, cioè per la «scienza politica», le cui dimostrazioni, muovendo da premesse valide «per lo più» (data la variabilità dei beni), approdano a conclusioni valide anch’esse «per lo più» (Eth. Nic. I 1). Ciò significa che, per Aristotele, quanto affermano la fisica e la filosofia pratica, in generale è vero, ma con delle eccezioni. La più nota fra queste eccezioni riguarda, nell’ambito della filosofia pratica, l’endoxon secondo il quale «le madri amano i propri figli», che è vero quasi sempre, fuorché nel caso di Medea. Proprio l’uso di dimostrazioni valide «per lo più» ha indotto alcuni studiosi a sostenere che la fisica e la filosofia pratica di Aristotele si avvalgono di argomentazioni dialettiche.

Un altro equivoco, nel quale spesso si incorre a proposito degli endoxa in Aristotele, consiste nel credere che le discussioni con i filosofi precedenti, che aprono alcuni dei suoi trattati (Fisica, De anima, Metafisica), siano un confronto di Aristotele con gli endoxa, per cui si crede che le dottrine dei filosofi precedenti fossero considerate da Aristotele come endoxa. Ora, è vero che una delle caratteristiche degli endoxa è di essere condivisi da personalità famose (cfr. Top. I 1, 100 b 23, dove endoxoi vuol dire «famosi», perché uno dei significati di doxa è «fama»), ma è anche vero che le opinioni delle personalità famose, secondo Aristotele, sono endoxa solo qualora non siano paradossali, cioè non siano contrarie all’opinione della maggioranza (cfr. Top. I 10, 103 b 10-12). Opinioni come quelle di Parmenide e Melisso, secondo cui nulla si muove, o come quella di Eraclito, secondo cui tutto si muove, o infine come quella di Antistene, secondo cui non ci si può mai contraddire, per Aristotele sono chiaramente paradossali (ivi, 11, 104 b 19-25). Poteva essere considerata un endoxon, forse, l’opinione di Empedocle, seguita anche da Platone, secondo cui gli elementi sono acqua, aria, terra e fuoco, che Aristotele condivide e non mette mai in discussione.

Gli endoxa, infatti, per Aristotele non si mettono in discussione, poiché sono le premesse a partire dalle quali si argomenta per mettere in discussione le tesi degli altri filosofi. L’equivoco secondo cui le opinioni dei filosofi precedenti sarebbero endoxa e quindi Aristotele, mettendole in discussione, discuterebbe il valore degli endoxa, nasce dal fraintendimento di un famoso passo dell’Etica Nicomachea (VII 1, 1145 b 2-7), dove Aristotele dichiara che, a proposito della «mancanza di autocontrollo» (akrasia), così come in altri casi, bisogna anzitutto «esporre i pareri» (tithenai ta phainomena) degli altri e poi «sviluppare le aporie» che ne derivano, cioè dedurre le conseguenze che derivano da pareri opposti. A questo punto bisogna «esibire» (deiknunai), o «presentare», cioè mettere sul tavolo, gli endoxa e vedere quali di quelle conseguenze li «lasciano sussistere» (kataleipêtai), cioè non li contraddicono. Quando si saranno individuate le tesi, le cui conseguenze non contraddicono gli endoxa, «si sarà data una dimostrazione sufficiente» (dedeigmenon hikanôs).

Alcuni studiosi anzitutto hanno creduto che i «pareri» che si devono mettere in discussione, indicati in questo passo con il termine phainomena, siano gli endoxa e che si debbano quindi «dimostrare» o «comprovare» gli stessi endoxa. Ma per Aristotele i «pareri» non sono affatto endoxa, sono semplici opinioni (doxai) e gli endoxa non hanno bisogno di essere dimostrati, perché valgono già di per se stessi, cioè sono veri, se non sempre, certo «per lo più», e quindi fungono da premesse, non da oggetto, delle discussioni. Del resto il verbo usato da Aristotele in questo passo a proposito degli endoxa, cioè deiknunai, non significa «dimostrare» (apodeiknunai), ma significa semplicemente «mostrare», cioè esibire, presentare, richiamare gli endoxa, per valutare alla luce di essi i pareri in discussione. Certo, le conclusioni a cui si perverrà al termine di questa discussione saranno valide non «sempre», ma «per lo più», ma di questo in filosofia pratica ci si deve accontentare (ecco la dimostrazione «sufficiente»), perché fare di più non è possibile.

