LA DISOBBEDIENZA DI GRETA: PER UNA DEMOCRAZIA DELLE VULNERABILITÀ

Trump-trolls-Greta-678x381FERDINANDO MENGA

Con ampio consenso ed empatico sostegno l’opinione pubblica salutava, poco più di un anno fa, una giovanissima studentessa svedese al suo comparire sempre più spesso in vari siti, blog e testate giornalistiche a motivo della sua decisione di scioperare da scuola per sensibilizzare sul tema del cambiamento climatico e incitare le autorità del suo paese, e non solo, a una decisa inversione di rotta nelle odierne politiche ambientali. Non molto tempo è passato e questo circoscritto atto di disobbedienza si è dimostrato in grado di innescare e dare sviluppo ad uno dei movimenti giovanili di protesta più nutriti e trasversali che la storia abbia conosciuto, alimentando un’ampia gamma di percezioni e una molteplicità di dibattiti popolati dalle più disparate opinioni e contrapposte posizioni. Oggi, in effetti, è molto meno univoco il consenso nei confronti di Greta Thunberg: da molte parti si odono e leggono critiche spesso accompagnate da veri e propri atteggiamenti di sospetto, quando non addirittura da esercizi di dietrologia. Resta però fermo il fatto che quando fenomeni del genere raggiungono un’ampiezza così elevata e un’accoglienza così difforme è spesso perché, indipendentemente dalle buone e meno buone ragioni che li muovono, questi intercettano punti davvero nevralgici, colgono nervi effettivamente scoperti, raccolgono motivi di vera e diffusa inquietudine.

Non mi interessa, perciò, qui rilasciare un’ulteriore opinione circa il “fenomeno Greta”. Piuttosto, il mio proposito è quello di segnalare, a prescindere dalla simpatia o ritrosia che si possano provare nei confronti di questa coraggiosissima giovane e dei vari movimenti dei Fridays for future, come non con troppa facilità si dovrebbe soprassedere su tutta una serie di inquietanti interrogativi di carattere – oserei dire – “strutturale” che la loro protesta veicola. In particolar modo, vorrei limitarmi a individuare due motivi di sfida lanciati alle democrazie liberali contemporanee.

I

In primo luogo, c’è da registrare un dato sociologico assai interessante: si tratta anzitutto di proteste organizzate e condotte in modo preponderante da soggetti giovanissimi, dunque non ancora nell’effettiva e pienamente riconosciuta capacità istituzionale di incidere sulle sorti delle comunità in cui agiscono. Ciò che risulta, perciò, quantomeno curioso è che i nostri spazi politici vengano, oggigiorno, agitati e scossi da soggetti a cui, a ben vedere, non è attribuita ancora piena capacità giuridica d’agire. Si tratta, inoltre, di proteste che, orientate al predominante beneficio di soggetti futuri al prezzo di un evidente sacrifico da parte dei presenti, si scontra con la temporalità stessa che scandisce l’orologio della stragrande maggioranza delle democrazie odierne: al tic di decisioni prese a interesse dei cittadini presenti corrisponde (o si spera corrisponda) il tac di una probabile riconferma elettorale. In tale prospettiva, queste proteste lasciano perciò affiorare quanto meno un motivo un po’ inquietante: nel cuore delle nostre comunità politiche si assiste al sollevarsi di voci di soggetti che poco contano a favore di soggetti che non contano proprio nulla. Mi piace chiamarla un’alleanza fra i vulnerabili di oggi e i vulnerabili di domani (o, anche, in quest’ultimo caso, soggetti che, in quanto inesistenti, neppure possiedono la titolarità a essere vulnerati).

Ne risulta, perciò, come ci ha ricordato in varie occasioni Judith Butler, di un’assai curiosa e rivelativa incapacità delle istituzioni politiche a offrire uno spazio di vera e adeguata accoglienza all’espressione stessa della vulnerabilità. Certamente, la Butler si riferiva, nello specifico, all’incapacità – nonché vera e propria impreparazione istituzionale – da parte del governo americano di offrire, all’indomani dei tragici eventi dell’11 Settembre, forme e spazi davvero adeguati al lutto collettivo, preferendo invece chiudere quanto prima il tempo delle lamentazioni e del pianto per ristabilire subito il presunto soggetto politico forte, in grado evidentemente di intervenire attivamente nell’impresa di sconfiggere il nemico che lo aveva sfidato. E qui mi torna subito alla mente il refrain del discorso pronunciato da G.W. Bush al Congresso a distanza di soli dieci giorni dal crollo delle torri: “Our grief has turned to anger and anger to resolution” (A Nation Challenged, 21 settembre 2001).

