NIETZSCHE POSTUMO E IL PROBLEMA DEL BIOGRAFICO

SILVIA D’AUTILIA

“Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme – una crisi, quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato.” Di tutta l’opera nietzschiana, Ecce homo, da cui è estratto questo passo, è forse il testo più affascinante. Le ragioni sono almeno due: la prima ha a che fare col fatto che lo stesso autore ha composto i contenuti con l’intento di “presentarsi all’umanità”, dunque con un’intenzionalità autobiografica palese e dichiarata; la seconda fa riferimento alla generalizzata credenza che queste pagine, composte nel 1888, rappresentino una soglia, la vigilia del suo crollo mentale prima del 3 gennaio 1889.

È a questa data che per luogo comune o diceria si attribuisce un episodio particolare nella biografia del filosofo. Uscito dalla sua abitazione di Torino, sita in via Carlo Alberto 6, vide un cocchiere frustare con vigore il suo cavallo: addolorato per l’animale, Nietzsche corse ad abbracciarlo e baciarlo. Se volessimo interrogarci sulla veridicità del fatto, quello che sappiamo è che il suo racconto si è leggendariamente tramandato negli anni dopo l’intervista di un giornalista al proprietario della casa affittata da Nietzsche. Vero o no l’accaduto, quel che è invece storicamente certo è che quel giorno il filosofo svenne in Piazza Carlo Alberto. Accudito e riportato in stanza, fu poi ricoverato in una clinica psichiatrica di Basilea dall’amico teologo protestante Franz Camille Overbeck.

Oggi, a ricordo di quel periodo, in via Carlo Alberto 6 troviamo una targa: In questa casa Federico Nietzsche conobbe la pienezza dello spirito che tenta l’ignoto, la volontà di dominio che suscita l’eroe. Qui, ad attestare l’alto destino e il genio, scrisse Ecce Homo, libro della sua vita. (…)”

Il 3 gennaio 1889 dunque non rappresenta solo la fine del soggiorno torinese ma anche il momento in cui ebbe inizio il suo definitivo tracollo psicofisico, del quale, secondo molti, s’inizia a intravedere traccia già nelle pagine di Ecce homo.

Passò i restanti undici anni della sua vita in preda alla paralisi progressiva, cessando definitivamente anche di scrivere. È a partire da qui che si dipanano le più articolate e complesse narrazioni sulla follia del filosofo ed è sempre a partire da qui che il suo nome inizia ad essere legato a un vuoto, a un ignoto. Invece, proprio su questo marchio, su questo presunto confine tra un Nietzsche sano e un Nietzsche malato vorrei intervenire, dimostrando l’inconsistenza di un simile ragionare.

Per prima cosa è doveroso ricordare che tutta la vita di Nietzsche fu accompagnata da malesseri continui e generalizzati. Fin da giovane aveva alternato momenti di benessere a momenti di crisi. I sintomi erano tra i più disparati: emicrania, giramenti di testa, arrossamenti e lacrimazione degli occhi, insonnia, spossatezza, depressione. Tutto quanto, anche il più piccolo cambiamento, o la stessa condizione meteorologica era potenzialmente in grado di ammalarlo, di farlo precipitare in uno stato di profonda sofferenza. Fu pure detto che avesse contratto la sifilide e per molto tempo trovarono così spiegazione molti suoi disturbi, ma poi l’ipotesi fu smentita in relazione all’assenza dei sintomi più frequenti della malattia e alla sopravvivenza prolungata del filosofo.

