FINZIONI ECCEZIONALI: AGAMBEN, IL CORONAVIRUS E L’“UOMO DELLA STRADA”

Giorgio-Agamben-1ANDREA RACITI

La convulsa situazione generale che tutti stiamo vivendo da circa due settimane, tra le varie cose, ha contribuito a creare un vasto calderone di informazioni, immagini e opinioni da cui veniamo assaliti ogni giorno.

Anche questo mio breve contributo, in qualche modo, rientra per forza di cose in questo calderone, d’altronde questa è en-doxa. Tuttavia, spero che nessun lettore si senta assalito in qualche modo.

Invece, non si può negare che alcuni personaggi di un certo spessore – a volte non solo mediatico, ma anche culturale – si siano lanciati in una sorta di “assalto alla diligenza” di questa Italia sofferente.

Inutile tergiversare: parlo del filosofo Giorgio Agamben. I suoi tre interventi a proposito della questione “coronavirus” mi hanno lasciato alquanto perplesso, a causa della profonda, immensa stima che, per motivi di studio del pensiero di colui che considero un Maestro della filosofia, nutro da anni nei suoi confronti. Se mancasse tutto ciò, confesso che i suoi interventi mi avrebbero lasciato indifferente. Non avrei “sprecato inchiostro”, come si suol dire, se le stesse affermazioni di Agamben fossero state pronunciate da chiunque altro nei cui confronti non avessi avuto la medesima ammirazione. Ciononostante, già prima di leggere il suo primo intervento del 26 febbraio su Il Manifesto, tutto sommato, immaginavo dove sarebbe andato a parare l’autore di Homo sacer.

E, dopo aver letto il primo, anche dopo il secondo intervento pubblicato l’11 marzo sul sito della casa editrice Quodlibet, l’opinione di Agamben sulla questione del covid-19 sembra consolidatasi in maniera, purtroppo, ormai definitiva. Infatti, con il terzo intervento del 17 marzo, sempre sul sito di Quodlibet, il filosofo si limita a fornire dei “chiarimenti” in risposta a un articolo di Flores d’Arcais, confermando in toto le tesi sostenute nei due precedenti interventi.

La tesi di Agamben al riguardo, a modo suo, sembra molto chiara, ed è così riassumibile: l’epidemia (che ha ormai assunto le dimensioni di una pandemia secondo l’OMS) non esiste, è letteralmente una finzione, un’invenzione. A che scopo sarebbe stata inventata l’epidemia stessa? Ma è chiaro. Secondo Agamben, si tratta di una situazione creata ad hoc al fine di legittimare l’instaurazione dello stato d’eccezione, attraverso i decreti legge che stanno comprimendo fortemente molte delle nostre libertà. Avremmo davanti agli occhi nient’altro che la dimostrazione della teoria di Agamben, secondo cui vivremmo ormai in uno stato d’eccezione permanente. Questo sarebbe il “paradigma normale di governo” negli Stati democratici. Secondo il filosofo, l’invenzione dell’epidemia servirebbe a creare quello stato di panico collettivo di cui Agamben crede che il popolo abbia bisogno, come di un perverso nutrimento mentale; un tale bisogno di panico viene quindi soddisfatto dal governo attraverso le misure eccezionali.

A sostegno di tutto ciò, Agamben asserisce pure che il contagio in quanto tale è un’idea “estranea alla medicina ippocratica” (e meno male che c’è Agamben a ricordarcelo!). L’idea di contagio sarebbe funzionale – e a questo punto appare quasi ovvio… – a legittimare lo stato d’eccezione che il Governo ha imposto ai cittadini, rendendoci così, l’uno per l’altro, dei potenziali untori! Il Governo avrebbe, sempre a parere del filosofo, raggiunto il tanto agognato obiettivo di chiudere scuole e università e di imporre così solo lezioni online. Agamben cita anche un passo dei Promessi sposi in cui… Basta. Va bene così.

So che può sembrare davvero scocciante, ma vi assicuro che, quando scrive sul serio, Agamben sa davvero il fatto suo. Si legga uno qualunque dei nove saggi che compongono Homo sacer oppure Il linguaggio e la morte, Il tempo che resta o decine di altri suoi lavori meravigliosi. Qui, invece – e mi duole assai dirlo – in questi articoletti sul coronavirus, sembra che il filosofo stia prendendo una bella cantonata, e grossa pure. Forse, e mi auguro sia così, Agamben non ha ben presente la situazione che la gente, tutti, senza distinzione, sta vivendo.