Del resto, che gli endoxa non debbano essere confusi con generici pareri o opinioni qualsiasi, risulta dal fatto che i pareri e le opinioni possono essere in contrasto l’uno con l’altro, per esempio «il mondo è eterno» e «il mondo è generato», mentre gli endoxa non possono essere in contrasto fra loro, perché, per essere endoxa, devono essere condivisi dalla maggioranza, e non ci possono essere due maggioranze in contrasto l’una con l’altra sullo stesso oggetto, ma una delle due sarà maggioranza e l’altra sarà necessariamente minoranza. La possibilità di un contrasto tra il parere della maggioranza e il parere di un singolo filosofo, per quanto famoso, non dà luogo a un contrasto fra endoxa, perché – come abbiamo visto – il parere di un singolo filosofo può essere un endoxon solo se non è paradossale, cioè se non è in contrasto col parere della maggioranza. Questo è un altro motivo per distinguere gli endoxa dalle opinioni dei filosofi, che spesso sono in contrasto tra loro.

Prima di lasciare Aristotele, vorrei fare un’ultima osservazione. Aristotele è il primo che ha parlato di endoxa, cioè ne ha definito la natura e l’uso, ma ciò non significa che li abbia inventati lui. Nelle città greche la dialettica era praticata da secoli e Aristotele nei Topici non fa che descriverne e, per così dire, codificarne, le regole. Il primo documento scritto in cui si illustra ampiamente la pratica della dialettica sono i dialoghi di Platone. Nei dialoghi cosiddetti «socratici» il personaggio di Socrate si serve, appunto, degli endoxa per confutare i suoi interlocutori. Per esempio nell’Eutifrone Socrate, allo scopo di confutare l’opinione dell’omonimo sacerdote, il quale ha definito il «santo» come ciò che piace agli dèi, gli domanda se gli dèi sono uno o molti, ed Eutifrone è costretto a rispondere che sono molti (endoxon); allora Socrate gli domanda se gli dèi vanno sempre d’accordo o talvolta sono in contrasto tra loro, ed Eutifrone deve rispondere che talvolta sono in contrasto (altro endoxon, basato sull’Iliade): allora Socrate gli fa notare che, di conseguenza, la stessa azione ad alcuni dèi può sembrare santa e ad altri non santa, il che costituisce una contraddizione, per cui Eutifrone è confutato.

Ci sono oggi degli endoxa?

Uno dei motivi che hanno determinato l’interesse odierno per gli endoxa di cui parla Aristotele è la domanda se oggi esistono degli endoxa, cioè delle opinioni condivise dal tutti, o dalla maggioranza, o da tutti gli esperti, o dalla maggioranza degli esperti. È evidente l’importanza della questione, perché, se oggi ci fossero degli endoxa, si potrebbero assumere come premesse per argomentazioni intese a difendere una tesi piuttosto che la tesi opposta, e in tal modo si troverebbe forse la soluzione di molti problemi, per esempio in etica, in particolare in bioetica. Ovviamente la società in cui viviamo oggi è molto più pluralistica di quella in cui visse Aristotele, sia dal punto di vista religioso, sia dal punto di vista politico, sia in genere dal punto di vista culturale. La globalizzazione, inoltre, ha contribuito a determinare una mescolanza di culture all’interno di ciascuna società nazionale, per cui non esistono più società, o nazioni, monoculturali, quindi appare estremamente difficile, anzi improbabile, che esistano degli endoxa, cioè delle opinioni condivise da tutti o anche dalla sole maggioranze.

Tuttavia non sembra del tutto impossibile rintracciare anche nel mondo contemporaneo delle opinioni sufficientemente diffuse per poter essere considerate i moderni endoxa. Le società inquadrate negli Stati democratici sono rette, in generale, da una carta costituzionale, la quale, essendo in vigore, si deve supporre che sia stata approvata dalla maggioranza dei cittadini, direttamente o indirettamente, e che continui ad esserlo fino a prova contraria. Penso a Stati come l’Italia, la Germania, la Spagna, ma anche gli Stati Uniti d’America, i quali hanno una Costituzione scritta. I princìpi esposti, in genere, nella prima parte di tali Costituzioni, sono enunciazioni di diritti: il diritto alla vita, alla salute, all’educazione, al lavoro, alla proprietà, alla libertà di pensiero, di stampa, di associazione, e simili.  Si deve quindi pensare che tali diritti, i cosiddetti «diritti umani», siano condivisi almeno dalla maggioranza della popolazione dei suddetti paesi.

Ma esistono anche diritti condivisi da popolazioni di paesi diversi, per esempio i «diritti dell’uomo» formulati dalla Dichiarazione di Indipendenza Americana (1776), o dall’Assemblea nazionale francese (1789), e dalle carte internazionali dei diritti, per esempio dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata dall’assemblea delle Nazioni Unite nel 1948. A quest’ultima hanno partecipato un centinaio di Stati, ma essa è rimasta in vigore anche in seguito all’ampliamento del numero dei Paesi che hanno aderito alle Nazioni Unite. Si può quindi supporre che i diritti in essa proclamati, che poi sono sempre gli stessi delle Costituzioni dei singoli Stati, cioè il diritto alla vita, alla libertà, ecc., siano condivisi dalla maggioranza dei cittadini degli Stati che hanno aderito all’ONU, quindi siano opinioni largamente maggioritarie, ossia dei veri e propri endoxa nel senso aristotelico del termine.