Se poi volessimo condurre un’analisi eziologica potremmo rintracciare diversi gruppi di cause ai quali mettere in relazione i suoi mali: vi erano stati per esempio in famiglia diversi casi di disturbo mentale (l’esaurimento nervoso del papà e varie forme depressive dei fratelli della madre); oppure si può credere che le caratteristiche intrinseche della sua personalità (introversione, timidezza, diffidenza, sfiducia) si siano accentuate col tempo; infine traumatici eventi affettivi e relazionali (quali delusioni, tradimenti e solitudine) avrebbero potuto esasperare il suo equilibrio. Le ipotesi possono essere davvero diverse. Ma non si capisce ancora oggi fino a che punto abbia senso curarsi della loro dettagliata ricostruzione, dalla quale far magari dipendere anche un condizionamento sulla lettura della sua opera: basti pensare ai cosiddetti “biglietti della follia”, la denominazione affibbiata alle lettere che tra il 1888 e il 1890 il filosofo  inviò a moltissimi tra amici e conoscenti firmandosi con gli pseudonimi più assurdi e disparati (Dioniso, il Crocifisso, l’Anticristo) o riferendo, come nella lettera a Burckhardt del 6 gennaio 1886, di essere “tutti i personaggi della storia”. Cosa dobbiamo pensare? Che siano il risultato di un inchiostro enigmatico che non appartiene più alla stessa penna de La nascita della tragedia?

Di contro a questo modo di pensare, Michel Foucault in Storia della follia nell’età classica scrive: “Poco importa il giorno esatto dell’autunno 1888 in cui Nietzsche è diventato completamente pazzo e a partire dal quale tutti i suoi testi appartengono non più alla filosofia ma alla psichiatria.” Andando avanti col testo di Foucault si capisce che la questione non ha tanto a che fare con la narrazione effettiva della biografia nietzschiana quanto con una nostra responsabilità culturale a riguardo. Ovvero: quanto più il pensiero di Nietzsche si fa profondo, misterioso ed enigmatico tanto più l’etichetta “follia” diventa ridicola e semplicistica. L’incomprensibilità è un imperativo categorico all’interrogazione, un tentativo di comprensione  attraverso la reinvenzione della lingua. Lo scriveva Nietzsche stesso quando, rifuggendo dalla dimensione della vita come argomento, si rassegnava alla condanna dell’esperienza. Scrive nel 1886 in una lettera alla sorella Elizabeth: “Mi faccio coraggio quanto posso, ma una melanconia senza pari si impossessa ogni giorno di me […] La vita è un esperimento, ma si ha un bel dire e un bel fare, lo si paga sempre a troppo caro prezzo.” C’è nella condizione esistenziale il pagamento di un dazio inestinguibile, un conto sempre nuovo e ignoto agli strumenti del pensiero e della concettualizzazione. Questo è il problema delle narrazioni biografiche: l’inevitabile scivolamento del patologico, della sua inafferrabilità linguistica e della sua argomentazione concettuale. Ogni scrittura del βίος è imprecisa, s’inceppa. I suoi contenuti sono balbuzienti, un trafelato peregrinare alla ricerca della fedele resa.

Ebbene, se volgiamo lo sguardo all’opera nietzschiana tutte queste caratteristiche saltano bene all’occhio: la contraddizione continua dei contenuti, il metodo asistematico, il ricorso all’aforisma, la metaforicità delle espressioni, la frammentarietà dei concetti e il simbolo come strumento letterario. Tutta, veramente tutta, la scrittura nietzschiana riflette la profonda irrequietezza del suo autore. Nietzsche abita il destino letterario in modo endoscopico, e proprio questo trattarsi come esistenza nel e del mondo ha giocato un ruolo fondamentale nella singolarità del suo pensiero. Quando in Ecce homo si trova a fare i conti con il particolare stile della sua scrittura afferma: “visto che in me la molteplicità degli stati interni è straordinaria, mi trovo ad avere molte possibilità di stile – forse la più molteplice arte dello stile di cui un uomo abbia mai disposto”. Freud ha attribuito a Nietzsche il merito di aver saputo avviare una percezione del sé senza precedenti e, secondo il padre della psicoanalisi, sarebbe stato proprio il suo ascolto patologico a generare una sensibilità e un’intelligibilità di se stesso e del mondo così fuori dalla norma. L’opera di Nietzsche in quale altro modo più autentico potrebbe essere intesa se non come un esercizio patografico? Il suo pensiero va in eredità a chi non crede allo spartiacque tra esistenza e sofferenza, tra una vita in salute e una vita che inizia a soffrire, tra l’esserci e il pathos che l’esserci implica. Le pieghe del suo pensiero son le piaghe della sua esistenza. Non c’è distinzione tra vita e scritti. Famosissima è la sua frase: “Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te.”

