VISIBILI E INVISIBILI

MARCELLO MONALDI

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La coppia di termini opposti visibile-invisibile ha governato la storia del pensiero occidentale e ha segnato in misura non meno rilevante il contenutio dottrinale della religione dell’occidente, il Cristianesimo: Platone, nella Repubblica, suddivide l’intera compagine dell’essere in una sfera visibile (tò oratòn) e in una intelligibile (tò noetòn), questa seconda invisibile agli occhi del corpo e visibile solo per quelli del pensiero matematico e filosofico; le lettere di Paolo parlano di Cristo come immagine visibile del Dio invisibile. Atene e Gerusalemme, come si usava dire un tempo, hanno incardinato in questa coppia di concetti il senso di tutto ciò che ha e dà senso.

Al di là delle notevoli differenze tra le due versioni dell’accoppiata visibile-invisibile, in entrambi i casi essa prevede non solo una opposizione tra i due termini ma anche una loro unificazione, che può essere più o meno compiuta: le strutture ideali o idee partecipano al mondo visibile, conferendo ai suoi oggetti identità e stabilità; il Dio invisibile e innominabile si incarna, come si diceva, e si rende visibile come uomo, fino al punto di condividere la sua condizione mortale.

L’unificazione di visibile e invisibile non si realizza allo stesso modo in entrambe le direzioni ma viene inizialmente concepita privilegiando uno specifico vettore di movimento, la discesa dall’alto verso il basso ovvero il passaggio dall’invisibile al visibile. L’invisibile che si fa visibile è infatti un modo per esaltare la potenza del primo nei confronti del secondo: l’invisibile si manifesta, il visibile è il veicolo di questa manifestazione. Il movimento contrario, dal visibile all’invisibile, si presenta dapprima come il semplice ritorno all’origine, che può valere sia come il recupero della purezza iniziale sia come il dissolvimento dell’essere individuale, frutto della loro combinazione come anima e corpo. La conquista di un significato accrescitivo del movimento di ritorno è stata faticosa; ha accompagnato nei secoli l’elaborazione della cristologia e del pensiero filosofico. Solo nella modernità un sistema come quello di Hegel ha potuto concepire la strada che scende verso il mondo sensibile, la natura e la storia alla stessa stregua di quella che risale verso l’alto, stabilendo una circolarità tra inizio e fine del percorso che giustifica allo stesso modo ogni tappa e ne esalta la partecipazione dinamica, processuale al tutto. Metafisica, religione, metafisica come inveramento del carattere speculativo della religione.

Anche l’arte occidentale si è nutrita a lungo di questo gioco tra visibile e invisibile. A prescindere dall’arte sacra, la stessa pittura figurativa profana ha spesso interpretato la sfida dell’invisibile come l’esigenza di far trasparire l’essenza profonda e nascosta di un luogo, di un volto, di un oggetto nella forma e nel colore visibili di un’immagine, rendendo così visibile qualcosa di invisibile per lo sguardo ordinario; anche la nascita dell’arte astratta, da Kandinskij a Mondrian, è stata variamente sollecitata dal bisogno di rendere visibile un ordine delle cose che sta al di là della superficie visibile ma ne costituisce l’origine, il suono, la struttura. Paul Klee, che occupa una posizione del tutto originale tra astratto e figurativo, dichiara nella sua Confessione creatrice che “l’arte non riproduce il visibile ma rende visibile”. Che cosa rende visibile? Nella frase di Klee, al verbo non segue un complemento oggetto: si tratta certamente di qualcosa che va reso visibile perché non lo è di primo acchito, ma senza essere per questo un principio opposto al visibile. È invece la dimensione del poter essere altrimenti del visibile: stratificazioni, latenze, forme fluide, strutture aperte, il “carattere fantomatico e mitico, quello che gli occhi della fantasia possono scorgere”.