L’obiezione che viene avanzata a questo proposito è che molti Stati non rispettano i diritti umani, come risulta dalle numerose inchieste fatte da Amnesty International. Questo è indubbiamente vero, ma è altrettanto vero che gli Stati trasgressori dei diritti umani in generale non ammettono di esserlo, cioè pretendono di rispettarli, il che significa che, almeno dal punto di vista teorico, ne riconoscono la validità. Certo, quello che conta, a proposito dei diritti, non è il punto di vista teorico, bensì il comportamento pratico. Ma il carattere endossale di un’opinione, che può essere fatto valere in una discussione, dipende dal riconoscimento di essa anche dal solo punto di vista teorico. Se, infatti, i trasgressori dei diritti umani pretendono di non essere dei trasgressori, ma di essere al contrario anche loro rispettosi di tali diritti, vuol dire che essi ritengono impopolare, e quindi politicamente dannoso, essere considerati contrari ai diritti umani, e quindi attribuiscono anche loro una certa importanza all’opinione favorevole ai diritti, cioè in qualche misura ne ammettono il valore.

Un altro esempio di moderni endoxa è costituito, a mio avviso, dalle leggi dei singoli Stati, non perché le leggi siano di per sé un oggetto moderno – infatti sono sempre esistite – ma perché il ricorso alle leggi continua a essere praticato in tutti gli Stati, per esempio nei dibattimenti giudiziari. Quando si discute della colpevolezza o dell’innocenza di un imputato, entrambe le parti in causa, cioè sia l’accusa che la difesa, si richiamano alle leggi in vigore nello Stato, dando per scontato che queste devono essere rispettate. L’accusa infatti cerca di dimostrare che l’imputato ha violato le leggi, il che è considerato una colpa, mentre la difesa cerca di dimostrare che non le ha violate, quindi deve essere considerato innocente. Le leggi, dunque, sono considerate valide da tutti, indipendentemente dal fatto che siano veramente giuste. Oltre alle leggi, esiste poi la giurisprudenza, cioè la conoscenza delle sentenze precedentemente pronunciate da tribunali legittimi sulla materia del contendere, le quali  costituiscono argomenti particolarmente forti a difesa o a carico dell’imputato, specialmente negli Stati in cui non esistono codici scritti, o i codici scritti sono molto sommari.

Nelle società moderne esistono poi degli strumenti che permettono di accertare esattamente se un’opinione è o non è condivisa dalla maggioranza. Non mi riferisco ai cosiddetti sondaggi di opinione, i quali spesso si ingannano, ma a strumenti quali, ad esempio, il referendum, al quale alcuni Stati ricorrono molto spesso e su questioni molto particolari, come ad esempio la Svizzera. È chiaro che un’opinione confermata da un referendum costituisce un endoxon, indipendentemente dal suo effettivo valore di verità. Anzi, in questo caso bisogna guardarsi proprio dall’attribuire all’esito del referendum un valore di verità, errore che invece spesso si commette non solo da parte di chi ha vinto, ma anche da parte di coloro che hanno perso. Un’opinione alquanto diffusa –  ma in questo caso non penso che si tratti di un endoxon – ritiene che i vincitori abbiano ragione e che i perdenti abbiano torto. Spesso infatti si sente dire, specialmente in politica, da parte degli stessi perdenti, che l’avere perso è stato un errore che non bisognava commettere, mentre – a mio modo di vedere – si può benissimo essere convinti di avere sostenuto una causa giusta, anche quando questa è risultata perdente. Non è detto, evidentemente, che il parere della maggioranza, benché costituisca un endoxon, sia la verità, specialmente quanto è stato sostenuto per motivi tra loro diversi e persino opposti.

Certo, nelle democrazie vige il principio maggioritario, per cui è giusto che il parere della maggioranza prevalga, ma questo non ha nulla a che vedere col valore di verità: si tratta di un principio pratico, che deve essere fatto valere sul piano pratico, quale è appunto il piano della politica. Dallo stesso punto di visto pratico il richiamo agli endoxa può essere utile per risolvere problemi, appunto, pratici, quali i problemi di etica o di bioetica. L’importante è che nelle argomentazioni si facciano valere premesse che sono effettivamente «endossali», cioè veramente condivise da tutti o dalla maggioranza, e non si spaccino come tali opinioni che invece sono particolari, cioè sostenute soltanto da pochi. In tal caso, infatti, Aristotele direbbe che si stanno producendo non argomentazioni dialettiche, ma argomentazioni «eristiche», cioè sofistiche, ovvero dialettiche solo in apparenza, miranti non a persuadere, ma a ingannare (cfr. Top. I 1).

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