Non sono mancate le reazioni a queste dichiarazioni incaute di Agamben. Alcune di queste risposte le reputo estremamente intelligenti, come quella di Jean-Luc Nancy, mentre altre – seppur sagaci e divertenti – un po’ meno, e anche, devo dire, parecchio volgari, come si legge nella conclusione dell’articolo di Flores d’Arcais.

Per quanto mi riguarda, credo sia opportuno rispondere rimanendo sul pezzo, tentando (almeno, idealmente) di convincere l’interlocutore ad accettare le nostre ragioni in forza della sola vis delle nostre argomentazioni.

Sono due i punti centrali della tesi di Agamben:

(1) l’epidemia è stata inventata a solo uso e consumo dello stato d’eccezione, normale paradigma politico delle nostre democrazie (intervento del 26 febbraio);

(2) il contagio non esiste, tutt’al più è solo una parola, che fa parte della strategia “biopolitica” del Governo atta ad ingenerare nella cittadinanza lo stato di panico collettivo funzionale al mantenimento dello stato d’eccezione (interventi dell’11 e del 17 marzo).

Queste idee possono apparire sorprendenti – ai limiti del complottismo – al profano che si ritrovi a leggere Agamben sul sito de Il Manifesto o su quello di Quodlibet. Da lettore di professione del filosofo, mi limiterò a far presenti argomenti contrari (anzi, opposti) a quelli agambeniani, giungendo a confermare in tutto e per tutto la stessa conclusione data dall’intuito del profano. Infatti, basterebbe il fantomatico “uomo della strada” per esporre ad Agamben una sfilza di fatti che smentiscono totalmente, fino alla completa demolizione, la tesi del filosofo, secondo cui l’epidemia coronavirus sarebbe una fictio imperii e lo stato d’eccezione che adesso stiamo vivendo un “paradigma normale di governo”.

Per rispondere al primo punto, seguendo l’esempio dell’“uomo della strada”, direi di partire dai fatti. Ora, è vero, Agamben potrebbe già fin d’ora interrompermi e ricordarmi che, almeno da Nietzsche in poi, riferirsi ai “fatti” come a qualcosa di diverso da un’interpretazione dei fatti stessi sarebbe quantomeno incauto. Dietro ciò che noi chiamiamo “verità”, “fatto”, “oggettività”, vi è sempre una particolare ermeneutica che conferisce una direzione, un orientamento specifico ai fatti medesimi, mediante la mera attribuzione di un significato ad essi. Insomma, dietro a quelli che chiamiamo fatti o verità, c’è una forza, un punto di vista dominante.

Bene, tutto vero. E, infatti, risponderei ad Agamben che il mio punto di vista sulla questione coronavirus ha gettato la maschera prima ancora d’indossarla: è quello dell’“uomo della strada”. Nietzsche ci insegna che, per comprendere la forza che sta dietro a una certa interpretazione dei fatti, bisogna anzitutto conoscere non il che cosa, bensì chi sta dietro quel particolare punto di vista dal quale si diparte un’interpretazione.

Ebbene, dietro il mio punto di vista sta “l’uomo della strada”: chi è mai costui? Io lo definirei una figura mitica. Non lo è sempre stato, ma, ormai dal 10 marzo a questa parte, lo è diventato. Non c’è più un “uomo della strada”, nessuno, dopo la dichiarazione dello stato d’eccezione, tecnicamente può stare in strada, ovvero, vivere veramente, senza le attuali limitazioni, la strada.

Anche la strada scompare insieme all’“uomo della strada”.