Anche qui si tratta sempre di un rendere visibile, di un portare alla luce qualcosa, certo per rendere meno vincolante e costrittiva l’evidenza della superficie visibile, certo per far emergere delle trasparenze e delle smagliature nella trama delle forme consolidate ma sempre nel segno di un lavoro di estrazione, illuminazione del buio, fosse anche solo con una torcia o un fiammifero. Qui le suggestioni si sprecano: pensiamo alle pitture parietali delle caverne del Neolitico… Chi ha battuto, nell’arte, la via dell’accecamento dello sguardo nell’invisibile puro? È questa una prerogativa della sola esperienza religiosa?

Il visibile, l’invisibile: due aggettivi sostantivati, riconducibili al verbo che fa capo all’attività degli occhi, il vedere. Ma anziché fondarsi sul senso transitivo e attivo del verbo vedere, l’aggettivo visibile restituisce piuttosto una possibilità che nasce dalla sua forma passiva: visibile è ciò che può essere visto. Vedo una cosa, la cosa è vista da me: il fatto che sia vista indica che può essere vista. Questo “poter essere” del visibile ha però un duplice senso: il primo si riferisce appunto al fatto che la cosa è alla portata dei miei occhi (sempre che siano capaci di vedere) ovvero che essa non si sottrae alla vista; il secondo senso sta invece a indicare che è lecito guardarla e vederla. La liceità è il risultato di un giudizio morale, che ovviamente può sfociare anche in un divieto. Accade così che una cosa che può essere vista nel primo senso, in quanto semplicemente percepibile, non possa e quindi non debba essere vista nel secondo. Di solito si tratta di immagini. Vietare quelle esperienze di vita, che producono traumi visivi o traumi mediante la vista è un po’ più complicato; vorrebbe dire rifare il mondo. Le sale cinematografiche o certi contenuti del web sono bersagli più circoscritti. E di solito il divieto vale solo per i minori.

Questo divieto non ha a che fare con l’invisibile in senso proprio, non  riguarda l’irraprensentabilità del dio o simili ma qualcosa che, pur essendo visibile, viene dichiarato non visibile, interdetto, vietato allo sguardo. Oggi, tuttavia, la forma di negazione che si può legare al visibile (l’in-visibile, il non visibile) tende ad acquisire un senso ulteriore rispetto a quello di inaccessibilità visiva o di interdizione dello sguardo: si tratta di un’invisibilità intesa metaforicamente come trasparenza, irrilevanza, emarginazione, che nasce da una sorta di rifiuto dello sguardo. Non è il risultato, in effetti, di una semplice noncuranza o di scarsa attenzione da parte di chi osserva. L’uso del termine invisibile per qualificare una sorta di apartheid visivo appare qualcosa di diverso e merita forse un’attenzione particolare.

Anzitutto, la sua circolazione riguarda la comunicazione mediatica e, a cascata, le altre forme di scambio verbale. Qualcosa di simile si verifica anche per l’aggettivo visibile, che resiste nella sua forma sostantivata soprattutto nel linguaggio delle arti visive ma anche qui non si oppone più al suo contrario metafisico, religioso, nemmeno artistico, cioè all’invisibile in senso tradizionale (il trascendente, il sovrasensibile, l’inaccessibile). Visibile e invisibile tendono così a circolare soprattutto nella descrizione di azioni o interazioni umane e servono a qualificare gruppi o individui rispetto a categorie socio-economiche come potere, successo, ricchezza, da cui discende la cosiddetta visibilità; invisibile è invece l’escluso, l’emarginato o, su un altrio piano, colui che sfugge ai processi di misurazione, calcolo, rilevazione, con cui si tende sempre più a conferire realtà a ciò che accade. Visibile e invisibile sono in realtà più che mai, secondo questo registro sociale o statistico, due diversi ordini del visibile: invisibile è semplicemente chi può essere visto ma non viene mai guardato, chi resta sempre fuori dal nostro campo visivo, dal nostro mondo. Oppure chi sfugge ai radar della statistica. Ma questa variante qui ci interessa meno, per quanto contenga in sé problemi decisivi.

