LOSE YOURSELF

PIER MARRONE

 

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La realtà non ci basta mai. Come il denaro e l’amore, vorremmo averne sempre di più. Desideriamo un supplemento alla nostra esperienza, che spesso ci appare banale, a meno che non ci pensiamo. Questo è il motivo per cui la coppia visibile/invisibile può essere accostata alla coppia apparenza/realtà.

Certamente, in un qualche senso, la nostra esperienza che rientra nel visibile ha una spiegazione che visibile non è. Ad esempio, questo schermo che sto osservando in questo momento e tutte le cose che nel campo della mia esperienza visiva accadono su questo schermo (le parole che appaiono mano a mano che le digito, le notifiche dei social e della posta che si manifestano in un angolo) hanno a che fare con meccanismi che visibili non sono e che tali per me rimarranno sempre. Non intendo solo i meccanismi dei circuiti elettronici che producono quanto ora mi è visibile, ma tutte le leggi fisiche che causano quanto sto vedendo.

Queste leggi non le conosco nel dettaglio, non le conoscerò probabilmente mai, ma naturalmente non è questo il punto. Qualcuno le conosce, qualcuno ha trovato modo di applicarle e di produrre proprio questo schermo che adesso sto osservando. Questi meccanismi non sono invisibili e non costituiscono un supplemento alla realtà che sto vivendo, ne sono piuttosto parte integrante. Sono informazioni facilmente integrabili in quella che è la mia esperienza. Non contribuiscono a renderla misteriosa, anzi la chiarificano. La conoscenza in effetti dovrebbe essere questo: una progressiva chiarificazione di quello che può entrare nella nostra esperienza.

Notoriamente, tuttavia, la conoscenza non è la cosa più importante per la maggior parte di noi. Socrate, l’eroe di quasi tutti i filosofi (ma non lo era per Nietzsche), nella rappresentazione che ce ne dà Platone, sosteneva che una vita senza ricerca è una vita che non è degna di essere vissuta. Molti hanno sostenuto che questa affermazione socratica sia particolarmente nobile, ma io non penso sia così. Innanzitutto, non è che uno si sbatte per la ricerca al fine della ricerca. Ricerchi perché pensi di trovare delle risposte. Magari non riuscirai a trovare la risposta definitiva ai problemi dell’universo, magari nel frattempo scoprirai che ci sono domande che non possono avere risposta e riguardano problemi indecidibili (i decimali di pi greco sono infiniti?, come si distribuiscono i numeri primi?, cosa c’era prima del Big Bang?), deciderai che altre domande sono probabilmente in generale irrilevanti (quanti granelli di sabbia ci sono sulla spiaggia di Grado?, come si potrebbe rimettere il dentifricio dentro il tubetto?), però non è che ti metti a ricercare per ricercare. Desideri avere delle risposte, altrimenti che razza di ricerca stai facendo?

Insomma, chi ricerca va alla ricerca di risultati e non è che Socrate non sapesse proprio nulla, come qualche volta si piccava di esibire, dicendo di essere superiore ai suoi concittadini perché quelli credono di sapere un sacco di cose, ma non sono in grado di giustificare le proprie credenze, mentre lui per lo meno sa di non sapere. Infatti, questa celebre ignoranza socratica non gli impediva di credere, ossia di pensare di sapere, che un demone lo abitasse dicendogli nei casi controversi che cosa non fare. Insomma, anche lui o il suo demone sapevano un sacco di cose.

Chi invece non vuole dedicare la propria vita alla conoscenza, perché sta facendo altre cose, perché non ne ha l’attitudine, perché non ne ha voglia, vive una vita che non è degna di essere vissuta? In fin dei conti, la maggior parte delle persone la maggior parte della propria vita non si dedica alla conoscenza, bensì ad altre cose. Sono vite indegne le loro? Mi pare molto difficile sostenerlo. Proseguiamo allora oltre e chiediamoci perché non lo sono? Io credo che l’unica risposta possibile sia perché sono vite popolate da esperienze gratificanti in un qualche senso per chi le ha fatte. E qui si apre un abisso di problemi. È necessario che queste esperienze gratificanti che io ho fatto, sto facendo, farò siano in qualche senso reali? Non è sufficiente che siano esperienze che io, proprio io, sto provando?