La strada come spazio vissuto, in movimento, ma anche quieto, immoto, seppur pervaso da un giocoso silenzio, da impercettibili sibili notturni. Tutto ciò non c’è più. E come mai? L’“uomo della strada” è scomparso, non si è estinto. Ma non appare più alla nostra vista, non fa più parte delle nostre quotidiane vicissitudini. Noi non viviamo più la strada. La scomparsa dell’“uomo della strada” ha una ragione amara, ma semplice: un male che proviene da se stesso può danneggiarlo e, in alcuni casi, può addirittura ucciderlo. Si tratta di un virus, di una malattia infettiva. E definire tutto ciò “invenzione”, un’epidemia “supposta”, sarà pure l’opinione di Agamben, forgiata dalla coriacea indagine filosofica sullo stato d’eccezione, e, purtuttavia, è e resta un’interpretazione al pari di quella dell’“uomo della strada”. Ma, a differenza di quella della figura mitica, di cui abbiamo adottato il punto di vista, l’interpretazione di Agamben è inficiata da un solo, enorme e insanabile vizio originario: non considera nessun fatto. Manca una vera interpretazione, poiché al di sotto delle parole, stavolta, si trova davvero il puro nulla.

In particolare, non considera le migliaia di contagiati e di malati in tutto il mondo. Non considera il rischio del collasso dei sistemi sanitari dei vari Stati, anche dei più avanzati sotto questo profilo. E, soprattutto, si dimentica di considerare i morti. L’“uomo della strada” parte con diecimila passi di vantaggio su Agamben, ma, financo fosse soltanto lo scarto infinitesimo che distanzia la celeberrima tartaruga di Zenone da Achille, quello resterebbe per lui comunque irraggiungibile.

Infatti, l’“uomo della strada” nota qualcosa che sfugge del tutto al filosofo: sa di poter morire e si vede morire. Allora, semplicemente, fa la cosa giusta: decide di scomparire, per il momento. Abbandona il suo luogo naturale: la strada ora è deserta e così rimarrà per un po’.  Questo, l’“uomo della strada” lo sa. Il filosofo no.

Salvo che sia egli stesso ad adottare, anche solo occasionalmente o per un momento, il punto di vista dell’“uomo della strada”. Anche il filosofo, infatti, è un essere vivente, che vaga per la strada, che costituisce la materia prima da cui ogni sua riflessione dovrebbe partire (lo sapeva bene Socrate, che, vagabondando per Atene, interrogava i suoi concittadini sul dìkaion).

Quindi, la malattia infettiva c’è, almeno per l’“uomo della strada”, ma anche per il filosofo che non si sia dimenticato di lui, che non abbia distolto lo sguardo dalla sua sofferenza. Se si sa questo, non si può affermare o scrivere con tanta leggerezza che qualcuno abbia inventato l’epidemia. E, ancor più assurdo, che quest’ultima sia funzionale al “normale paradigma di governo” dello stato d’eccezione.

Su quest’ultimo punto, bisogna venire in soccorso dell’“uomo della strada”, il quale potrebbe sentirsi atterrito di fronte alla (apparentemente) penetrante analisi politica di Agamben. Infatti, qui sorge un cortocircuito logico e interpretativo nell’argomentazione del filosofo. Egli, travisando completamente, ad un tempo, la dottrina teologico-politica dell’Ausnahmezustand” (“stato d’eccezione”) di Carl Schmitt, e la filosofia della storia di Walter Benjamin – di cui proprio Agamben ritengo sia uno dei massimi esperti – crede e afferma che attualmente, nelle democrazie occidentali, si viva in uno stato d’eccezione permanente. Ciò sarebbe dovuto, a parere di Agamben, alla assoluta prevalenza della decretazione d’urgenza, la quale avrebbe ormai esautorato le prerogative del Parlamento.

Certamente, come i costituzionalisti sanno bene, l’abuso della decretazione d’urgenza non costituisce certo un bene per la democrazia, anzi. Ma ciò è dovuto soprattutto alla strutturale inadeguatezza dei Parlamenti delle democrazie costituzionali a rispondere ai rapidissimi mutamenti socio-economici che richiedono interventi altrettanto celeri. Questa, tra le altre, è una delle cause dell’abuso della decretazione d’urgenza. Ma ciò, come Schmitt insegna, non ha nulla a che vedere con lo stato d’eccezione. Quest’ultimo consiste in una situazione abnorme, letteralmente non prevista da nessuna norma dell’ordinamento, che, una volta dichiarato dal sovrano, comporta la sospensione dell’ordinamento costituzionale vigente, con conseguente assunzione di poteri eccezionali in capo al sovrano medesimo. La sospensione, usualmente, può riguardare in tutto o in parte la costituzione.

