L’UMANIZZAZIONE DEGLI ANIMALI COME QUESTIONE DI GIUSTIZIA

MAURIZIO BALISTRERI

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Non sarebbe bello vivere più a lungo? Non parlo di allungare la vita di qualche mese, ma vivere per molti più decenni. E chi non vorrebbe avere una maggiore resistenza alle malattie o la capacità di apprendere più velocemente? Poi possiamo discutere se sia meglio essere più empatici o più o meno alti, ma non c’è dubbio che a molti di noi non dispiacerebbe poter ridisegnare la natura umana con disposizioni e capacità nuove ed originali. Il potenziamento umano è ormai uno dei temi centrali del dibattito bioetico: si parla di potenziamento fisico, di potenziamento della mente e anche di potenziamento morale. Immaginare disposizioni fisiche diverse da quelle attuali non è così difficile, ed è facile pensare ad una mente migliorata. Ma si discute anche della possibilità di impiegare le nuove tecnologie per migliorare moralmente l’umanità. Non è forse vero, del resto, che non siamo capaci di prenderci cura degli interessi delle generazioni future? Le nostre scelte producono effetti devastanti sull’ambiente ma di questo ci preoccupiamo poco e non pensiamo di avere la responsabilità di assicurare a quelli che vivranno dopo di noi una vita almeno accettabile. Per questa ragione, una piccolissima correzione del patrimonio genetico dei nostri figli non soltanto potrebbe essere giustificata ma sembra anche l’unica strada per evitare l’estinzione dell’umanità nel prossimo futuro.

Con un leggero ritocco al nostro genoma potremmo riuscire a controllare la violenza e ad evitare qualsiasi discriminazione nei confronti delle persone che appartengono ad un altro gruppo o hanno un’altra religione.  E a quel punto potremmo essere un modello genetico di virtù per l’umanità che non avremo la fortuna di conoscere ma che vivrà ancora su questo pianeta e che nei secoli a venire avrà ancora bisogno delle sue risorse. Con le tecnologie di genome editing, comunque, potremmo riprogettare e rimodellare anche l’ambiente. Coltiviamo già piante geneticamente modificate e molti prodotti che arrivano sulla nostra tavola provengono ormai da piante geneticamente modificate o contengono derivati di organismi geneticamente modificati. Domani potremmo riprogettare qualsiasi frutta e verdura destinata all’alimentazione umana e animale: non soltanto potremmo inserire nelle piante sequenze geniche di altri organismi ma potremmo anche correggere il loro patrimonio genetico con sequenze artificiali o sintetiche, che non esistono in natura. In prospettiva potremmo intervenire anche sul codice genetico degli animali e produrre animali completamente nuovi o riportare in vita animali che sono vissuti in un passato lontano ma che poi si sono estinti. A molti il pensiero che la clonazione umana possa essere impiegata per dare alle persone un figlio spaventa: sembra inaccettabile che si possa voler portare al mondo un bambino con il genoma di un’altra persona. E se poi il bambino che nasce sarà condannato per sempre ad avere una vita che altri hanno già vissuto? Un tempo si poteva ridurre e poi tenere in schiavitù un’altra persona soltanto ricorrendo alla forza, oggi – hanno sostenuto autorevoli studiosi – sarebbe sufficiente usare la clonazione per ottenere uno schiavo. Perché mai, poi, una coppia o una persona dovrebbe avere il desiderio di avere un figlio per clonazione? È molto più divertente riprodursi sessualmente e, se il sesso per qualche ragione non è sufficiente, c’è sempre la possibilità di avere una riproduzione assistita con le proprie cellule o quelle di un donatore. Chi pertanto desidera ricorrere alla clonazione avrebbe soltanto il desiderio di sfruttare il nascituro. Ho perso il conto dei film che sono usciti negli ultimi anni che raccontano di bambini concepiti per clonazione che vengono allevati, a loro insaputa, per essere poi depredati dei loro organi quando diventano grandi e i loro genitori hanno bisogno di un trapianto perché il loro cuore ed i loro polmoni non funzionano più. A volte le aspettative nei confronti delle nuove tecnologie riproduttive e dell’editing genetico sono esagerate, ma le preoccupazioni nei confronti della clonazione umana e soprattutto gli argomenti che vengono presentati per dimostrare la sua presunta inaccettabilità morale hanno veramente poco spessore. Con la clonazione le persone che oggi non hanno spermatozoi o cellule uovo potrebbero avere un figlio attraverso un intervento di riproduzione assistita senza bisogno di ricorrere ad un donatore o ad una donatrice. Pensate a due donne che vogliono avere un figlio insieme (potremmo aggiungere che si amano, ma non è nemmeno necessario): oggi per avere un figlio hanno bisogno degli spermatozoi di una donatore. Domani, con la clonazione, potrebbero concepire un embrione (il loro embrione) usando soltanto le loro cellule: una potrebbe dare una cellula uovo, mentre l’altra potrebbe contribuire con una cellula somatica. Ma una donna potrebbe anche decidere di riprodursi da sola, in quanto non avrebbe più bisogno degli spermatozoi. Per altro, con la clonazione potremmo riportare in vita animali che si sono ormai estinti o che rischiano di estinguersi perché, per qualche ragione, non si accoppiano più o non riescono più a concepire.  In Jurassic Park la clonazione viene usata per riportare al mondo i dinosauri, ma non c’è animale che non possa essere riportato in vita con un intervento di clonazione: abbiamo soltanto bisogno del loro codice genetico. Non importa, poi, come sono stati concepiti (se sessualmente, per riproduzione in vitro, per clonazione o a partire da gameti sintetici od artificiali), qualsiasi animale può essere geneticamente modificato.  Sono ormai alcuni decenni che produciamo animali con un codice diverso da quello «naturale».

