DISOBBEDIRE AL PROPRIO CORPO?

depilazione-corpo-750x445PIER MARRONE

Se sai che un’azione dovrebbe essere fatta e non la fai, stai violando un’obbligazione. Questo sembra essere chiaro. Ma magari non sempre è chiaro a chi tu stia disobbedendo e a quale autorità dovresti obbedire. Questo punto si ricollega alla grande questione che riguarda la fonte delle nostre norme morali. Quando facciamo qualcosa che riteniamo sbagliato, quando abbiamo l’impressione di aver fatto qualcosa che andava senz’altro fatto, da dove deriva questo sentimento interno di fiducia nel nostro giudizio morale su sé stessi e sull’orgoglio che dovremmo sentire quando possiamo dire di essere stati adeguati a quella voce interiore che ci ha detto, come nel film di Spike Lee, “Do the right thing!”. Ma cosa sia la right thing da fare è spesso qualcosa che sfugge alle nostre più comuni intuizioni morali.

In ogni corso universitario di base, come quelli nei quali da anni mi capita di insegnare, si troverà sempre qualche studente che sosterrà che non esiste nessuna norma morale comune e nessun sistema etico condivisibile al di là delle convenzioni. Si tratta di un’obiezione molto comune e non particolarmente interessante, almeno in questa forma che precede ogni argomentazione e salta subito alle conclusioni. Non è un buon costume intellettuale farlo, perché di solito proprio nei passaggi intermedi di un’argomentazione ci celano insidie e cose interessanti che si farebbe bene ad affrontare e a tenere in considerazione. Ad esempio, provate a ribattere a chi vi obietta che ognuno fa quello che gli pare e che non esiste maniera di fargli capire se sta facendo la cosa sbagliata in nessuna circostanza possibile con questo domanda: “è giusto o sbagliato torturare un neonato per divertimento?”. È molto difficile che ci sia qualcuno che risponda che è indifferente (escludo che ci sia qualcuno che pubblicamente possa sostenerlo).

Inoltre, se siete capaci di precisare con un minimo di perizia che potrebbe derivarvi da qualche non inutile lettura filosofica, allora le cose potrebbero sembrare ancora più strane al vostro interlocutore relativista. Se la mettete giù in questo modo: “in ogni mondo possibile dove esista qualcosa di paragonabile a un essere umano è giusto o sbagliato torturare un neonato per divertimento?”, sono pronto a scommettere che anche il relativista più spinto a questo punto sarebbe a corto di obiezioni. Perché ne sarebbe a corto? Penso che si troverebbe in difficoltà perché la nostra domanda sembra sollecitare una risposta che sia coerente con la nostra intuizione morale profonda che torturare neonati per divertimento è sempre sbagliato. Ci sembra addirittura impossibile provare a pensare che le cose possano stare diversamente. Chi mai sarebbe quella persona che potrebbe giungere a credere che sia giusto torturare neonati per divertimento? Qualcuno che non farebbe parte del genere umano. Così mi verrebbe da concludere. Ma sarebbe solo una conclusione provvisoria, non tanto perché io effettivamente penso che una persona che pensasse che sia giusto torturare bambini per divertimento non sarebbe un essere umano (anche se potrebbe benissimo avere una forma umano, un corpo, delle mani, dei piedi, proprio come io e voi o potrebbe benissimo essere una persona anche senza essere necessariamente una persona umana), quanto per il fatto che rimarrebbe ancora da capire per quale motivo noi – noi che siamo e continuiamo ad essere umani – abbiamo questa potente intuizione.

Esiste una risposta che ha avuto un grande successo nella nostra tradizione culturale ed è questa. Se tu stai facendo la cosa giusta, la stai facendo perché sei in possesso di un test, che potenzialmente puoi attivare in qualsiasi momento, che ti garantisce che effettivamente quello che stai facendo è proprio quello che devi fare. Questo test si chiama universalizzazione e dovrebbe certificare la bontà della tua motivazione. La tua motivazione sarebbe buona perché semplicemente potrebbe essere quella che chiunque dovrebbe avere in circostanze analoghe alle tue. La tua motivazione, in altre parole, sarebbe quella buona solo se potesse essere quella di chiunque. Solo dunque se la motivazione non è tua, ossia è indifferente al nome di chi la possiede, è allora una motivazione giusta ed è una motivazione buona.