Capiamo, pertanto, due cose. Innanzitutto, se ammettiamo che tutto il Paese, almeno a partire dal 10 marzo, vive uno “stato d’eccezione”, ebbene, la suddetta situazione non sussisteva prima della sua dichiarazione. Perciò, a dispetto di quanto dice Agamben, lo stato d’eccezione non è permanente, non è un “normale paradigma di governo”, ma viene sempre dichiarato, come nel caso dell’Italia e di tutti gli altri Stati in cui ciò è avvenuto.

Quindi, Agamben, deve mettersi d’accordo con se stesso. O lo stato d’eccezione è permanente e quindi c’è sempre stato, già da prima dell’epidemia, e allora, se è così, “l’invenzione” di essa non avrebbe alcun senso, visto che viviamo sempre in stato d’ eccezione, secondo lui! O, in alternativa alla prima assurda opzione, si riconosce che lo stato d’eccezione non c’era affatto prima di essere stato dichiarato dal Governo, e che è stato dichiarato non perché qualcuno al Governo si sfreghi le mani perché adesso si senta un Hitler redivivo, ma perché, effettivamente, un’epidemia c’è davvero.

Ora, non mi reputo né un fan di questo o di qualunque altro Governo possibile, né, soprattutto, proprio perché è un fenomeno che studio da diversi anni, un propugnatore dello stato d’eccezione. Dirò di più. Quando, la sera del 9 marzo, è stato effettivamente dichiarato a reti unificate, ho tremato. Un freddo glaciale e del tutto innaturale mi ha pervaso. Non era la paura del virus quella che mi fece tremare, quella sera, mentre ascoltavo il discorso del Presidente del Consiglio, ma fu la paura che l’instaurazione di un – seppur temporaneo – “stato di polizia” avrebbe potuto comportare per la libertà di tutti noi. Lo stato d’eccezione, infatti, ex definitione, costituisce il provvedimento massimamente ingiusto, più di ogni altro, per la cittadinanza. E come potrebbe essere diversamente, per un provvedimento capace di sospendere le nostre libertà costituzionali, l’elemento primo e vitale della nostra vita associata? Per un provvedimento che, come afferma Schmitt, “non ha bisogno di diritto per creare diritto”, o che, come scrisse Benjamin con tragica lucidità, costituisce “la regola che la tradizione degli oppressi ci insegna”?

La tragicità dello stato d’eccezione, che coincide integralmente con la sua somma ingiustizia, non nasce certo da una presunta strategia governativa volta a creare una, ancor più presunta, esigenza libidica di panico, quasi che fosse la stessa cittadinanza che, “inconsapevolmente”, ne volesse fare incetta. No. Se così fosse, non ci sarebbe nulla di tragico e nessuna suprema ingiustizia nello stato di eccezione. Ci sarebbe solo del grottesco.

Il tragico e l’ingiustizia sorgono da una situazione generale di effettiva necessità, che nessuno si è inventato. Non stavolta. Il contagio esiste, ed è molto pericoloso, checché ne dica Agamben. Ma, a parer suo, appunto, parlare di “contagio” sarebbe follia. È questa parola il vero contagio, secondo lui. Come giustifica questa tesi, che evidentemente il filosofo ritiene inoppugnabile? Beh, molto semplice. Egli dice che si tratta di una nozione che non era prevista dalla “medicina ippocratica”, bensì è il frutto dell’elaborazione scientifica di XVI e XVII secolo… Così, per Agamben, ciò basta come dimostrazione dell’inesistenza del contagio.

Si noti bene, che, anche senza scomodare i virologi, anche qui il nostro semplice, ma cocciuto e caparbio, “uomo della strada”, potrebbe benissimo fare a meno di me, facendogli presente la sua quotidiana interpretazione dei fatti. Il contagio, infatti, è innegabile che ci sia, e non smette di esistere perché, solo in quanto termine o come nozione, non era conosciuto dalla “medicina ippocratica”… Infatti, anche se i trattati di medicina greca non ne contemplavano la nozione, certamente ai Greci non fu sconosciuto il contagio in quanto fatto che li colpiva periodicamente e che causava ingenti quantità di vittime. Basti pensare a Tucidide, che, nel contesto della sua narrazione della guerra del Peloponneso (431 a. C– 404 a.C), racconta dettagliatamente la peste che affligge Atene all’inizio della guerra, e di cui anche Pericle rimase vittima. Ma si potrebbero citare centinaia di esempi tratti dalla storia antica, che smentiscono del tutto l’opinione di Agamben.