Lo facciamo per tante ragioni: ad esempio, perché vogliamo sperimentare farmaci e/o trattamenti terapeutici, per ottenere esemplari che producano particolari sostanze o per avere più carne da vendere al supermercato. Domani, però, potremmo intervenire sul codice genetico degli animali in modo molto più preciso e, a quel punto, avremmo la possibilità di riprogrammare la loro natura in modi completamente nuovi. Il lettore giustamente sensibile al benessere ed alle sofferenze degli animali non ha ragione di preoccuparsi. Non voglio sostenere che sia giusto trattare gli animali come oggetti che non meritano alcuna considerazione morale e nemmeno sto proponendo di modificare geneticamente gli animali, come più ci piace. Trovo inaccettabile l’idea di usare nuove tecnologie per ridurre le capacità cognitive degli animali da allevamento. È vero: in questo modo gli animali non avrebbero una chiara percezione della condizione che vivono e forse, con una manipolazione molto precisa, non sarebbero nemmeno più in grado di provare dolore. Ma gli animali sarebbero comunque sottoposti ad una condizione di sfruttamento vita natural durante. La mia convinzione è che gli animali hanno rilevanza morale perché possono provare piacere e soffrire e perché quello che facciamo può rendere la loro vita migliore oppure peggiore ed anche insopportabile. È, però, proprio perché gli animali hanno valore che penso sia giusto modificarli geneticamente.

Non sono il primo a sostenere questa tesi: è un’idea che è stata già avanzata nella riflessione di bioetica. Se gli interventi sul genoma umano sono doverosi, allora anche quelli sugli animali sono da perseguire: le stesse ragioni che giustificano il potenziamento umano giustificano anche il miglioramento «animale». Naturalmente ragioniamo sull’ipotesi che nel prossimo futuro potremmo avere tecnologie che consentono di modificare il patrimonio genetico degli individui che nasceranno in maniera più puntale e sicura. Ci sono grandi aspettative nei confronti delle nuove tecnologie di genome editing, ma le nostre speranze nello sviluppo scientifico tecnologico potrebbero un giorno anche rivelarsi completamente infondate. A quel punto saremmo costretti a ridimensionare qualsiasi programma di riprogettazione della vita. Per il momento, però, l’idea di rimodellare la vita, a partire dal codice genetico, non sembra affatto fantascienza. Proviamo, pertanto, a immaginare come potremmo cambiare il patrimonio genetico degli animali: ragioniamo su quali caratteristiche potremmo correggere e quali disposizioni e capacità invece migliorare. Iniziamo a pensare a come potremmo impiegare le nuove tecnologie per rendere la loro vita migliore. Innanzi tutto, potremmo ridurre la loro sofferenza, prevenendo importanti malattie genetiche: quando pensiamo alle malattie genetiche pensiamo soltanto agli umani, ma colpiscono anche gli animali. Non abbiamo ragione, però, di fermarci agli interventi «terapeutici», anche il «potenziamento» appare giustificato. Ad esempio, potremmo migliorare le loro capacità cognitive ed in questo modo renderli più autonomi. Il recente dibattito sul potenziamento ha rivolto l’attenzione quasi esclusivamente agli esseri umani, anche per gli animali, però, sarebbe un vantaggio poter contare su capacità e disposizioni «migliorate». Per noi l’autonomia è importante e pretendiamo dalle altre persone il rispetto per le nostre scelte: rivendichiamo il diritto e la libertà di vivere, curarci e morire nel modo ci sembra per noi più appropriato. Ma non è giusto allora che anche gli animali abbiano la capacità di progettare la propria esistenza? Nella migliore delle ipotesi, abbiamo nei confronti dei nostri animali un atteggiamento paternalistico: decidiamo per loro perché pensiamo che essi non sappiamo qual è il loro bene ed interesse. Altre volte facciamo in modo che essi arrivino ad amare ed a desiderare le cose che secondo noi hanno più valore. Non sarebbe più corretto che essi avessero la capacità di valutare e scegliere qual è la vita che vogliono? Questa mattina, ad esempio, abbiamo portato il nostro cane al parco, ha corso insieme a noi mentre facevano facevamo jogging e poi, prima di ritornare a casa, l’abbiamo fatto giocare con altri suoi simili. Ma siamo sicuri che questa vita gli piaccia e che non preferirebbe passare le sue giornate in altro modo?