Dobbiamo infatti pur chiederci che cosa qualifica un’esperienza come mia. Io penso che la risposta possa essere piuttosto diretta. Un’esperienza è mia perché la sto provando io, perché coinvolge dei circuiti cerebrali che sono miei, perché sta accadendo proprio a me. Magari qualcun altro sta provando qualcosa di simile, ma la vive da una prospettiva (la sua) che, magari anche soltanto perché leggermente diversa, non è la mia. E allora che bisogno c’è che queste esperienze corrispondano a qualcosa che esiste fuori dalla mia mente? È un problema noto in filosofia che ha avuto diverse e interessanti declinazioni. Ad esempio, René Descartes all’inizio delle Meditazioni sulla filosofia prima immagina che tutto possa essere illusione forse, ma aggiunge subito “come potrei negare che queste mani e questo corpo siano miei a meno, forse, che mi paragoni a quegli insensati il cui cervello è talmente turbato ed offuscato dai neri vapori della bile da affermare continuamente di essere re anche se son poverissimi, di essere vestiti d’oro e di porpora anche se sono ignudi, o da immaginarsi di essere brocche o di avere un corpo di vetro? Ma costoro sono pazzi ed io non sarò meno stravagante se mi regolo sui loro esempi.” Capite la mossa? Lui è sano e chi immagina di essere vestito d’oro è pazzo, non perché immagina (chi non immagina qualcosa?), ma perché confonde la sua immaginazione con la realtà. E chi lo stabilisce? Be’, Descartes che sa di non essere pazzo. E chi stabilisce che non è pazzo? Be’, lui stesso che autocertifica la propria sanità mentale. Però il pazzo non direbbe la stessa cosa di sé stesso? È un bel cortocircuito, no?

Un’altra versione di questa posizione scettica sull’esistenza del mondo esterno, che pensiamo di conoscere proprio perché ne facciamo esperienza (ma l’esperienza, ricordate?, avviene nella nostra mente) è quella dei cervelli in una vasca. È una versione che è stata proposta dal filosofo americano Hilary Putnam. Immagina che uno scienziato geniale e pazzo ti abbia catturato e abbia escisso il cervello dal tuo corpo, facendolo sopravvivere in una vasca che contiene tutti i nutrienti necessari per mantenerlo attivo. Tutte le terminazioni nervose del tuo cervello sono state connesse a un supercomputer che produce un’esperienza del tutto analoga e indistinguibile da quella che tu avevi quanto il tuo cervello era impiantato nel tuo corpo. Tutto quello che il tuo cervello prova è un’illusione, ma di una qualità così stupefacente da essere indistinguibile dalle rappresentazioni che avevi quando il tuo cervello abitava ancora il tuo corpo. L’unica differenza con la tua esperienza che provavi quando il cervello era collegato al tuo corpo è che gli oggetti che immagini, le esperienze che ora provi, le persone che incontri non esistono nel mondo esterno, ma unicamente nella tua mente. Fai l’esperienza di abbracciare qualcuno, senti tutto quello che avresti sentito normalmente abbracciando qualcuno, ma tutto questo non sta realmente succedendo. Non sono esperienze che capitano a te solo perché oggetti e persone nel mondo esterno alla tua mente non ce ne sono?