L’errore di fondo insito nella tesi del filosofo sull’inesistenza del contagio attuale e della sua conseguente utilizzazione per mantenere in vita lo stato d’eccezione, deriva ancora una volta da un evidente limite strutturale del suo pensiero filosofico. Infatti, chi legge Agamben sa che per lui la storia della filosofia è, tutto sommato, una storia di traduzioni. Il che costituisce una posizione quanto mai utile per lo studio genealogico e, spesso, anche filologicamente accurato dei concetti filosofici. Si tratta di quella scienza, di cui lui si ritiene, in un certo senso, lo scopritore, che – ispirandosi all’Archeologia del sapere di Foucault – egli chiama “archeologia filosofica”.

Non è questa la sede per addentrarci in una discussione sulla legittimità teoretica del metodo agambeniano. Una delle cose a cui il filosofo, qualunque filosofo, dovrebbe fare attenzione, è di non assolutizzare il proprio metodo. Nel caso specifico, credere che, poiché una nozione di un fatto in passato non era compresa come adesso noi la conosciamo, da ciò derivi che neanche il fatto esistesse prima della nozione, è, come abbiamo visto, totalmente assurdo. Applicato al caso del contagio: non perché il termine o la nozione “contagio” non era conosciuta dai Greci, si potrà dire allora che il fatto del contagio, al tempo dei Greci, non esisteva!

Ma, per Agamben, non esiste neanche adesso: per lui, è una nozione funzionale soltanto a mantenere un provvedimento che, anche a parere di chi scrive, è l’espressione della massima ingiustizia.

Ma è proprio qui il punto decisivo. La massima ingiustizia sorge da una necessità riguardante il nostro mondo e la garanzia della sua esistenza. Riguarda, come direbbe in soldoni il nostro “uomo della strada”, la salute e la vita. In effetti, il mondo umano smetterebbe di esistere senza il suo sostrato biologico, costituito dal suo corpo. Senza di esso, qualunque libertà costituzionale, non avrebbe modo di esplicarsi. Non posso essere davvero libero, se il mio corpo si ammala gravemente. Ed ecco, allora, che si manifesta la somma ingiustizia dello stato di eccezione: si limitano preventivamente, per decreto, le suddette libertà, per garantire che esse si possano esplicare in futuro, una volta passato o, quantomeno, fortemente ridotto il pericolo. Quindi, nel caso specifico dell’epidemia, ne conseguono le misure di quarantena per tutti i cittadini.

Purtroppo, anche se così piace pensare ad Agamben, questo non è un complotto, né una strategia del potere biopolitico per mantenersi in sella: costituisce una reale situazione di emergenza sanitaria, alla quale le nostre istituzioni statali non possono che opporre strumenti simili a quelli che adotterebbero in caso di guerra – come la dichiarazione dello stato di eccezione –, provvedimenti che comprimono le libertà fondamentali dei cittadini: sono mezzi imperfetti, di per sé ingiusti, ma non ne possediamo altri per combattere un’epidemia che, senza dubbio, è reale e operante. Cosa dovremmo fare, secondo Agamben? Cosa dovrebbe fare il nostro “uomo della strada”? Perché una cosa è certa: se non si rispetta il contenuto di queste misure di quarantena – con o senza stato di eccezione –, per quanto ingiuste siano verso alcune importanti libertà fondamentali, si rischia un aumento abnorme dei contagi e il collasso del sistema sanitario.

Il retto e sano sentimento di giustizia, che considera sommamente ingiusto lo stato di eccezione, si snatura fino ad autodistruggersi se si dimentica della vita e della salute, in una parola, del corpo che ognuno di noi è innanzitutto. L’affermazione della giustizia ad ogni costo si tramuta in un’ingiustizia superiore alla somma ingiustizia dello stato di eccezione, proprio nel suo infausto tentativo di contrastarlo con delle trovate da logografo.

Affermare la giustizia non può significare il fiat iustitia, pereat mundus, perché senza il mondo non ci può essere l’uomo, e il corpo dell’uomo è il suo mondo.

FILOSOFIA POLITICA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: