GATES OF CREATION

TONY KARED

Di lì a poco, i palazzi avrebbero cacciato un rutto di giacche, cravatte, felpe, zainetti, cuori disabitati e felicità presunte – una miscela di gas alla quale abbiamo dato un nome: umanità.

E dire che l’alba, da qui, quando ci venivo con gli amici a fine nottata, celava un mistero che profumava di grandioso. Una promessa, ci dicevamo segretamente, che si sarebbe risolta nel finale in cui tutti, proprio tutti, sarebbero vissuti felici e contenti.

Era iniziata circa sei mesi prima, nel bel mezzo di un giorno col sole più alto di sempre, lungo un sentiero dove la brezza ci carezzava di aromi silvani e di salsedine, verso una sera su cui l’estate aveva apparecchiato il tramonto più bello che aveva; ai Caddozzoni del Cavalluccio Marino.

Jessie, all’anagrafe Gisella, sembrava una caramella; dolce, colorata, sapeva di Big Babol alla fragola non ancora masticata. «Ce l’hai una siga?», mi aveva chiesto con fare sbarazzino. Accesa la sigaretta,  restammo lì a parlare per un tempo imprecisato, una regione spazio-temporale che i poeti potrebbero definire “amore a prima vista”;  the gates of creation; all’imbrunire le avevo chiesto se aveva fame; mangiò un panino wurstel, cipolle, patatine e maionese doppia; accompagnato da una bottiglietta d’acqua naturale – «La Coca mi gonfia», aveva detto, con lo sguardo svagato di chi la sa lunga sulla scienza della nutrizione ma non vuole dare troppa importanza alla cosa.

Una mia amica di Pavia mi aveva detto che la Twingo era la classica macchina del cognato; io, invece, la trovavo prestante e confortevole; e Jessie era d’accordo (non saprei dire se con me o con la mia amica). Avevamo deciso per Villasimius; e il mare, dalla panoramica a quell’ora, sembrava cupo e tenebroso come un racconto di Poe. Lo stereo suonava A forest, quando Jessie mi chiese se avevo qualcosa dei Pooh. Ero stato tentato di farla scendere lì, in quel preciso istante; instant karma. Ma poi le cose presero una piega diversa quando il mio sguardo cadde, per un piccolissimo istante, sulla purezza morbida dell’interno coscia che appena si intravedeva quando tirava un po’ su il vestitino vintage. «Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi…»,  le dissi, preso da un anelito di audacia che non mi apparteneva. Mi chiese se avevo qualcosa, nella chiavetta, di Eros Ramazzotti. Ripensai all’interno coscia; e alla teoria filosofica del pensiero debole; e alla fine delle grandi narrazioni. Poi non pensai più a nulla per mesi, fino a quando mi chiamò, quella sera, con una voce diversa.

E adesso eravamo qui, sulla cima di Viale Europa, alle sei di mattina; a discutere se tenerlo o no. A cercare di capire se davvero sarebbe stato possibile vivere tutti, ma proprio tutti, felici e contenti.

L’immagine “Studio per PB (2) -feto” by bellimarco is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

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