Adesso, facciamo un’altra mossa e generalizziamo. Immaginiamo che non ci sia solo un cervello in una vasca, ma che tutti gli esseri umani (quelli che noi siamo abituati ad immaginare come possessori di un corpo fatto in un certo modo) siano nient’altro che cervelli in una vasca. Forse c’è un team di scienziati pazzi là fuori che sta coordinando tutte le nostre esperienze in una sorta di armonia prestabilita alla Leibniz, oppure l’intero universo non è nient’altro che un’allucinazione. Molti di voi non faticano affatto a riconoscere in questa seconda ipotesi la struttura della trama del film Matrix. Anche in quel film si immagina un’umanità soggiogata dalle macchine che traggono energia da corpi umani usati come batterie Duracell a lunga durata. Gli esseri umani di Matrix sono qualcosa di analogo ai cervelli in una vasca di Putnam. L’idea dei cervelli in una vasca di Matrix ha però qualcosa in più rispetto al problema di Putnam, che è quello classico della giustificazione della credenza nell’esistenza di un mondo fuori dalla mente. Infatti, se siamo cervelli in una vasca, possibile che a Putnam non sia venuto in mente di farsi questa domanda: “non sarebbe meglio essere cervelli in una vasca?” Non sarebbe meglio che io avessi una esperienza immaginata del tutto soddisfacente e gratificante, se questa esperienza mi risulta del tutto indistinguibile dall’esperienza reale (qualsiasi cosa l’espressione ‘esperienza reale’ voglia significare)? Non sarebbe meglio se io potessi avere una vita immaginata nella quale sono una stella del cinema o dello sport, dove ho accesso a risorse materiali e immateriali che non potrei mai avere in alcun modo nella mia vita reale? Non sarebbe meglio immaginare per tutta la durata della mia esistenza qualcosa del genere, anziché pensare a come pagare il mutuo per la casa della mia famiglia, a come gestire le mie amanti, a come fare carriera (che poi fare carriera mi servirebbe solo a pagare meglio il mutuo e a gestire, forse, meglio le mie amanti)? È qualcosa del genere che si domanda uno dei personaggi di Matrix, quando decide di defezionare dal suo gruppo di umani in guerra con le macchine per ritornare a uno stato dove la vita è solo quella immaginata.

Dunque: cosa c’è di sbagliato in una vita immaginata? Si dirà: il fatto che non è reale. Quando diamo questa risposta che cosa intendiamo precisamente? Io penso il fatto che la realtà finirà per piombarci addosso, se ci immergiamo troppo in una realtà immaginata. Ovviamente, nessuno di noi pensa realmente che si debba vivere sempre ancorati alla realtà, perché altrimenti non esisterebbero i sogni ad occhi aperti, la gente non guarderebbe le serie su Netflix, non andrebbe a vedere gli action movie o le love story strappalacrime (evidentemente perché nelle nostre vite c’è ben poca action e poche love story da inzuppare i fazzoletti), non leggerebbe romanzi. Pensiamo alla potenza della musica dove spesso quello che vogliamo è farci trasportare in un flusso dove l’io si perde. E lo stesso accade con la danza, che crea con il movimento spazi alternativi alla quotidianità. Non è certo un caso che i corsi di ballo siano così popolari tra le persone di una certa età e non attraggano giovani (una mia matura amica ha definito il tango, della quale è appassionata ed esperta, come una droga per persone di mezza età, inquadrando bene il problema).

L’immaginazione ci serve non solo per vivere in un universo alternativo dove la mente fluttua senza fatica e piacevolmente, ma anche per elaborare progetti di vita alternativi che pensiamo possano realizzarsi. Il problema non è quindi la nostra capacità immaginativa, ma il fatto che questa possa sopravanzare la nostra presa sulla realtà. Se è evidente che ci possa essere un uso distorto dell’immaginazione, occorre anche dire che ci sono importanti fenomeni sociali e individuali che proprio sull’immaginazione sono basati. Si pensi alla religione. In questo caso la ricerca dell’evidenza non è sempre un titolo di merito. Si pensi a quanto dice il Vangelo di Giovanni: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Intenzione forse nobile che, tuttavia, si accompagna nella religione all’idea che l’immaginazione deve essere pur stimolata da qualcosa di diverso da un testo scritto, un’altra immagine o un oggetto. Ecco così, solo per limitarci al cristianesimo, gocce del sangue del Cristo che venivano conservate in flaconi a Venezia, Roma, Gerusalemme, Mosca e altre città per una somma che alla fine sembrerebbe eccedere la quantità ematica presente in un corpo umano; denti del Cristo che spuntavano un po’ ovunque assieme a unghie e a reliquie secondarie che comprendevano suppellettili che aveva usato, vestiti che aveva indossato, sandali che avevano calpestato la terra di Israele. La Sacra Sindone conservata a Torino, che le prove al carbonio-14 hanno stabilito essere un manufatto fabbricato tra il 1260 e il 1390 è offerta alla devozione popolare, come dichiarò il cardinale Anastasio Balestrero nel 1988, non come una reliquia, bensì come una “venerabile icona del Cristo”. Naturalmente, per queste presunte reliquie della gente si è fatta anche ammazzare.

