INTELLIGENZA UMANA E ANIMALE COMPARATE (A PARTIRE DA UN PASSO DEL DIZIONARIO STORICO-CRITICO DI PIERRE BAYLE)

PEE GEE DANIEL

 

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Per persona si intende notoriamente un essere appartenente all’umano genere, nella piena (o se non altro parziale) contezza di sé, compos sui come si esprimerebbe il Broccardo, al contempo provvisto per quanto possibile di quelle facoltà e disposizioni atte al discernimento di enti e/o eventi concreti e astratti.

Accanto all’aspetto noetico, vi è poi quello etico: persona è altresì l’attore sociale, con un suo ruolo giuridico predeterminato, membro attivo e soggetto gregario all’interno della comunità di cui fa parte. Sul piano psicologico infatti si parla di personalità per intendere il risultato dell’interazione tra il carattere originale dell’individuo e l’ambiente sociale in cui egli vive: il secondo non potendo che mistificare, per esigenze di irenismo sociale, nonché porre in qualche maniera sotto camuffa la natura più sincera del primo.

Ed eccoci arrivare perciò al significato originale del termine persona, che in latino vuol dire “maschera” (un’etimologia che pesa da sé sola quanto l’intera produzione pirandelliana): come a metterci già da subito in guardia circa l’imbroglio di fondo che sta dietro la costruzione dell’essere umano in quanto soggetto pensante e soggetto socio-politico.

La primissima funzione di detta maschera è quella di nascondere la natura ferina che si cela dietro l’umano: l’uomo sin dall’inizio ha cercato di ricavare una sua propria identità distinguendosi con ogni sforzo dal regno animale, dalla cui sudditanza ha così faticosamente cercato di emanciparsi. Sinché non ebbe la brillante idea di reinventarsi quale entità alternativa, esterna al novero dei bruti, autonoma e a sé stante: la creatura santa, la creatura più bella e proporzionata tra tutte, la creatura tutta un pregio, giusta e benedetta, amorosa, intelligentissima, rispetto alla quale lo scarso comprendonio di belve e bestiacce è neanche lontanamente assimilabile. L’uomo, signore e signori! Come a dire: tra tutte quante le creature la più prossima alla divinità!

“L’uomo è un animale sociale” è l’enunciato che torna, ridondante, all’interno di almeno un paio delle etiche di Aristotele e del suo Politico. Come lo sono api e formiche del resto – riconosce lo stesso Stagirita – che convivono in un’armonia forse anche maggiore rispetto a quella che regge il consorzio umano, ma a cui manca la parola e dunque la possibilità di comunicarsi un bene comune da perseguire, esclusivamente assistite quali sono dal loro particolare giudizio e desiderio. Ai loro processi cognitivi manca cioè l’inferenza, come ribadirà anche Kant.

Hobbes nel Leviatano (II, cap. XVII) avrà facile gioco a eccepire che api e formiche non conoscono l’onore e la dignità in nome dei quali gli uomini sono in eterna competizione tra loro, che sfocia spesso in scontri e guerre sanguinose, e che per quelle bestioline il bene comune e quello privato coincidono. Al contrario gli umani sono bestiacce grame alla continua ricerca del proprio tornaconto a discapito dei benefici generali e solamente leggi ferree e coazione riescono a mantenere questa loro tempestosa convivenza (anch’essa una scelta di comodo, tutt’altro che connaturata all’essere umano, come invece Aristotele ama ripetere).

Comunque vada, che gli umani si riuniscano in società strutturate poiché condizionati a questo da una loro innata socialità oppure in quanto forzati dal bisogno di migliorare e rendere quanto più sicure possibili le proprie condizioni di vita, tutto ciò altro non è che l’equivalente etologico della tendenza all’associamento di molte altre specie.