Il test di universalizzazione, che costituisce uno dei motivi centrali della spiegazione della moralità che dobbiamo a Immanuel Kant, è ritenuto anche un test che mostra l’imparzialità delle scelte. Quando agisci, cioè, se vuoi agire moralmente, la cosa migliore sarebbe che tu non sapessi che sei tu a fare quello che stai facendo. Infatti, proprio per il fatto che noi riconduciamo le azioni a noi stessi che le stiamo facendo – “e a chi altro dovremmo mai ricondurle?” viene da chiedersi – sentiamo che possiamo anche motivarle adeguatamente. Che cosa potrebbe essere una motivazione adeguata a compiere un’azione? Non è semplice rispondere, ma penso che facilmente si potrebbe concedere che la motivazione che noi percepiamo come corretta, poiché sorge – almeno così parrebbe – dalla nostra interiorità, è inevitabilmente legata alla nostra storia personale; e così sembrerebbe piuttosto strano dire che la motivazione sorge imparzialmente senza alcuna altra motivazione interiore. Se agisci come si dovrebbe agire dovresti essere disinteressato, ma per essere disinteressato dovresti almeno mostrare interesse per il tuo stesso disinteresse. Un circolo di non poco conto ti impedirebbe di essere completamente imparziale?

Molti filosofi hanno avuto questa ossessione per l’imparzialità, che in effetti dovrebbe essere pensato come una specie di pura funzione del pensiero che ragiona e che acquisisce un punto di vista superiore al soggetto che agisce in base a quella stessa motivazione. Ma ammesso che questo sia possibile, che sia possibile abbandonare tutta la nostra storia pregressa e assieme a questa abbandonare anche il nostro corpo, quale voce parlerebbe mai in noi? Perché una voce dovrebbe pur sempre parlare, dirci che cosa è giusto fare e dirci perché dovremmo fare quello che stiamo per fare, anzi: quello che tutti dovrebbero stare per fare se si trovassero qui al nostro posto, in un posto che non è davvero il nostro, perché assume significato solo se potrebbe essere il posto di chiunque altro potessimo essere noi. La risposta di Kant è apparentemente univoca: quando decidi imparzialmente, la tua scelta è attivata da una motivazione imparziale che è così potente perché è semplicemente quella della razionalità stessa. Non è una motivazione propriamente umana, ma è la manifestazione di una struttura che tutti gli esseri razionali hanno. Questa struttura ti fa guadagnare un punto di vista che non potrebbe mai essere raggiunto se tu rimanessi confinato dentro le strutture solitarie della tua personalità individuale. È il punto di vista di ogni essere razionale. È il punto di vista non solo degli esseri umani, bensì di qualsiasi essere nell’universo sia dotato di razionalità, poiché Kant sa, Kant crede di sapere che non solo gli esseri umani sono razionali. Sono razionali anche gli angeli ed è razionale anche Dio. Quindi quando questa voce, la voce dell’imparzialità parla nelle tue intenzioni (ma ha davvero senso chiamarle in questo modo?) tu stai assumendo un punto di vista diverso.

Quello al quale hai accesso è il punto di vista di un angelo (il punto di vista dell’arcangelo lo chiamerà il filosofo Richard Hare, forse perché l’angelo gli sembrava troppo poco) ed anzi: direttamente il punto di vista di Dio. Ciò che deve essere fatto si farà perché l’intenzione giusta guida un agente che per essere giusto deve essere disincarnato. È ovvio: non può realmente esserlo, però per Kant possiamo comportarci come se lo fossimo. In maniera imperfetta, sempre contaminati dalle nostre inclinazioni, mai, nevroticamente, sicuri che queste inclinazioni non abbiano inquinato le motivazioni che dovrebbe avere il punto di vista di un angelo, di un arcangelo, di Dio stesso da quella posizione da nessun luogo dove tutto può essere visto nella sua essenzialità. Quindi per avere la motivazione corretta dovresti disincarnarti e ancora non basterebbe. Dovresti essere capace di metterti in una posizione di osservatore che tutto osserva e che ricomprende tutti i punti di vista. Un punto di vista senza nessuna punto di vista sarebbe la cifra della tua imparzialità.

