L’ILLUSIONE DELLE ILLUSIONI IN TEMPI DI CRISI: DA KANT A NIETZSCHE, LE FINZIONI COME UNICA VIA D’USCITA

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RICCARDO DAL FERRO

Eccoli, gli avvoltoi dell’autenticità, pronti a scagliarsi sulla carcassa di un’umanità sofferente con le loro frasi fatte: “Un uomo lo si riconosce dal modo in cui prova dolore”, dicono alcuni. “Solo quando il caos congeda le maschere emerge la vera natura dell’individuo”, dicono altri.” È nel momento di difficoltà che si discerne la vera virtù”, starnazzano ancora.

Questi avvoltoi partono dal presupposto che l’uomo sia una cipolla sotto i cui strati fasulli si trova un nucleo di verità e che questo nucleo lo si possa raggiungere una volta che il mondo, con i suoi dardi infuocati, abbia strappato uno a uno gli strati delle convenzioni, delle finzioni, delle illusioni. Questi sciacalli filosofici vendono l’idea di una verità sostanziale che differisce in modo netto e perentorio da tutto quello di cui l’individuo si ammanta durante la sua vita, come se quella verità sostanziale esistesse in modo indipendente e autonomo da ciò che egli esperisce durante il corso della sua vita. Pensano che per arrivare al fondo dell’esistenza si debba munirsi di pala e scavare, scavare fino a che non si raggiunga il “terreno inospitale” della verità. E nel vendere questa idea si illudono, ricoprendosi con un ulteriore strato, da cipolle quali sono.

Prima di chiunque altro fu Kant a smontare questo pregiudizio millenario, il pregiudizio della sostanza immutabile che soggiace al fondo dell’animo. Non ebbe gioco facile perché affrontare un tale Moloch significava scagliarsi contro secoli di discorsi, opere, filosofemi, tutti incentrati sull’idea che l’uomo sia un qualcosa di immutabile che si maschera di finzioni e convenzioni, e che il lavoro della filosofia fosse quello di strappare via tutto quell’apparire per mettere a nudo la verità. Ma la Critica della Ragion Pura è esattamente il tentativo di affermare un principio opposto: riflettere criticamente significa non togliere di mezzo tutte le illusioni di cui inevitabilmente siamo partecipi, ma riconoscere quelle utili e necessarie da quelle superflue e dannose. La vera rivoluzione copernicana Kant non la fece intorno alla relazione tra soggetto e oggetto, ma nella visione antropologica rinnovata che la sua opera ci restituisce: non soltanto l’uomo sarà sempre e inevitabilmente il prodotto e l’attore delle proprie illusioni, come il linguaggio, il tempo, lo spazio, il principio di causalità, ma anche e soprattutto egli non potrà fare a meno di questo senza compromettere la sua relazione con il mondo.

Certamente, obietteranno alcuni, quelle citate sono “illusioni” che esistono in virtù di una relazione con le cose, e perciò non sono “deliberate” illusioni. Ma questo non toglie che esse non siano “della” realtà”, quanto piuttosto “del” soggetto, ovvero costrutti intellettuali da cui non potremmo prescindere mai. Darwinianamente, potremmo dire che le categorie dell’intelletto, trascendentali ma non eterne, sono la struttura psico-fisica con cui il soggetto “apprende” un modo di relazionarsi al mondo. Un modo adattivo, finemente selezionato, che rappresenta de facto una finzione: la migliore delle finzioni possibili.

E questo avvoltoi del cataclisma vorrebbero convincerci che le finzioni siano la parte deleteria dell’uomo, quando essi stessi si illudono dell’esistenza di un qualcosa di eterno e immutabile al di sotto e al di fuori di questi elementi vitali? Poveri illusi, è proprio il caso di dire.

Ma se non bastasse, se ancora il cinico volesse perorare la sua causa affermando che i costrutti kantiani non sono vere “illusioni”, non nel modo in cui ne parlano loro quando dicono che il coronavirus (tra gli altri cataclismi) smaschera la fragilità delle nostre superfici, c’è Nietzsche a togliere di mezzo gli ultimi dubbi.

L’idea nietzscheana, che prende a piene mani da quella kantiana portandola alle estreme conseguenze, è quella secondo cui sotto a quel che sembra essere una montagna di maschere si troveranno sempre e solo altre maschere. Non c’è nessuna autenticità, nessuna anima eterna che dorme tradita al fondo della coltre di illusioni poiché l’uomo è anche le sue illusioni, è anche il superfluo, la superficie, l’apparenza. Non c’è separazione alcuna tra l’anima e la superficie e, come diceva Paul Valèry: “Il più profondo è la pelle”.

Questo significa che l’uomo è meno autentico quando perde le sue finzioni, i suoi costrutti, perché esso va preso nella totalità di ciò che mostra di sé. Il denaro è una finzione, certamente, ma che rappresenta un modo fondamentale con cui organizziamo anche mentalmente la relazione con la comunità e con l’altro; il linguaggio è un’illusione, un’etichetta che mettiamo sulle cose, ma non è le cose stesse con le quali non abbiamo alcun contatto; la politica e l’economia, persino la filosofia e la poesia, tutte queste sono maschere, costrutti, strati della cipolla al cui fondo non c’è alcuna cipolla, ma solo altre stratificazioni, come se tutti noi fossimo sedimenti geologici e la nostra superficie il risultato di millenni di sedimentazione.

Per questo, il disordine che mostriamo in questo periodo, le paure che emergono, la confusione di cui siamo preda, tutto ciò non è affatto la verità o l’autenticità dell’uomo. L’individuo frammentario, messo in crisi da una catastrofe in parte auto-indotta, non è il “vero” individuo, ma è solo una delle sue possibili versioni, probabilmente non la più onesta. Il sogno di poter scorgere la sua autenticità oltre le cristallizzazioni sociali, linguistiche, politiche, economiche, è semplicemente un sogno carezzato dalla letteratura, dalla poesia, ma inarrivabile e inavverabile quando si tratta di portarlo nella realtà. Possiamo forse illuderci che le illusioni siano opzionali, ma si tratta, appunto, solo di un altro strato. Così, la conclusione di questo ragionamento è che Sisifo non è colui che scala la montagna e spinge un masso per vederlo rotolare giù inesorabilmente, il vero Sisifo è colui che sostituisce l’animo dell’uomo alla montagna e una vanga al masso e scava, cercando la fine di quell’abisso che siamo: non troverà mai nulla, e ogni verità intaccabile sarà un’altra illusione utile più a giustificare la sua resa che non a convincerlo di qualche illuminazione finale.

Il compìto di noi esseri pensanti, durante questa crisi, non è quello di disfarci delle illusioni, ma quello di riprendercele, forse in modo più consapevole di prima: del mondo possiamo solo vedere ciò che vi proiettiamo e quelle proiezioni, finzioni, illusioni, sono l’unica cosa che ci resta dell’universo, l’unica cosa che abbiamo mai posseduto di noi stessi.

L’uomo è l’insieme delle sue finzioni, ma non in modo… finto. Lo è veramente, e questa è probabilmente l’unica verità a cui possiamo far riferimento.

FILOSOFIA POLITICA STORIA DELLE IDEE

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