SPAGHETTI SCI-FI

PEE GEE DANIEL

Derosa Nino faceva il muratore a Gravellona Toce – o “fàva”, come si sarebbe espresso lui – dove l’autostrada finisce e da lì in poi si innalzano vertiginose le montagne che bordeggiano i laghi della zona di Omegna, dentro i quali si butta il fiume alla fine della sua scivolata impetuosa giù dai picchi.

Era venuto fin quassù da qualche parte della Bassa Italia, come la chiamavano allora da quelle parti, dove i terroni venivan guardati storto ed eran tutti mafiùs o ladri o “fagnani”, che vuol dire perdigiorno, o “garga”, che invece sta a dire magnaccia ovvero papponi, se non assassini magari pure. Sebbene poi su Nino, nello specifico, non avessero mai avuto alcunché da ridire, gran lavoratore, e lo avevano accettato nella loro piccola comunità protetta dai monti, bagnata dagli specchi lacustri, anche se… lui a casa sua, noi a casa nostra.

Aveva messo su famiglia, Derosa Nino, anzi aveva addirittura esagerato: cinque figli aveva avuto dalla mogliera, oriunda delle sue zone. Erano la sua gioia, ripeteva. Si spaccava la schiena per loro, non pensava ad altro che a soddisfare ogni loro necessità, come avrebbe potuto testimoniare l’intero vicinato.

Non si levava alcuno sfizio per sé, non andava alla partita la domenica, non andava a farsi un cicchetto al bar del paese, non perdeva i pomeriggi a giocare alle bocce nella polvere della piazza. Bene  che andasse, delle volte, partiva e andava a pesca e poi portava i pesci a casa, la sera, che la mogliera eviscerava, spinava e cucinava, così, almeno, anche quell’attività tornava utile in qualche modo, e Nino non si sentiva in colpa per il tempo passato fuori.

Il Toce è un corso pescoso, animato dallo scodinzolio di trote marmorate e trote fario perlopiù, che colorano quelle acque argentine di una filigrana variopinta e mobile.

Nino sulla pesca le sapeva tutte. Gliele aveva insegnate lo zio pescatore, al paesello. Pescava a vivo manovrato, a morto manovrato, a moschiera e a camolera e qualcosa tirava sempre su. C’eran dei giorni che tornava a casa con bestie grosse come il suo avambraccio. La mogliera gliele preparava al cartoccio, fatte su nella stagnola e chiuse in forno.

Fu durante una di quelle uscite con la canna da pesca in spalla che ebbe il suo primo incontro ravvicinato. Era già sera andante. S’era attardato a fissare il riflesso della luna frastagliato dalla corrente, mentre se ne stava accosciato a sgranocchiare il panozzo con frittata di maccheroni e melanzane ripassate che gli faceva da cena, quando smicciò una luce nel cielo, prima anabbagliante, come uno di quei faretti col gancio e la gabbietta che si adoperavano al cantiere, quand’è che il sole spariva dietro le cime o veniva inghiottito dalle brume vaporizzate dai parecchi bacini idrici, disposti là intorno dalla natura e dal ritiro cretaceo delle acque salmastre, nell’atmosfera già di per sé torbida di quei paesaggi pedemontani. Poi la luce si fece più intensa – avrebbe raccontato Nino ai rari orecchi disposti a prestargli ascolto –  tipo faro dello stadio delle Vallette puntato dritto nelle cornee. Nino rimase abbacinato per lunghi secondi, mentre le gambe gli facevano giacomo giacomo e una fifa blu lo assaliva, almeno sino a che il faro luminoso non si smorzò o, meglio, non si girò a rischiarare qualche altro punto, verso le rocce appuntite, laddove il fiume fa un’ansa. Allora poté notare questo bolide sospeso per aria. Aveva un po’ la forma della pagnotta che gli aveva farcito la mogliera: due emicicli separati da una fiancata a rilievo che faceva il giro dello strano veicolo, proprio come la frittatazza che trasbordava dalle parti. Sarà stato grosso minimo minimo quanto i ruderi del castello del Motto, che di tanto in tanto ci si fermava qualche turista di passo a scattarci un paio di foto e poi risaliva in macchina e sgommava via.

Nino non sapeva se girare i tacchi e tagliare la corda, ma, anche avesse voluto, il suo corpo sembrava paralizzato peggio della suocera tetraplegica, che metà dell’anno stava in casa da loro a fare da ottava bocca da sfamare, e l’altra metà se ne tornava a casa della cognata a Nichelino, come in quella storia di Persefone che trascorre due stagioni nel regno degli inferi, quelle calde su, sopra l’Olimpo.