Anche oggi posso capire quando il mio gatto non si sente bene, quando ha voglia di giocare e quando invece vuole essere lasciato in pace e posso anche intuire quando ha sete e quando, invece, ha voglia di mangiare. Immaginate, però, se gli animali potessero comunicare con più facilità il proprio stato d’animo ed i propri desideri: in questo modo non avremmo la possibilità di costruire un rapporto più rispettoso della loro identità? Possiamo pensare, poi, anche per gli animali le forme di potenziamento che ipotizziamo per gli umani: ad esempio, una maggiore resistenza alle malattie ed alla fatica e una durata della vita molto più lunga. Oggi alcune persone che non si rassegnano alla morte dei propri animali domestici si rivolgono a società specializzate e sono disposte a pagare cifre anche importanti per avere la clonazione del proprio animale. Domani forse la richiesta di animali clonati potrebbe aumentare in quanto potremmo vivere per molti decenni in più con lo stesso animale domestico e costruire con lui una relazione ancora più stretta ed intima. È vero che ci sono animali che non ci piacciono e ci spaventano (pensate, ad esempio, ad un coccodrillo o ad un leone oppure immaginate di nuotare nell’oceano e di vedere all’orizzonte l’arrivo di uno squalo), ma le tecnologie migliorative potrebbero essere impiegate per potenziare moralmente quelli più aggressivi. Alcuni anni fa è stato proposto un programma di potenziamento morale per via genetica degli umani: ma le stesse tecnologie potrebbe essere usate per rendere gli animali meno aggressivi e più cooperativi. Se, poi, possiamo correggere e migliorare l’empatia degli esseri umani (pensate ad esempio agli psicopatici), allora possiamo ottenere gli stessi risultati anche sugli animali che non sono capaci di empatizzare. Non possiamo prevedere se questi interventi porterebbero gli animali carnivori a cambiare dieta: ma forse anche questo problema potrebbe essere affrontato e risolto a livello di progettazione genetica. A trarne vantaggio dal potenziamento morale non sarebbero soltanto gli individui che appartengono alle specie animali più deboli e indifese (le vittime dei predatori), ma anche gli stessi animali moralmente potenziati che sarebbero oggetto di maggiore attenzione, cura e rispetto da parte degli esseri umani. Oggi, del resto, molte persone ritengono che lo sfruttamento e l’uccisione degli animali sia moralmente giustificabile, perché essi non avrebbero la ragione o capacità razionali paragonali a quelle umane. Ma ad animali moralmente e cognitivamente potenziati sarebbe più difficile negare la rilevanza morale: in considerazioni delle loro capacità, essi avrebbero tutti i requisiti per essere riconosciuti come persone. Non soltanto la capacità di provare dolore, ma anche quella di ragionare e di comportarsi moralmente.