Dove sta allora il carattere di questa nuova accezione di invisibilità? Partiamo da alcuni usi affini, legati anch’essi all’interazione umana. Invisibile si può dire certamente di colui che non viene notato perché non appare significativo o rilevante, perché non spicca rispetto all’ambiente o ad altre persone; passare inosservato ha comunque i suoi vantaggi e in certi contesti vale addirittura come il superamento di un esame sociale, come una prova di conformità e appartenenza all’ambiente. Invisibile, inoltre, può diventare chi ha offeso la nostra persona al punto che lo si vuole far sparire ai nostri occhi, ignorandolo per ostilità. Manco ti vedo: un’altra maniera per dire che non esisti (almeno per me). Qualcosa di simile può accadere anche in un gioco di provocazione o seduzione, quando si attraversa qualcuno con lo sguardo non certo per “guardarlo dentro” o “passarlo ai raggi x”, come si dice, ma proprio per fingersi indifferenti nei suoi confronti. È vero il contrario, ovviamente.

In nessuno di questi casi si realizza un vero e proprio rifiuto visivo, che porta a costituire gli altri come invisibili. Rifiuto non è impossibilità di notare qualcuno e non è neppure ostilità reale o simulata nei confronti di qualcun altro mediante cancellazione visiva. Non c’è volontarietà nel primo caso, ce n’è fin troppa negli altri due. Il rifiuto in questione è invece qualcosa di intermedio e di torpido, latente. Se oggi chiamiamo invisibili (come accade appunto ne Gli invisibili, un film con Richard Gere del 2014) quelli che un tempo si chiamavano i dimenticati (Los Olvidados, un bellissimo film di Buñuel del 1950) o i miserabili (un esempio per tutti, I miserabili di Victor Hugo) è perché si vuole attenuare il rimprovero che si sprigiona dall’aver dimenticato qualcuno o lo stigma sociale per la miseria misto alla speranza di redenzione, con cui oggi non si guarda più alla povertà; il barbone Gere (notare che il titolo originale de Gli invisibili è Time Out of Mind), Gere, si diceva, non è uno dei ragazzi di strada di Buñuel o un sottoproletario della Parigi di Victor Hugo ma non è la sua specifica condizione di vagabondo a renderlo un “invisibile”. C’è invece un tratto che accomuna tutte queste figure: oggi farebbero parte degli stessi invisibili e questo non perché essi vengano esplicitamente rifiutati. Gli invisibili non si segnalano in negativo, non spiccano come una macchia nera: non ti rifiuto perché sei un rifiuto ma perché ti scanso e perché non ti vedo. Non sei invisibile come tale ma solo per me che non ti guardo mai. Di solito, invisibile in questo senso è chi viene sì rifiutato ma in via preventiva, in automatico, fino a prova contraria. Allo stesso tempo, l’uso stesso di un termine parapercettivo e così politicamente corretto come invisibile serve a lasciare sempre aperta una porticina: a certe condizioni, si può sempre diventare o ridiventare visibili. In un senso soprattutto mediatico.

Qualche esempio.  A detta degli operatori della comunicazione, invisibili sono i lavoratori clandestini, ridotti alla condizione di schiavi nei campi di pomodori del meridione, che magari possono diventare visibili ogni tanto per la durata di un servizio televisivo. I lavoratori in nero di casa nostra, mono- o multireddito, sono invisibili più che altro per la statistica; stanno fuori da questo mazzo di persone a cui si rivolge il rifiuto di cui si sta parlando. Se è per questo, sono in compagnia degli evasori fiscali, invisibili cronici in un senso quasi ontologico. Ma certo invisibile nel senso del rifiuto oculare e della irrilevanza economica è, oggi, chi rischia di perdere il posto di lavoro: emblematica la vertenza ancora aperta dei lavoratori della Bekaert di Figline Valdarno, che da invisibili sono diventati visibili soprattutto per merito di Sting, trasferitosi nella bellissima campagna toscana ma non così distratto dalle bellezze dei luoghi da non vedere più chi, nei paraggi, è messo molto peggio di lui. C’è tutto in questa vicenda: lo sprofondare lento nell’invisibilità per la perdita di potere contrattuale, l’azione sindacale che pare anch’essa invisibile o impotente, l’intervento di un personaggio molto visibile dello star system, che acquista nuova visibilità per sé compiendo un gesto nobile e generoso, un gesto che non poteva restare anonimo ma doveva essere mediatico se voleva risultare efficace; infine, la puntuale e conseguente visibilità mediatica, via Sting, del problema che affligge quei lavoratori. Che ora sono anch’essi visibili, almeno un po’ più di prima. Dall’invisibile al visibile, oggi.

