TRA PICCOLE VERITÀ E GRANDI CONSAPEVOLEZZE: IL VALORE DELL’IMPERSCRUTABILE

shutterstock_528653653-e1501524693113-1000x640GIACOMO  DI PERSIO

«C’era una volta – in qualche angolo sperduto in mezzo allo sfarfallio di innumerevoli sistemi solari sparsi per l’universo – un pianeta in cui degli animali intelligenti inventarono la conoscenza. Fu l’attimo più presuntuoso e più ipocrita della “storia universale”: ma fu solo un attimo. […] Quell’intelletto infatti non ha nessuna missione che vada al di là della vita umana. Esso è soltanto umano, e solo il suo proprietario e produttore lo considera in modo tanto patetico come se fosse il perno intorno al quale ruota il mondo intero.»

Questa breve storia su animali intelligenti e presuntuosi in un pianeta lontano ci dovrebbe ricordare qualcosa di molto familiare. Il suo autore, Friedrich Nietzsche, la utilizza come incipit del suo breve saggio: Su verità e menzogna in senso extramorale (1873). Un filosofo così grande, ancora oggi ricordato e dibattuto, e che ha avuto un’influenza enorme sullo sviluppo del pensiero occidentale, definisce la conoscenza come un atto presuntuoso e ipocrita. Può apparire assurdo, ma se ci riflettiamo bene, ci accorgiamo che la storia dell’uomo è travagliata da infiniti tentativi di ricerca della verità, spesso vani e a volte persino pericolosi. Probabilmente, al contrario di quanto pensavano numerosi filosofi, il nostro intelletto non è adatto a recepire grandi verità, quanto più propriamente a districarsi nella quotidianità (seppur complessa) in cui siamo immersi. L’uomo è un animale intelligente dotato di ragione, ma non è un essere superiore capace di trascendere i propri sensi e la propria condizione. Infatti, sappiamo che per poter conoscere dobbiamo avvalerci in primis dei nostri sensi. Tuttavia, tutto ciò che esce dalla loro portata non può entrare nel nostro mondo. Per poter conoscere certamente ogni cosa dovremmo possedere dei sensi più sviluppati, senza entrare nel superomismo, che sono presenti in natura. Pensiamo ad esempio alla vista dell’aquila, all’olfatto del segugio, agli ultrasuoni dei pipistrelli e così via, tutti super-sensi che non ci appartengono. Eppure, per buona parte della storia della filosofia, l’uomo veniva visto come un essere capace di accedere a verità universali, proprio perché Dio avrebbe dotato quest’ultimo di un apparato conoscitivo infallibile. Tutto ciò che bisognava fare era soltanto guardare la natura, riconoscerne i segni divini e avvicinarsi sempre più alla verità sul mondo.

  «Tutto ciò che ci serve è una chimica delle idee morali, religiose ed estetiche e di tutti quegli impulsi che avvertiamo in noi nel grande e piccolo circolo della cultura e della società e perfino quando siamo soli con noi stessi», aggiungerà qualche anno più tardi Nietzsche, nel suo emblematico saggio Umano troppo umano (1878). La grande verità indipendente e nascosta, tanto agognata dai filosofi di ogni epoca, sembrerebbe essere andata in frantumi. Ma Nietzsche non rappresenta l’unico punto di rottura con la tradizione precedente. Già qualche anno prima, nel 1859, Charles Darwin pubblicava Le origini della specie, un saggio rivoluzionario che allontana l’uomo da Dio e che lo avvicina alla scimmia. La nuova visione del mondo presentata da Darwin e raccolta da Nietzsche presentava la morte di Dio e, con esso, la morte dell’uomo come essere semi-divino. L’uomo è un animale dotato di ragione, ma resta pur sempre un animale. In virtù di ciò, la grande verità legata al sacro, all’assoluto e alla dimensione mistica, lascia il posto all’indagine empirica delle scienze naturali, che presentano questioni comprensibili al nostro intelletto. E 200 anni dopo, questa visione del mondo si è concretizzata più che mai. Oggi la scienza non indaga problemi metafisici, quanto questioni che riguardano ciò che ci appare del mondo e ciò che ci appare di noi stessi.

L’approccio antropocentrico darwiniano e le riflessioni nietzschane rappresentano un tentativo di superamento di ciò che risulta essere a noi imperscrutabile: la grande verità metafisica, vera in quanto tale e indipendente dalle logiche umane. Tuttavia, la tradizione precedente non si poneva il problema dell’imperscrutabile, poiché si interrogava invece sulle modalità di accesso alla verità assoluta. Ma nell’esatto momento in cui Darwin consegnò al mondo la chiave di lettura evoluzionistica, ecco che l’uomo non poteva più essere in grado di interrogarsi sul trascendentale. Accettato il fatto che l’uomo sia un essere finito e che il suo apparato conoscitivo si sia evoluto grazie alla selezione naturale, non poteva più esserci il posto per la verità universale, del tutto inaccessibile. Questa impenetrabilità, però, non deve farci sprofondare nella disperazione o nella perdita di senso, quanto piuttosto nella consapevolezza. Partendo da questa premessa, le scienze esatte hanno sostituito la ricerca della verità metafisica e concentrato la loro azione sulla realtà empirica. Tuttavia, esse sono fortemente limitate. Sono in primis limitate nel loro oggetto di ricerca: non possiamo, per esempio, indagare l’etica facendo affidamento soltanto sui metodi e sugli strumenti che ci offrono le scienze naturali. Certo, quest’ultime possono portare un contributo importantissimo nella ricerca etica, ma non ci condurranno mai a un grado di verità pari a quello dell’indagine sui fenomeni naturali. In secondo luogo, per definizione, le scienze naturali non possono indagare questioni che trascendono l’esperienza.

  Ma questi limiti ci ricordano appunto che siamo fragili e privi di senso universale. Siamo allora continuamente tentati dall’imperscrutabile perché, riflettere su di esso, ci offre speranza e ci eleva dalla condizione di semplici animali. Del resto, come ci dimostra Immanuel Kant in Prolegomeni ad ogni futura metafisica (1783), gli uomini possiedono un naturale bisogno di interrogarsi sulle questioni trascendentali, proprio in quanto esseri dotati di ragione.

  Nemmeno il già citato Friedrich Nietzsche riusciva a tenersi lontano dalla dimensione imperscrutabile, pensando che un futuro «oltreuomo» potesse ampliare gli orizzonti di conoscenza umani. Ma abbiamo davvero bisogno di una verità assoluta e universale, vera indipendentemente da noi? Probabilmente, anche le scienze esatte nascono da quel vuoto interiore di fronte alle grandi e inaccessibili questioni. Non era forse quel vuoto a spingere Charles Darwin a condurre i suoi grandi viaggi di ricerca in giro per il mondo?

  L’imperscrutabile ci spaventa e sicuramente ci fa sentire deboli, ma rimarrà sempre il nostro più grande stimolo a conoscere noi stessi e il mondo.

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