Dunque che farsene della vita come argomento e oggetto di scrittura? Dovremmo concludere di dovercene sbarazzare, essendo privi degli strumenti espressivi funzionali a comunicarla fedelmente? Nel 1962 Gilles Deleuze pubblica il suo importante volume Nietzsche e la filosofia, con il quale prende avvio una rilettura ampia del pensiero nietzschiano, una tappa fondamentale di quella renaissance che materializza l’invito nietzschiano a sprigionare potenza interpretativa sempre nuova, abbandonando le sintesi ideologiche e il nozionismo finito. Di tutte le pagine deleuziane, il capitolo intitolato Il tragico riesce in modo particolare a far luce sulle nostre domande. Deleuze eleva la critica a valore supremo della filosofia nietzschiana: fare filosofia a colpi di martello significa trasvalutare, disfarsi delle regole della parola e della sua concettualizzazione, rovesciando idoli e verità. Solo così si procede verso il possesso di un nuovo sentire. Il filosofo è l’Esiodo della Teogonia, un generatore di nuove divinità. L’appuntamento che in molti casi la posterità ha mancato nei confronti dell’opera nietzschiana è l’utilizzo della trasvalutazione come metodo. E non si sta facendo riferimento al metodo intrinseco della filosofia ma al metodo della conoscenza in generale, al quale del resto la filosofia ha sempre guardato complessivamente. Trasvalutare una conoscenza significa decostruirne il vero linguistico, liberarsi da quel giusto/sbagliato che avvolge ogni argomento, per comodità dei tempi che corrono, per morale o costume. È un impegno a mutare senza temere il vacillare dei riferimenti, ma accettandone il tragico venir meno.

L’uomo più giusto non è Socrate, che ha messo la vita al sicuro nel guanto della conoscenza e della descrizione dei fenomeni, ma colui che come un funambolo non teme di camminare nel vuoto, irto su una fune nella quale evita di riporre fiducia poiché la fiducia è solo nei suoi occhi, che scelgono momento dopo momento come appoggiare i piedi. C’è in questa metafora del camminare nel vuoto l’esplicitazione di quella che dovrebbe essere la più autentica condizione di libertà, ripulita dal conformismo delle mode, della strada battuta, del ricamo di opinioni, di quel che è corretto o non corretto dire, di quel che fa comodo pensare, di quel che fa sempre stare dalla parte giusta.

Quando Nietzsche afferma che il suo tempo non è ancora venuto, che la sua nascita è già postuma, non sta tanto auspicando l’arrivo di un momento specifico del futuro, quanto una proiezione del mentale che ancora oggi latita. Divenire ciò che si è – espressione che fa da sottotitolo a Ecce homo – significa non avere la benché minima idea di come si è; significa accettare le profondità nascoste, velate, ignote; autostupirsi; mentirsi; tradirsi; dimenticarsi; insomma tutto, davvero tutto, fuorché conoscersi. La massima cara a Socrate “nosce te ipsum” (conosci te stesso) iscritta sul frontone del tempio di Apollo è secondo Nietzsche la più grande trappola della psicologia e non c’è biologia né biografia che possa soddisfarla. Bisogna che il ragionare venga mantenuto libero da qualsiasi grande parola che aspiri a comprendere gli istinti, ammonisce Nietzsche: “Ascoltatemi! Perché sono questo e questo. E soprattutto non scambiatemi per altro!” È per questo che nessuna biografia potrà mai riscattare il vero della vita, né alcuna descrizione degli eventi che l’hanno costellata potrà mai raccontare le più oscure e insondabili voragini dell’esperienza. Il biografico è un debito continuo col bio-patico. Non c’è grafia che si possa sedimentare una volta per tutte ergendo monumenti storici. C’è solo una continua riscrittura che muta col mutare del sentire di chi legge, guarda e scrive. Interpretare non è solo l’arte del guardare dalla propria prospettiva, ma soprattutto il diritto a criticare e a cambiare ogni volta le tavole di verità. Questo ci ha insegnato massimamente Nietzsche: il vero non si scrive mai una volta per tutte.

“Friedrich Wilhelm Nietzsche painted portrait _DDC1516” by Abode of Chaos is licensed under CC BY 2.0

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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