CORPO-ABISSO

immagine_tudanzas_senza_copyright_TOMMASO GAZZOLO

La penetrazione, l’entrare dentro da un fuori, è azione del linguaggio, e del sesso – o, meglio, l’una non va senza l’altra. Ci spingeremo a dire, forse, che non vi sarebbe penetrazione sessuale, concezione dell’atto sessuale come ciò che a che vedere con l’entrare dentro, se non avessimo già pensato la parola, il linguaggio, come ciò che “penetra” nella cosa, penetratio rei, che ne porta il suo fuori all’interno, che la dice penetrandola. Indecidibilità di questi lessemi, di questo fraseggio – Tommaso: la cosa vista è ricevuta dentro colui che vede, «lo unisce a sé, in modo che si realizza come una certa mutua penetrazione (quasi quadeam penetratio) mediante l’amore». Cosa indica, qui, quasi, questo “come”? Per dove passa la similitudine (è il sesso ciò che somiglia alla conoscenza, o viceversa?).

O, piuttosto, qui, non opererebbe neppure uno spostamento metaforico, perché la penetrazione è metafora in entrambi i casi, in tutte le direzioni? Non si penetra mai, propriamente, un corpo. Come si potrebbe davvero penetrare, entrare dentro a un corpo? Impenetrabile, il corpo – la materialità – lo è non perché faccia resistenza, come se si trattasse di qualcosa che si oppone: piuttosto, diremmo, perché non c’è un dentro il corpo, perché il corpo è ciò che non smette di esporsi alla penetrazione – di scivolare, bagnarsi, aprirsi, stringersi, di farci entrare in lui. Ma se non c’è qualcosa, in fondo, di impenetrabile – perché nel corpo ci si inabissa, come dice Nancy (non c’è nessuna effrazione, violenza, dove il corpo accoglie: stupro è la negazione del sesso, e del linguaggio) –  che significato avrebbe mai la “penetrazione”?

Il corpo non è pietra, ma abisso. Per questo non c’è penetrazione: perché questo dentro, questo interno in cui si tratterebbe di penetrare, di andare a fondo, non lascia nulla, propriamente, da toccare. Non c’è nessuna interiorità da violare, da invadere, in cui entrare. Non c’è nulla, nella cosa, che faccia resistenza al linguaggio: ed è proprio per questo che il dire non penetra dentro essa, non giunge mai alla cosa stessa. Così come – dove questo “come”, anche qui, resta tutto da interrogare – non si giunge mai al “dentro” il corpo dell’altra/o. Perché non c’è un “dentro” il corpo. E «qualunque cosa sia, vagina, bocca o ano, penetrato da membro, dito o lingua», il corpo non fa che esporsi ad una penetrazione che non troverà mai, idealmente, una fine.

 Proprio perché penetrabile, il corpo resta ciò con cui non si farà mai uno – ciò in cui non si andrà mai dentro sino al punto da con-fondersi con esso. I corpi resteranno sempre due – anche quando potessimo immaginare una penetrazione per così dire assoluta, il loro entrare l’uno nell’altro. Dal momento che due corpi non possono essere in un solo luogo, ne fiat penetratio dimensionum – il problema, anche in questo caso, non è dell’ordine del naturale, di ciò che la “natura” consente o meno di fare, se non essendo anche sempre già dell’ordine, del registro del giuridico, di ciò che sarà permesso e non. È infatti nel commentario al Digesto che Gotofredo formula esplicitamente il punto – in un passo che Leibniz riprenderà: «due corpi non possono essere in un solo luogo (duo corpora in uno loco esse non possunt). La natura non permette che i corpi si compenetrino e stiano insieme (corpora se occupare et simul esse, natura non permittit). […] Così la dimensione occupa il suo luogo, di modo che è di ostacolo che qualunque altra dimensione, e qualunque altro corpo, possano l’una occupare e riempire il medesimo luogo dell’altro (Sic dimensio suum locum occupat, ut obstaculo sit, ne quaevis alia dimensio, et quodvis aliud corpus, pariter unaque eum ea eundem locum occupare ac replere possit). È impossibile per natura che le dimensioni si penetrino a vicenda (penetratio dimensionum natura est impossibilis)».

La penetrazione reciproca di due corpi è impossibile per “natura”, certamente, ma ciò che è essenziale, qui, è questo ocupare ac replere, occupare e “riempire” uno corpo con l’altro, termini che mettono in gioco una questione di possesso, l’impossibilità – giuridica – di possedere in due uno stesso bene. Logica maschile: chi possiede è sempre uno, e possiede pienamente, la cosa o l’altro. La penetrazione non sarà mai, cioè, un modo di con-fondersi, di perdersi l’uno nell’altra, ma sempre e soltanto l’imposizione di un possesso. Lo si noti ancora, allora: è una logica giuridica, qui, a fondare, nel sesso, l’orizzonte di senso, il concetto della penetrazione. Solo un corpo potrà – ed è, ripetiamolo, un “potrà” normativo, non naturale – replere l’altro: “riempirlo”, certamente, ma anche supplire a ciò di cui esso manca, secondo il significato del verbo. Superfluo ribadirne e ripercorrerne, qui, le implicazioni fallocentriche (è il marinettiano: «Possedere una donna, non è strofinarsi contro di essa, ma penetrarla» – dove qui ciò che si tratta di assicurarsi è, appunto, il possesso, non certo la penetrazione).

Solo contro l’ “anatomia” – contro una certa organizzazione del corpo (giuridica, linguistica, morale, etc.) – si potrà abolire la penetrazione. Non si propone, precisiamo, di andare verso un sesso senza penetrazione, di rendere i corpi “pietre”, letteralmente impenetrabili. Il punto sarà, invece, imparare a vivere i corpi come abissi, corpi in cui non ci può che perdere, andare a fondo. Non c’è dentro, non c’è resistenza da superare, qualcosa che debba cedere per poter essere posseduto. I corpi non si possiedono, così come non si possiedono le cose – ci si può soltanto smarrire in essi, abbandonarsi.

Endoxa FILOSOFIA

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