Non c’è solo la religione a stimolare un uso eccessivo dell’immaginazione, ma anche la storia umana, che pure dovrebbe indurci all’accertamento fattuale di eventi realmente accaduti e di nessi causali, sin tanto che è possibile stabilirli in base a procedure pubbliche e condivise sull’uso delle fonti e delle testimonianze. Eppure c’è chi crede che Hitler non si sia suicidato a Berlino nel bunker della cancelleria mentre i soldati sovietici si trovavano a pochi metri, ma sia riuscito a fuggire dalle coste norvegesi per imbarcarsi su un sottomarino e rifugiarsi su un isola del sesto continente, il polo antartico. In una data imprecisata tra il 22 aprile e il 2 maggio del 1945, Hitler assieme ad alcuni fedelissimi si sarebbe imbarcato per l’Antartide, dove sarebbe vissuto sotto terra, in una città nascosta approntata da tempo per permettere la resurrezione del Reich millenario. Troppo banale pensare che Hitler si sia dato la morte per non finire in mano ai sovietici e che non abbia piuttosto tardivamente rinunciato alla sua Götterdämmerung.

Anche tutte le teorie cospirazioniste e folli sulla storia mostrano quanto dicevo all’inizio: la realtà così come comunemente ce la rappresentiamo attraverso la nostra esperienza personale oppure attraverso la scienza o le discipline storiche non ci basta. Voi direte che questi ultimi esempi sono perversioni di immaginazioni malate che vagano a briglia sciolta. Io sarei piuttosto propenso a dire che nessuno di noi ne è immune. Pensate a tutte le volte che siete stati ossessionati da qualcosa, come accade nell’innamoramento. Ho sentito persone dire che avrebbero voluto rivivere i momenti iniziali di relazioni finite disastrosamente. Mi pare abbastanza evidente che la maggior parte delle relazioni che finiscono disastrosamente hanno delle cose che non vanno sin da principio, sia negli attori che vi sono coinvolti sia nelle circostanze ambientali che non vanno mai sottovalutate. E allora cosa intendono queste persone? Penso che vogliano dire che vorrebbero rivivere quella fuga dalla realtà (al punto che la rivivono anche nella sofferenza, quando cercano di trovare ragioni profonde a quelle che sono semplicemente manifestazioni di disinteresse della persona amata). Anche a loro la realtà è piombata addosso, mentre all’inizio di quel trip che è l’innamoramento pensavano di aver avuto accesso a una struttura della realtà più profonda, invisibile normalmente. La realtà è lì alla loro portata per dirvi che occorre rassegnarsi, eppure non lo fanno. La sintonia era solo nella loro mente.

Con la realtà dobbiamo purtroppo fare i conti in quasi ogni momento della nostra esistenza, ma che cosa ci sarebbe di male ad essere veramente in un qualche senso dei cervelli in una vasca? Putnam non crede che sia possibile che la nostra esperienza così come io e voi la stiamo normalmente vivendo possa essere sul serio messa in dubbio così radicalmente. Heidegger e Wittgenstein ritenevano che un dubbio scettico così iperbolicamente esteso fosse semplicemente insensato. Ma cerchiamo di vedere la cosa da un’altra prospettiva e chiediamoci che cosa ci sarebbe realmente di sbagliato a vivere una soddisfacente vita al di fuori di quella che io, voi, chiunque chiama realtà e soprattutto chiediamoci se questo potrebbe essere un obiettivo alla nostra portata in un tempo ragionevole.

Nel 2007 una società di consulenza lanciò una consultazione in Gran Bretagna per stilare una classifica dei 100, a quel tempo, geni viventi. Naturalmente, la maggior parte risultarono di area anglofona, ma non al primo posto. Questo è occupato, a pari merito, da Albert Hoffman e da Tim Berners-Lee.  Albert Hoffman è colui che ha sintetizzato l’Lsd, una potente sostanza allucinogena. Tim Berners-Lee è uno degli inventori del World Wide Web. Entrambi questi scienziati hanno contribuito ad allucinare la realtà, il primo chimicamente, il secondo offrendo uno strumento di possibile moltiplicazione dell’immaginazione (Non è neppure il caso di segnalare che cospirazionisti e complottisti trovano nel web proprio questo, ma lo stessa moltiplicazione dell’immaginazione la offrono Tinder e i siti di dating). Il centesimo posto è occupato da Quentin Tarantino, che effettivamente come ogni grande artista ha contribuito a riformulare il nostro spazio immaginario.