Passando dai ditteri ad animali più prossimi al nostro ceppo evolutivo e cromosomico, lo stesso avviene per i grandi primati (o scimmie antropomorfe), di cui Aristotele neppure immaginava l’esistenza, e di cui Hobbes deve aver tutt’al più orecchiato da qualche resoconto di viaggio dei pionieristici conquistatori inglesi di nuovi mondi del suo tempo: il clan di bonobo o orangutan si rispecchia nel nostro corpo sociale, che rispetto a quello presenta un grado di complessità via via sempre maggiore in proporzione con le minori risorse all’autodifesa e alla sopravvivenza di cui i componenti siano equipaggiati alla nascita (in altre parole: se allo scimpanzé, per condurre una vita tutto sommato soddisfacente, basterà aggregarsi in piccole comunità nate per provvedere a una mutua assistenza e salvaguardia, l’uomo, altrimenti detto “la scimmia nuda”, inerme e indifeso qual è per natura, per essere certo di portare a casa la pellaccia ogni giorno che Dio manda sul mondo necessita invece di questa struttura onnicomprensiva, e leviatanica per l’appunto, che chiamiamo società umana).

Secondo celebre assunto dell’antropologia peripatetica (che, in qualche modo, fa da pendant al primo): “L’uomo è un animale razionale”.

Si potrebbe anche aggiungere “l’unico”, almeno nell’ottica plato-aristotelica.

Gli animali dunque non ragionano?

Secondo questa scuola più che altro rispondono a impulsi e sensazioni. Privi del bene dell’intelletto, sono mossi da un’anima meccanica, capace di preservarli, accrescerli, farli riprodurre secondo schemi isomorfi di azione e reazione o di causa ed effetto.

Cartesio, com’è noto, porterà poi alle estreme conseguenze questa presunta inferiorità intellettiva, spingendosi ad affermare che gli animali altro non siano che delle macchine esanimi, le cui azioni vengono dettate da leggi non dissimili da quelle che regolano una macchina da cucire o un misirizzi: opererebbero infatti tramite una serie di automatismi innescati da stimoli esterni (per input e output diremmo oggidì), ovviando cioè a ogni tipo di riflessione, per quanto essa venga intesa in senso larvale e primitivo. “L’animale non ha un’anima” dice Cartesio, svuotando così la parola stessa e destituendola del suo etimo…

Tra i primi a confutare la tesi cartesiana circa gli animali/automi ci furono gli Enciclopedisti, che, parlando delle bestie, si esprimono come segue: «Che cosa notiamo in loro? Azioni, coerenti, ragionate, che esprimono un senso e rappresentano le idee, i desideri, gli interessi, i disegni di qualche essere particolare. (…) Agiscono coerentemente: ciò prova che posseggono un sentimento di sé e un interesse individuale, principio e scopo delle loro azioni; tutti i loro movimenti mirano al loro utile, alla loro conservazione, al loro benessere.»

È vero, anche Diderot, D’Alembert e compagnia briscola in questo modo non fanno che riconoscere ai bruti pensieri e ragionamenti prettamente utilitaristici, tutti volti all’autopreservazione, ma del resto ratio non è forse il nome d’azione del verbo reri, che significa appunto “calcolare”? Dunque, anche sotto il profilo squisitamente linguistico, almeno una quota parte di facoltà raziocinanti paiono condividerle con noi.

Ma ecco come prosegue la voce “Anima delle bestie”, inserita all’interno dell’Encyclopédie: «Basta appena osservare il loro comportamento per cogliere l’esistenza di un istinto sociale evidente tra quelli appartenenti a una stessa specie e a volte perfino a specie diverse; sembrano intendersi, agire d’accordo, concorrere ai medesimi disegni; corrispondono con gli uomini, come si vede nei cavalli, nei cani, ecc. (…) Vediamo che gli animali eseguono azioni spontanee, nelle quali compare un simulacro di ragione e di libertà, tanto più esplicito quanto meno tali azioni sono uniformi, più differenziate, più singolari, più impreviste e disposte immediatamente all’occasione presente.»

Le due asserzioni aristoteliche questo almeno hanno di buono rispetto a una tradizione cristiana più tardiva (cui si alludeva all’inizio): riconoscono che l’uomo, a tutti gli effetti, è un animale.

Ora, la domanda rimane questa: l’uomo è l’animale più intelligente (come perlomeno ama dare ad intendere)?

Beh, una cosa è certa: è l’unico veramente stupido.

Gli errori madornali  e le abiezioni in cui così spesso incorre la nostra specie (stentando per di più a fare tesoro dell’esperienza precedente, e tendendo così a ricaderci all’infinito): sono quelli semmai a distinguerci recisamente dagli altri esseri senzienti.

Non si sono mai visti gruppi di bonobo impegnati in scontri di piazza tra diverse fazioni a difesa delle rispettive squadre calcistiche, né si è mai sentito di un orangutan che abbia trucidato la famiglia per ritirare i soldi dell’assicurazione. Neppure si sa di elefanti o cani o oritteropi che abbiano preso parte a parate naziste. Tanto meno oche a fare… il passo dell’oca, o giaguari a fare… il passo del giaguaro, per conquistare le trincee nemiche…

Qualcuno obietterà: l’uomo raggiunge vette neanche lontanamente opinabili per un animale. Quale orangutan, scimpanzé pigmeo o oritteropo è paragonabile a un Michelangelo, a un Mozart, a un Einstein?

Risponderemo: a parte il fatto che ciò che obiettate riguarda le rarissime eccellenze e non la stragrande maggioranza dei nostri simili, quelli che citate restano campioni puramente umani, non esportabili al di fuori della nostra specificità.

In altre parole, provate pure a dischiudere i battenti che sigillano le stanze affrescate col Giudizio Universale: la Cappella Sistina si riempirà di nidi di rondoni, tele di ragno, tane di sorci (affatto indifferenti al prodigio pittorico che li ospita) non meno di una qualunque stalla per vacche.

Per quel che compete loro (un campo che, al contrario delle elevazioni dello spirito umano, tutti i viventi condividono appieno, visto che si parla di autoconservazione e fruttuosa interazione con l’ambiente circostante), gli animali sono tutti intelligenti, ossia più che sufficientemente equipaggiati alla sopravvivenza. Difficile coglierli in fallo.

Ovvio, l’istinto li guida (ciò che, in soldoni, si viene a identificare con quegli stessi “giudizio e desiderio” già a suo tempo individuati da Aristotele).

Benché su un tale punto ci si debba mettere d’accordo: per quanto riguarda l’istinto in generale si sottintende (cartesianamente) qualcosa di macchinale e automatico. Una sorta di arco riflesso che si ripresenta ogni qual volta l’animale debba agire o reagire. Di fronte a un determinato ambiente, fatto o ente, l’animale saprebbe già, per innatismo o predisposizione, che cosa fare. Vedendola così, l’apparato istintuale infuso in loro dalla natura naturante o da un dio creatore che si voglia, rassomiglia molto da vicino all’intelligenza che il progettista presta all’apparecchio elettronico o al macchinario, in modo che essi funzionino da lì in poi esattamente come lui ha deciso.

Per quanto l’istinto, così inteso, si presenti assai comodo e sommamente invidiabile, la capacità animale di barcamenarsi anche nei momenti più improvvidi è comunque qualcosa di ben più complesso di un bagaglio di corrispondenze programmate nel loro corredo genetico.

Vi è spesso un’impronta personale nell’azione animale, vi è della creatività. Vi è insomma del problem solving, giusto per usare una pisquanata da agenzia interinale.

Basta dar credito ad alcuni piccoli esempi da documentario del National Geographic, come i famosi macachi giapponesi, uno dei cui esemplari una volta provò a intingere una patata nell’acqua salata e, trovandone il sapore decisarmente migliorato, passò parola (per così dire) ai conspecifici, che da allora in poi non addentano un tubero se prima non l’hanno pucciato dentro l’acqua di mare.

Altro esempio? Seppure il suo aspetto gommoso e apparentemente insensibile non lo tradisca affatto, il polpo è intelligentissimo: va ghiotto per il granchio, tanto per dire, e se gliene si ficca uno in fondo a una bottiglia chiusa lui, per riuscire a papparselo, la aprirà con uno degli otto tentacoli, pur senza aver mai visto prima una bottiglia, come sia fatta, come si turi e si sturi. Sembra incredibile!

Eppure, nonostante questo, almeno una volta a settimana, un esemplare della specie finisce nella mia padella, per essere cucinato alla Luciana. Che vuol dire questo? Che io sono ancora più intelligente del polpo? Non credo che tanto basti come prova, anche perché, se ci basassimo su un tale tipo di occorrenze, anche Stephen Hawkins potrebbe facilmente subire la stessa fine allo stesso modo, casomai mi capitasse tra le mani, e di certo opporrebbe ancora meno resistenze del povero polpo. Malgrado ciò non oserei mai dirmi più intelligente di Hawkins. E allora? Forse che la semplice sopraffazione di un individuo su di un altro non sia sufficiente di per sé a dimostrare la superiorità intellettiva del primo sul secondo?

Per dirne una, l’homo sapiens sapiens è sopravvissuto e domina, al contrario del neanderthaliano, non perché più intellettualmente dotato di quest’ultimo, tutt’altro! Semplicemente perché era – com’è stato dimostrato – più aggressivo. L’homo sapiens sapiens è, in altre parole, il superbullo preistorico: ha cioè surclassato gli altri ominidi in forza di un maggiore grado di bestialità, non già – come ci piacerebbe invece pensare – grazie a un’umanità superiore (specie nell’accezione in cui tale termine viene il più delle volte adoperato dalle anime belle quale sinonimo di misericordia e magnanimità…).

Un gorilla adulto arriva addirittura a eguagliare l’intelligenza di una bambina di cinque anni. Questo tra l’altro accade quando il grosso primate viene sottoposto a un test per il quoziente intellettivo pensato (pur riadattato all’uopo) per registrare le facoltà mentali umane.

In un test che sia invece stato espressamente congegnato per le grandi scimmie (in cui, che so, ci si debba cimentare nella ricerca dell’apporto proteico giornaliero necessario tramite il minor tempo possibile e con il minor dispendio di energie) si può ben immaginare che con grandissime difficoltà noialtri raggiungeremmo anche solo una risicata sufficienza.

Ma come dicevamo, anche se l’uomo fosse poi davvero il più dotato intellettivamente tra tutte le bestie che scorrazzano per questo pianeta, è altrettanto vero ch’egli sia, al contempo, l’unico animale per cui si possa propriamente parlare di stupidità.

L’animale sa sempre cosa deve fare, l’uomo no.

Quest’ultimo ha il costante bisogno di un procedimento logico-discorsivo per giungere da qualche parte, ma tale procedimento non per forza porta alla strada giusta (come vorrebbe l’ottimistico razionalismo greco): le falle, le impasse, le castronerie sono tutt’altro che rare. Anzi, forse, prevalenti. Sbagliando si impara, ci ammonisce l’adagio popolare. Ed errare humanum est: l’uomo è erroneo ed errabondo per sua stessa natura. Quasi mai raggiunge l’obiettivo prefisso a colpo sicuro, ma per errori e correzioni: fa una cretinata e, sempre che se ne avveda, cerca poi di non ripeterla. E non può non avvalersi dei precedenti errori e cassature registrati da chi lo ha preceduto (e che a sua volta tramanderà poi ai posteri): anche da questo punto di vista la socialità ci è necessaria. La collettività umana viene così a comporre un unico colossale cervello cui tutti noi (o almeno quelli più funzionali di noi) concorrono come tanti neuroni, legati tra loro da quelle sinapsi procedurali che sono le informazioni. È la possibilità di correggere i propri errori e rimediarvi di cui parla John Stuart Mill: «Non con la sola esperienza: anche la discussione è necessaria.» Una discussione da noi intesa anche in contumacia, con quanto esperito e testimoniato da chi ha battuto in precedenza consimili sentieri.

Fino a quando restiamo protetti (anzi: catafratti) entro i limiti di questa enorme, macchinosa invenzione che è la società umana gli errori del singolo vengono gommati e ammortizzati dalla collettività: in altre parole, se uno fa il buco il corpo sociale ci mette la pezza (a questo appunto serve la complessificazione – se ci si passa la terminologia algebrica – sempre crescente dell’apparato sociale: affinché tutto tenga, il sistema sembra progressivamente concedere all’individuo un sempre minore raggio d’azione, così da limitarne gli eventuali danni). È quindi illusorio parlare di un essere umano e delle sue capacità, isolandolo idealmente dall’ambiente entro il quale le sue gesta sono circoscritte. Per gli animali aggregativi invece l’aiuto del gruppo ha sicuramente un peso minore che per l’uomo (senza contare le numerosissime specie i cui appartenenti non si avvalgono affatto di una reciproca collaborazione, ma devono sfangarsela ognuno per sé – un fatto per noi neanche lontanamente contemplabile – riuscendovi il più delle volte brillantemente).