Questa idea ha avuto molta fortuna credo per molti motivi. Uno di questi è che in questo mito della totale imparzialità – perché deve essere chiaro che si tratta di un mito e di una posizione che è impossibile da guadagnare – sembra poter essere riconosciuto l’analogo del punto di vista scientifico. Lo scienziato nella sua attività parla con una voce che potrebbe essere quella di chiunque. Che la teoria della relatività ristretta venga enunciata dalla voce di Einstein o codificata dalla seducente voce di Lola Astanova oppure gracchiata da chiunque in un citofono rotto non cambia nulla quanto al suo contenuto di verità. Non occorrerebbe nemmeno che venisse detta per essere valida. È lì. È parte della realtà in attesa, si direbbe, di essere riconosciuta da qualcuno. È questa la caratteristica delle leggi di natura: di essere appunto lì, del tutto indifferenti a noi, indifferenti al fatto di essere comprese, scoperte, dette da qualcuno. Ci sarebbero anche se noi non ci fossimo. Sarebbero vere egualmente, in un certo senso. Così, viene da pensare, che anche le azioni che compiamo noi, se devono avere delle caratteristiche desiderabili, ad esempio essere delle azioni buone e non delle azioni malvage, allora devono essere in qualche modo lì prima di noi, pronte ad essere compiute anche se non siamo noi a compierle, ma disponibili ad essere fatte da chiunque anche se nessuno mai le farà. Come se ci fosse un catalogo delle azioni buone e delle buone intenzioni, una sorta di atlante morale dove possiamo mappare le nostre abilità di orientarci nel mondo delle relazioni con gli altri umani, con le altre persone che non sono umane, con il nostro ambiente, se questo ha, come molti oramai sono portati a credere, anche una rilevanza morale. Ciò che ancora una volta dovrebbe aver guidato chi avrebbe compilato questa sorta di atlante e mappa delle cose giuste da fare e delle intenzioni giuste da pensare è la coerenza interna, la non contraddizione delle intenzioni che devono appunto poter essere compatibili le une con le altre e adottabili da chiunque voglia comportarsi bene. Così non dovresti adottare dei comportamenti che non potrebbero essere adottati da chiunque ovvero che se fossero adottati da chiunque perderebbero la loro stessa ragion d’essere.

Sembra complicato, ma non lo è. Immagino che pochi tra di voi abbiano mai sentito parlare del free rider. Il termine ha avuto una certa fortuna tra gli studiosi che si occupano di etica, di teoria della cooperazione, di economia e deriva dalla storia del sindacalismo inglese. Il free rider era colui il quale intendeva avvantaggiarsi delle tutele sindacali senza pagare le quote di iscrizione al sindacato. Per estensione con free riding si sono poi intesi tutti quei comportamenti che si avvantaggiano della cooperazione godendone gli onori senza però pagarne gli oneri. Così quando non paghiamo l’autobus ci comportiamo da free rider (“che sarà mai se per una volta non compro il biglietto?”), quando paghiamo l’idraulico cash e non chiediamo la ricevuta in cambio dello sconto dell’iva (chi non lo ha mai fatto?) ci comportiamo come egoisti sociali. Qualcuno ha speculato che si tratta di un comportamento contraddittorio ovvero irrazionale proprio sulla base di quella nozione di razionalità che Kant ha contribuito a diffondere. Ma si tratta proprio di questo? A che cosa sta disobbedendo il free rider, che sia l’abusivo sull’autobus o il piccolo o grande evasore fiscale? Sta dicendo no alla razionalità che parla in lui con quella voce senza voce, in quel corpo senza corpo? Kant direbbe di sì, perché il suo comportamento non può divenire il comportamento di chiunque, e perciò non può in alcun modo essere universalizzato. Ha senso questa obiezione? A me sembra che non ne abbia.

Chiediamoci che cosa sta facendo realmente il free rider e se sta realmente dando prova di infedeltà al comportamento razionale. L’azione del free rider non vuole essere universale in nessun senso. Infatti ha senso precisamente perché non è un’azione che può essere universalizzata. Se nessuno pagasse il biglietto dell’autobus, gli autobus non circolerebbero; se tutti evadessero le tasse imposte dallo Stato, questo non sarebbe in grado di erogare servizi (e per alcuni sarebbe meglio che non li erogasse). Quindi il free rider precisamente vuole che il suo comportamento rimanga limitato e non divenga affatto universale e nemmeno generale. Anzi: la situazione ideale per il free rider sarebbe quella dove è lui solo a praticare il free riding. Se ci fosse solo lui a non pagare il biglietto dell’autobus, sarebbe difficile immaginare che le aziende di trasporti implementassero un costoso sistema di individuazione di chi non paga il biglietto. È più difficile pensare a una situazione dove tutti pagano le tasse e uno solo non le paga, perché ci è facile immaginare che dove tutti pagassero le tasse non pagarle sarebbe percepito come un comportamento fortemente antisociale (ma affinché questa situazione-limite si verifichi il livello di tassazione non deve essere elevato). Ma una situazione dove tutti pagano le tasse non esiste ovviamente e verso colui che opera piccoli atti egoistici noi tendiamo ad essere comprensibili, sulla base del presupposto che “a chi farà mai male un biglietto non pagato?” Se obiettassimo: “ma se tutti facessero così?”, allora mostreremmo di condividere l’idea di Kant che la razionalità sia universalità e che i comportamenti censurabili sono irrazionali ossia non universali. E che cosa c’è di meno universale del comportamento che viene fatto sulla base di una motivazione egoistica?