Il caso più interessante, almeno per i miei scopi, è quello di Hoffman. Nel 1938 questo chimico svizzero che lavorava alla Sandoz di Basilea, sintetizza la dietilammide-25 dell’acido lisergico. 25 è solo  il numero progressivo della provetta in cui l’ha depositata. La sigla corretta è quindi  Lsd-25. Passano gli anni, la provetta è sempre lì. A un certo punto Hoffman si mette in testa di fare qualche altro esperimento su questo composto sintetizzato cinque anni prima (la storia è raccontata in un bel volume di Agnese Codignola, LSD, 2018). Il suo lavoro consisteva nello studio degli effetti di un fungo che infetta i cereali, la Claviceps purpurea, la quale provoca effetti allucinogeni conosciuti sin dall’antichità. Dunque, Hoffman riprende gli esperimenti, ne sintetizza una certa quantità e la assorbe involontariamente, forse contaminandosi attraverso le mani. A un certo punto comincia ad avere visioni di immagini caleidoscopiche in una danza continua di colori. È però il 19 aprile 1943 la data cruciale, che segna nella storia la prima assunzione volontaria di Lsd. Hoffman ne prende una dose elevata, dopo di che si dirige verso casa in bicicletta. Un assistente lo accompagna e sarà in grado di ricostruire che cosa è accaduto fuori dalla mente di Hoffman, in quella che ci ostiniamo a chiamare realtà. Dopo circa trenta minuti dall’assunzione si manifestano visioni dense di colori sorprendenti, Hoffman percepisce l’esistenza di realtà parallele, prova euforia, ma anche terrore. Gli sembra di non essersi quasi mosso, mentre ha pedalato a grande velocità. Dopo questo storico trip la sua missione sarà lo studio dettagliato della sostanza, che ha scoperto. La chiamerà il mio bambino difficile nel volume che documenta la sua scoperta (Lsd. Il mio bambino difficile, 2015), ma non dubiterà mai che questo bambino difficile possa trasformarsi in un bambino meraviglioso.

Gli effetti del bambino difficile sono impressionanti (“ogni cosa nel mio campo visivo fluttuava ed era distorta, come fosse vista in uno specchio ricurvo”). L’effetto è quello di una dissoluzione del proprio io e di qualcosa di simile a un’esperienza mistica. Annota Hoffman “Ogni sforzo di volontà, ogni tentativo di arrestare la disintegrazione del mondo e la dissoluzione del mio io parevano vani.” Le aspettative sono enormi, anche perché Hoffman intuisce una cosa che sarà sperimentalmente dimostrata parecchio più tardi, ossia che l’Lsd si lega a un neurotrasmettitore, la serotonina, la cui carenza è responsabile, tra le altre cose, della depressione. Ma non si tratta solo di questo. Alcuni cominciano a pensare che l’allucinogeno sia la chiave per penetrare più a fondo nel pensiero al di là della normale esperienza percettiva. Nel 1955 Ernst Jünger  scriverà a Hoffman “Forse i nostri ‘viaggi’ sono più importanti delle scalate. A questo riguardo ci sono novità? È possibile che sia stata trovata una sostanza che permetta di avere una visuale sugli eserciti del pensiero? La mente resterebbe impassibile: ne avrebbe una veduta come un generale ce l’ha delle truppe in parata.” L’idea è chiara: l’io si dissolve ma si riconquista una prospettiva più ampia sulla mente.