Il progetto di potenziamento degli animali è un programma di umanizzazione e di liberazione degli animali. È un programma di umanizzazione perché prende a modello gli esseri umani e ha l’obiettivo di «rimodellare» gli animali con quelle capacità che, per noi, sono condizione imprescindibile per una vita buona. Con il potenziamento, anche gli animali potranno avere disposizioni che al momento sono solo umane: una maggiore autonomia, le capacità cognitive necessarie per la scelta di un proprio progetto di vita, una più pronunciata predisposizione a cooperare con gli animali «umani» e «non umani» e simpatizzare con loro. Il processo di evoluzione ha premiato i comportamenti prosociali, assicurando maggiori opportunità di sopravvivenza alle specie che mettono in atto strategie di cooperazione e che presentano una tendenza alla socialità. La stessa capacità di simpatizzare è qualcosa che, in misura diversa, è presente anche in altre specie animali. Il progetto di umanizzazione degli animali potrebbe consentire di espandere e potenziare queste caratteristiche. L’ibridazione degli animali con l’umano avverrebbe comunque prima di tutto a livello genetico. Si può supporre, infatti, che un potenziamento degli animali nella direzione da noi auspicata si potrebbe realizzare soltanto introducendo nel genoma degli animali particolari sequenze genetiche o geni umani. O, comunque, utilizzando sequenze genetiche sintetiche che prendono a modello sequenze o geni umani. In realtà, molti animali sono già umanizzati, in quanto sono il risultato di una lunga relazione con noi umani. Con la possibilità, però, di ricorrere agli interventi di genome editing l’umanizzazione degli animali potrebbe essere radicale e coinvolgere specie toccate finora solo marginalmente dall’interazione con gli umani. L’integrità e la dignità delle specie coinvolte non vorrebbe violata: una specie, infatti, non può essere danneggiata nella sua integrità e nella sua dignità da interventi che migliorano la qualità della vita dei suoi individui, e – come nel caso che è stato da noi prospettato – promuovono una maggiore condizione di giustizia. Che rispetto, cioè, della dignità e dell’integrità degli animali ci sarebbe mai nel lasciarli in una condizione di inferiorità e privarli della possibilità di avere – con il contributo delle biotecnologie – una vita migliore? Come non manchiamo di rispetto ai nostri figli quando incoraggiamo le loro capacità e la loro autonomia e non offendiamo la dignità e l’integrità delle persone quando trattiamo le loro disabilità e malattie, così non veniamo meno al rispetto che dobbiamo agli animali potenziandoli e migliorandoli geneticamente. Inoltre, il fatto che il potenziamento potrebbe dare un contributo determinante al programma di liberazione degli animali è la prova più evidente che non c’è alcuna vera incompatibilità di principio tra interventi migliorativi sul patrimonio genetico degli animali e il rispetto della loro dignità e integrità. La riflessione morale degli ultimi decenni è stata capace di richiamare l’attenzione sulle sofferenze ingiustificate che infliggiamo quotidianamente agli animali e sulla necessità di riconoscere la loro rilevanza morale. In molti paesi sono stati fatti passi molto importanti per una maggiore protezione giuridica degli animali e un certo numero di persone ha smesso di mangiare carne a favore di una dieta vegetariana o vegana. Continuiamo, però, ancora a sfruttare gli animali e ci preoccupiamo ancora molto poco del loro benessere. Per questo, abbiamo forse bisogno di potenziarli per essere in grado di sviluppare un altro atteggiamento. Davanti ad animali umanizzati avremo ancora il coraggio di restare indifferenti alle loro sofferenze? Non diventerà più naturale simpatizzare con le loro e disapprovare qualsiasi loro maltrattamento?

La proposta di riprogettazione e umanizzazione degli animali sembrerà a molti moralmente inaccettabile. A prescindere, infatti, dalla specie che si considera e dalle proprie convinzioni sulla rilevanza degli animali, il potenziamento è ancora percepito come una tentazione pericolosa a cui dovremmo saper resistere. È moralmente lecito – si dice – intervenire per prevenire oppure curare una malattia o una disabilità, ma non dovremmo ricorrere ad intervenire che migliorano le capacità e le disposizioni di una specie. Spesso, comunque, dietro le resistenze che si nutrono nei confronti del potenziamento si nasconde soltanto un pregiudizio a favore della natura ed un’avversione inconsapevole nei confronti delle biotecnologie. C’è, poi, una preoccupazione ingiustificata verso qualsiasi manipolazione di ciò che appare «naturale». È una paura che emerge ogni volta che una nuova tecnologia promette di modificare il nostro orizzonte. Una volta, però, che impariamo a conoscere meglio le nuove tecnologie e comprendiamo i loro vantaggi questi timori scompaiono e quello che una volta appariva artificiale diventa parte della nostra umanità. Il fatto, pertanto, che la proposta di potenziamento e di umanizzazione degli animali possa sconcertare dice sicuramente qualcosa di importante dei sentimenti che proviamo oggi davanti alle nuove biotecnologie. Soltanto il tempo, però, potrà stabilire se questi sentimenti sono veramente giustificati oppure no. Quello che è successo in passato con altre tecnologie, potrebbe accadere nel prossimo futuro con il potenziamento: la paura piano piano potrebbe spegnersi e lasciare il posto ad una lenta ma progressiva  accettazione.

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