Noi siamo abituati a considerare l’egoismo un comportamento immorale forse addirittura un vizio immorale e antisociale, ma cosa occorre essere per essere un egoista? L’egoista ha un corpo, ha una storia personale per lui estremamente importante, ha dei pensieri che sono suoi e solo suoi, ha un nome proprio. Nulla di tutto questo può essere universalizzato. Ma questa è precisamente la nostra condizione, quella condizione che noi condividiamo in una diversità irredimibile. Così se siamo noi stessi non possiamo essere razionali, vero? Solo disobbedendo al nostro corpo e alla storia del nostro corpo che in fin dei conti è proprio quella macchina che sostanzia i nostri pensieri e desideri puoi obbedire a una forma più alta di te stesso, o almeno di qualcosa che dovresti voler essere se fossi capace di spogliarti di quello che sei. Capite che tutti questi discorsi kantiani sulla razionalità hanno la tendenza ad avvolgersi in spirali circolari, se sono fatti, come devono in effetti essere fatti, a partire da noi stessi. Perché questo inevitabile sapore di circolarità e di conformismo, quando si dovesse cominciare a pensare che disobbedire al proprio nome e alla propria storia, per assumere un nome e una voce universali potrebbe semplicemente molte volte voler dire che si pensa quello che gli altri pensano, si fa quello che gli altri fanno, rendendo la razionalità una forma di opaco anonimato?

Lasciare il proprio corpo e assumere la voce della razionalità e della universalità mi sembra possa essere più un gesto di onnipotenza che un atto di modestia. È come se uno dicesse: “vedete come sono bravo e riesco a fare a meno del mio punto di vista”. Ma questo autoincensamento si avvolge di nuovo in quella sorta di spirale argomentativa che notavo. Sei tu a suggerire di essere imparziale, anzi di esserlo stato talmente tanto che puoi dire agli altri come dovrebbero comportarsi.

Il problema dell’obbligazione morale intreccia naturalmente in più punti quello dell’obbligazione politica: perché obbedire alla legge, alle consuetudini, alle norme sociali? La soluzione che alcuni pensatori hanno escogitato è stata proprio di suggerire che all’origine, un’origine che non è mai realmente avvenuta se non nel nostro esperimento di pensiero, degli atti cha hanno costituito qualsiasi società abbia l’ambizione di definirsi giusta (e qual è quell’ordinamento sociale che non proclama ad alta voce questa ambizione?), ci deve essere un qualche atto contrattuale. Cose del genere: gli individui che costituiranno la società si riuniscono e scelgono i grandi principi ordinatori che dovranno informare tutte le decisioni legislative successive. Ecco: per assicurarsi che questi principi vengano scelti avendo in mente solo criteri di giustizia e null’altro, occorre pensare che gli individui non abbiano un nome, non sappiano a quale sesso appartengano, né abbiano conoscenza del proprio reddito o del proprio livello di istruzione o di qualsiasi altra informazione che riguardi la loro effettiva collocazione sociale. John Rawls al quale si deve questa formulazione usò un’espressione che è divenuta famosa: bisogna mettere gli individui “dietro a un velo d’ignoranza”. Così saranno in grado di prescindere da sé stessi, dal proprio corpo e dalla propria storia per fare finalmente le cose che vanno fatte, proprio e soltanto le cose giuste. A questa idea che definisce un’intera filosofia (il neocontrattualismo) credo che un’obiezione devastante sia stata mossa da John Lucas, che semplicemente osservò una cosa del genere: ma come fai a essere sicuro che chi deve scegliere i principi che sosterranno la nostra convivenza non abbia una forte propensione al rischio e non dica, poniamo, “non so chi sono, ma farò quelle scelte che potrebbero avvantaggiarmi se mi troverò tra l’1% della popolazione mondiale più ricco. Se non ci sarò, allora tanto peggio per me”? Non lo puoi sapere a meno che tu non abbia già deciso per lui. Ma tuo puoi decidere per lui unicamente perché la tua idea di razionalità come capacità di produrre motivazioni universali valide per chiunque sia razionale, non è affatto razionale. Non lo è perché intrisa di valori, a cominciare da questo: che qualcosa per essere buono deve valere per tutti. A questa idea, che è solo una delle versioni possibili della razionalità, disobbediamo ogni volta che pensiamo che i nostri interessi non devono essere sottovalutati, ogni volta che pensiamo che abbiamo un diritto alla nostra continuità culturale, ogni volta che pensiamo che non siamo un soggetto disincarnato che vive in un mondo di spiriti senza corpo – un mondo di spettri e di fantasmi – ma un corpo che pensa e desidera in mezzo ad altri corpi che egualmente desiderano e pensano. Disobbediamo a quella versione inumana di razionalità ogni volta che pensiamo che gli interessi non sono universali ma personali, il più delle volte, collettivi alcune altre e che questi interessi devono essere composti e non annullati da una voce sola che parlerebbe in noi solo rendendoci muti e sordi.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA PSICANALISI

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