Gli animalisti più sentimentali amano spesso ripetere che gli animali siano migliori degli uomini (riferendosi a maggiori purezza, genuinità e dimostrazioni d’affetto). Vi fu però chi tentò persino di far assurgere una tale idea ai più sofisticati livelli di paradosso filosofico.

Tanto fa il proto-illuminista Pierre Bayle, una delle voci più provocatorie dell’intera storia del pensiero umano, che nel suo Dizionario Storico-critico dedica tutto un capitolo a tale questione, prendendo spunto dalla nebulosa figura di un tal Rorario, che, per l’appunto, «tenta di dimostrare non soltanto che le bestie sono animali razionali, ma anche che si servono della ragione meglio dell’uomo.»

Dando amabile sfoggio della sua erudizione, Bayle innanzitutto ci informa che già Democrito, già Stobeo pensavano che «non vi è nessun animale privo di ragione, ma tutti sono capaci di intelligenza e di scienza.» Ma è Anassagora, in particolar modo, a pronunciarsi in loro favore: «l’intelletto infatti si trova in tutti gli animali, sia piccoli che grandi, sia in quelli più vili che in quelli più nobili.»

Fin qui però si tratta ancora di scoprire l’acqua calda, ossia di dimostrare, contro l’opinione di taluni scriteriati, che l’animale pensi.

Il salto di qualità si avvera laddove si passa alle argomentazioni di Arnobio, che sembrano voler conferire il colpo di grazia a qualsivoglia esaltazione antropocentrica: «Siamo esseri razionali e vinciamo per intelligenza tutto il genere degli animali muti. Lo riterrei vero se gli uomini vivessero tutti seguendo la ragione e il consiglio, se si attenessero sempre ai loro doveri, (…) se nessuno con pravo consiglio e cieca ignoranza reclamasse cose a se stesso contrarie e nemiche. Vorrei tuttavia sapere quale sia questa ragione per la quale siamo migliori di tutti i generi di animali: perché forse ci costruiamo case, che ci permettono di evitare i rigori dell’inverno e le calure dell’estate? Ma come? Gli altri animali non provvedono anche essi a questo bisogno?»

E anche per quanto riguarda il linguaggio: certo che gli animali si esprimono. In maniera differente da noi, va da sé, ma con mezzi e modi più diretti e precisi, che non danno adito agli equivoci o ai malintesi in cui noialtri tanto spesso incappiamo. Bisognerebbe essere Francesco d’Assisi o il Dottor Dolittle, o ancora possedere il favoloso anello del re Salomone per interpretare con precisione i loro scambi comunicativi, ma già l’osservazione ci è sufficiente per arrivare a capire come il loro “lessico” sia ben più efficiente di quello che con tanta annosa fatica siamo stati capaci di strutturare noi.

Isaac Vossius, sempre citato da Bayle, ad esempio «considera la condizione degli animali, per quanto riguarda il linguaggio, molto migliore della nostra, perché comunicano tra loro più rapidamente e forse più chiaramente di noi.»

Anche il filosofo Celso «si sforza di mostrare che le bestie non sono meno eccellenti dell’uomo e che addirittura lo superano.» Per restare sul piano comunicativo: «Quando le formiche si incontrano – egli dice – conversano tra loro, riuscendo così a non deviare dal loro cammino; sono quindi fornite di tutti i gradi della ragione; posseggono per natura le idee di certe verità universali, hanno l’uso della voce, la conoscenza delle cose fortuite, che sanno esprimere.» E per quel che riguarda gli uccelli: «Gli uomini più illuminati dicono che questi animali comunicano fra di loro in una maniera molto più santa e nobile di quanto non facciamo noi», per i quali – aggiungerebbe il solito Hobbes – la parola costituisce più che altro uno strumento di mendacia e sedizione.

A questo punto, il termine francese (e segnatamente flaubertiano) bêtise, che indica la stupidità, l’incapacità a concludere lucidamente un’azione, e che potremmo anche tradurre alla lettera come ‘bestialità’, ci appare perciò improprio e mistificatorio: l’errore e i ritardi cognitivi ineriscono a una sfera precipuamente umana, non già belluina. È semmai l’animale che, le poche volte che cicca un’azione, si abbassa… allo stato umano.

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