Il lavoro, soprattutto il lavoro rende visibili o almeno non invisibili. L’esclusione sociale, in tutte le sue forme, diventa il motore dell’invisibilità, che attualmente è meno sentita come un attributo inevitabile di minoranze o piccoli gruppi, spesso molto abili nel conquistare spazi e nel rendersi visibili. L’invisibile è un isolato ma non è necessariamente membro di una esigua minoranza; è un perdente, uno che ha perso o sta perdendo visibilità. In questa nuova accezione, la visibilità è qualcosa che si possiede o che è bene possedere, non è più una caratteristica ambientale o atmosferica, che rende visibile indifferentemente tutto ciò che si trova in un certo luogo. Stando a quest’ultimo senso, la visibilità c’è o non c’è oppure c’è in misura variabile. Altra cosa è avere visibilità, caratteristica che non è appannaggio di un campo visivo ma solo una proprietà di qualcuno, una proprietà che tende a non conoscere gradi: in questo senso, si ha o non si ha visibilità. Tutto è visibile (quando non è nascosto da qualcosa), solo qualcosa o meglio qualcuno ha visibilità. Ma se la visibilità non è più solo un tratto diffuso e ambientale bensì qualcosa da avere, ecco che per conseguirla non basta più restare dove si è o spostarsi solo per evitare di essere nascosti: bisogna attivamente mettersi in mostra, in vista. La visibilità di questo tipo è connessa in via eminente a un comportamento strategico.

Vi sono professioni o ruoli sociali che, per statuto, hanno carattere pubblico ed espongono a un certo livello di visibilità: chi esercita certe funzioni è di per sé visibile anche senza fare nulla per esserlo. È come se certi ambiti lavorativi comportassero anch’essi una sorta di visibilità ambientale. Altra cosa, di nuovo, è però cercare e trovare una visibilità individuale, personale all’interno di un gruppo già in se stesso visibile. D’altro canto, la ricerca di questa particolare visibilità non è più esclusiva di un gruppo, nel senso che oggi può essere conseguita teoricamente da tutti e in molti modi, anche da un cosiddetto invisibile, visto il carattere mediatico e non più gerarchico o piramidale dei processi sociali che portano a essere visibili. Il problema di diventare succubi di questa stessa visibilità, dovendo corrispondere alle attese che la nostra immagine visibile ci impone dal momento in cui prende corpo, viene solo più tardi: la prima coazione è quella di passare da uno stato di non rilevanza, da una non visibilità che non possiamo definire invisibilità, a uno stato di piena luce. La visibilità come proprietà personale non si oppone tanto all’invisibilità degli esclusi e degli emarginati quanto all’irrilevanza degli integrati: è il sogno del non anonimato più che la fuga dagli abissi dell’invisibilità vera e propria.

Tra gli invisibili e i visibili sta la grande massa dei non visibili, dell’opacità, del pubblico: essi si rifiutano di guardare ai primi e dirigono lo sguardo ai secondi.  Si oppongono ai primi ignorandoli, si sentono esclusi dai secondi desiderandoli. La semplice opposizione e le diverse forme di unificazione tra visibile e invisibile, da cui siamo partiti, si scompone e ricompone diversamente all’interno del mondo sociale e dei vettori che attraversano oggi il suo spazio. La non visibilità unifica a bassa tensione visibile e invisibile, restando così sospesa tra l’uno e l’altro. E in un certo senso è ciò che si oppone davvero all’uno e all’altro.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA STORIA DELLE IDEE

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