 Ritornando alla scena delle proteste dei nostri giovani, si tratta di una situazione senz’altro diversa, eppure, a mio avviso, indicante un imbarazzo del tutto simile da parte di una cultura politica incapace di accogliere la vulnerabilità, se pensiamo, ad esempio, alle molte reazioni dell’opinione pubblica e della stampa al pianto di Greta durante il suo “How dare you!” alle Nazioni Unite: reazioni che, quandanche empatiche, si sono comunque soffermate sulla caratteristica di uno sfogo emozionale giovanile, atteggiamento quanto meno fuori luogo e non all’altezza di quel contesto istituzionale. Non mi è parso, invece, di raccogliere in giro letture tali da individuare proprio in questo pianto una forma sì di vulnerabilità, eppure assolutamente congrua in quanto espressione di un’ingiunzione legata a una sincera preoccupazione ed empatia nei confronti dei futuri – indicazione di una forma di manifestazione politica per nulla da rifuggire, quanto piuttosto da approfondire in tutta la sua portata per lo meno critica. Nel contesto della Butler, una tale portata stava nel rilevare quanto una pronta rimozione del lutto da parte del governo americano era evidentemente funzionale a riattivare un soggetto politico che doveva subito dimenticare per non riconoscere una paralizzante debolezza. Nel caso del pianto di Greta, invece, l’atteggiamento critico potrebbe almeno cogliere quanto il non sostare troppo sul senso profondo del suo lamento risulta probabilmente funzionale al rifiutarsi di fare i conti con tutto lo smarrimento e il sentimento di inettitudine che seguirebbero al sincero riconoscimento dell’enorme responsabilità che le comunità contemporanee hanno nei confronti delle generazioni future.

  II

Ma, per fortuna, questo è soltanto una faccia della medaglia, giacché, queste proteste dei vulnerabili per i vulnerabili, a ben vedere, se sfidano le democrazie contemporanee, è per richiederne, al contempo, la riattivazione della vocazione politica più profonda. Rivendicando, infatti, la necessità di dislocare lo spazio della decisione dal presente al futuro, ciò che esse esigono è il recupero di una visione davvero politica, simbolica e culturale, la quale non può più piegarsi alla mera logica economica, che asserve tutto al cieco imperativo del soddisfacimento dei bisogni presenti. Dal che ne consegue anche un altro elemento, che ritengo di alto profilo democratico: l’aperta contrapposizione al progetto stesso di molti movimenti populisti odierni, per i quali la massima realizzazione coinciderebbe con una politica che oramai si fa soltanto portavoce, cassa di risonanza, delle esigenze e bisogni che il popolo conserverebbe immediatamente in sé, senza la necessità del giro lungo di complesse mediazioni politiche e visioni di ampio respiro. Probabilmente, proprio per questo motivo il populismo – tutto ripiegato sulla logica di bisogni e necessità immediatamente disponibili nel corpo sociale –, per quanto protesti ora qui ora lì (soprattutto nella sua versione sovranista) contro le logiche dell’economia neoliberista, costituisce, invece, la più efficace testa d’ariete affinché l’economico penetri nel politico, realizzandone il pieno asservimento.

Greta Thunberg e i Fridays for future ci ricordano, invece, che la vera dignità delle comunità politiche si misura non piegandosi al mero soddisfacimento del presente, ma, per dirla con Hannah Arendt, nella loro capacità di accogliere la “natalità”, ovvero di costruire un mondo degno d’essere vissuto per i nuovi venuti. Da parte sua, la Butler parlerebbe, a proposito, di una forma di politica che sa “prende[re] le mosse dalla vulnerabilità” (J. Butler, Precarious Life, 2004). Forma che noi potremmo meglio specificare declinandola proprio nei termini di una democrazia che sa essere spazio aperto per vulnerabilità a venire.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA

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