Qualche anno dopo, il bambino difficile approderà in California nelle mani di uno psicologo interessato alle sostanze allucinogene, Timothy Leary dell’Università di Harvard. Leary ha svolto ricerche sui funghi ingeriti a scopo rituale da indigeni amerindi e sino ad allora è uno scienziato rispettato, con una promettente carriera all’interno dell’establishment universitario. L’Lsd cambia le cose. Assieme a un collaboratore mette in piedi lo Harvard Psilocybin Project (la psilocibina è contenuta nei funghi allucinogeni che Leary ha studiato) per sperimentare gli effetti degli allucinogeni su una molteplicità di patologie, ad esempio l’alcolismo, e sulle devianze sociali (celebre un suo esperimento su una coorte costituita da carcerati). Va da sé che l’Lsd è in quel momento legale. La sua fama si espande. Ne fanno uso personaggi famosi come Clare Boothe ambasciatrice statunitense a Roma e suo marito Henry Luce, ricchissimo editore di “Life”, “Time”, “Sport Illustrated”, “Fortune”, che ne sono entusiasti. “Time” nel 1954 pubblica un articolo intitolato Dream Stuff, che rieccheggia un celebre verso di Shakespeare (“We are such stuff / As dreams are made of, and our little life / Is rounded with a sleep.”, “Siamo della materia / di cui son fatti i sogni, / ed è cinta da un sonno la nostra piccola vita”). Nell’articolo se ne parla come di un ausilio alle terapie psicologiche. Era quanto ne pensava anche Leary, che qualificava l’Lsd come psicoanalisi istantanea. Ne fa uso Cary Grant proprio per questo stesso motivo. Soprattutto, l’Lsd conquista lo scrittore Aldous Huxley, che nel suo romanzo distopico Il mondo nuovo, aveva immaginato una società dove il controllo sociale viene garantito anche attraverso la somministrazione alla popolazione di una sostanza euforizzante ed antidepressiva, che chiama soma. Un personaggio distante apparentemente dal mondo degli allucinogeni, che però ne diviene un cantore entusiasta dopo essere stato introdotto dapprima all’uso della mescalina e poi, finalmente, all’Lsd. Così ne scriverà ne Le porte della percezione (The Doors of Perception, che il gruppo musicale The Doors  omaggeranno nel proprio nome): “Vedevo ciò che Adamo aveva visto la mattina della sua creazione: il miracolo, momento per momento, dell’esistenza nuda”. Il breve testo diverrà un manifesto della controcultura.

A fine anni Sessanta la mannaia del proibizionismo si abbatterà sull’Lsd e su altre sostanze, rendendone non soltanto illegale il consumo, ma sostanzialmente impossibile la continuazione dello studio scientifico, incrementando in compenso, come ogni proibizionismo, mercato nero e criminalità organizzata. Questa sperimentazione rimane ancora oggi molto difficile da eseguire, ma le cose stanno forse cambiando. Nel 2015 la risonanza magnetica ha mostrato in maniera inequivocabile che l’Lsd è in grado di creare nuove connessioni tra aree del cervello (questo naturalmente spiega perché venisse così amato dagli artisti) e recenti ricerche confermano le intuizioni di Hoffman sull’uso terapeutico dell’Lsd in molte patologie. Ma quello che di maggiormente promettente c’è in questa come in altre sostanze è forse qualcos’altro, ossia la promessa di aprire le porte verso un’altra esperienza della mente, quell’altra esperienza della mente che ricerchiamo quando percepiamo oscuramente che la realtà del quotidiano non ci basta, andando in cerca di sensazioni forti.

Adorno criticò ferocemente il manifesto psichedelico di Huxley. Frutto di una cultura borghese decadente, avrebbe contribuito a distogliere lo sguardo dall’esperienza dell’alienazione umana provocata dalla civiltà industriale. Ma questa stessa civiltà della quale noi siamo eredi, oltre ad averci liberato dalla fame, dalle malattie, da molte fatiche, potrà un giorno liberarci anche dal lavoro, quando le macchine ci sostituiranno in tutte le attività ripetitive e, proprio per questo, alienanti. Perché non liberare allora l’immaginazione in un altro modo rispetto ai succedanei (il brano musicale, la serata di tango, la serie televisiva) che ci aiutano a evadere dalla realtà? Perché non pensare che un giorno l’accesso a un’altra esperienza della mente sarà più facile, più sicura, più economica e non repressa? Non incrementerebbe forse la nostra libertà e la nostra creatività? Non sarebbe questo uno dei possibili avveramenti della profezia di Nietzsche che l’uomo deve essere superato? Non ci renderebbe simili all’idea della divinità che aveva Nietzsche, come di un bambino che gioca con il mondo? Non renderebbe vera l’idea che è potenzialmente la tecnica a liberarci e non la politica? Non ci farebbe guardare con indulgenza, anziché con orrore, ai cervelli in una vasca come a nostri fratelli immaginari ai quali rivolgerci?

Forse un giorno sarà alla nostra portata in un senso che coinvolge l’intera nostra esistenza l’incitamento di Eminem: Lose Yourself.

CINEMA Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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