A un bel momento il bolide aleggiante girò una specie di occhio vitreo su di lui, come a sbirciarlo incuriosito: Nino attaccò a battere i denti, tre dei quali porcellanati. Quell’enorme coso di metallo stava su, tra cielo e terra, statico. L’unica roba che si udiva era un debole ronzio.

Poco sotto quella presenza simil-oftalmica si aprì un varco, che gli proiettò addosso un raggio di luce azzurrognola. Nino abboccò e si fece trarre verso il velivolo stondato, sospeso a un paio di metri dal ghiaione, esattamente come aveva fatto la carpa che si dibatteva proprio in quel momento nella gerla di vimini posata accanto al reggicanne.

Tenne per sé quel che aveva visto, protetto da quella rotonda pancia minerale, con chi aveva avuto occasione di parlare, che cosa gli era stato rivelato.

Nel frattempo, non si perse un solo appuntamento, di quelli che si instaurarono con i misteriosi visitatori volanti da quella sera per tutti i giovedì a venire, stessa ora, stesso posto. Parlarne vicino alla mogliera no, si vergognava, quella era donna pratica, che lo avrebbe preso per scecco se anche solo le avesse accennato che ’na volta la semàna se ne saliva su al torrente a farsi prelevare da degli uomini alti tre metri, di colorito verde metallizzato e con una capoccia fatta a tarallo. Così, s’era inventato la balla che se ne andava a fare la partitella di scopone giù al bar. Che quando la ’gnora, una sera che aveva finito il latte, era scesa pure lei al locale e, non vedendolo, aveva chiesto del marito e lì gli risposero che là dentro non s’era mai visto, quand’era tornato nottetempo quatto quatto lo aveva investito come un camion in folle, accusandolo di andare a spassarsela con qualche mala femmina che gli scuciva i soldi che servivano alla famiglia.

Invece no, di amorazzi non ne teneva, lui teneva giusto l’amore per la conoscenza, perché, quando andava in riva al fiume, a sera tardi, e il disco volante lo acchiappava col raggio traente, gli alieni che lo accoglievano lo istruivano ogni volta sui grandi misteri dell’universo, che manco uno studiato avrebbe potuto sapere certi dettagli. L’abitacolo dell’astronave era piuttosto scarno, arredato con bei marmi, una controsoffittatura in cartongesso da cui pendeva un bel lampadario di quelli delle case dei ricchi, con i cristalli a goccia che rifrangono la luce sparpagliandola sui muri come tanti arcobaleni. Si sedevano su poltroncine in pelle girevoli e il pannello dei comandi era pieno di lucine e levette. I visitatori lo portavano in giro intorno al pianeta, gli facevano vedere posti che lui, che aveva visto giusto il paese suo e Gravellona Toce e tutto il resto d’Italia tra quei due punti gli era passato veloce accanto, attraverso i finestrini dell’interregionale, manco sapeva che esistessero. Gli avevano spiegato che loro giungevano da parecchi anni luce di distanza, da un pianeta dove c’era pace e prosperità e che erano venuti per portare il bene anche sulla Terra, ma che poi, vedendo cosa succedeva qui da noi, avevano cambiato idea. Era questo che aveva raccontato a quelli del giornale.

Una bella mattina s’era dato malato sul lavoro ed era andato in treno sino a Torino. C’eran volute tre coincidenze per raggiungere il capoluogo. Una volta lì, aveva fatto capolino nella redazione della Gazzetta del Popolo, tra il rumore delle rotative e il viavai dei cronisti. Qualcheduno là dentro, meno indaffarato dei colleghi, gli aveva pure dato retta. L’avevan caricato sulla scassata Fiat aziendale ed eran partiti tutti e tre, giornalista, fotografo e Nino, per i paraggi dai quali quest’ultimo era partito di buon’ora.

Breve sosta a un’osteria sulla strada per ficcare qualcosa sotto i denti innaffiato da un chiaretto locale, perché la notte si preannunciava lunga, per poi riprendere il viaggio lungo la camionabile sino al Toce. Un buio d’inferno là sopra. Il fotografo di tanto in tanto faceva scattare il flash per raccapezzarsi in quell’ambiente umidiccio, anche se, a ogni esplosione di watt, nulla e nessuno, solo acqua e pietroni e pietrisco. «È sempre qua che arrivano» li informò. Le mezzore trascorrevano, ma tutto restava in un silenzio tombale, se non per il garbato gorgoglio del fiume, fino a quando Derosa Nino non pigliò a fremere come una scolaretta: «Arrivano! Arrivano!».

I due del giornale cittadino non avvistavano niente di che. Si fissarono ammutoliti attraverso le tenebre. Rivolgendo nuovamente lo sguardo all’accompagnatore, si accorsero che si era come paralizzato, con la testa verso il cielo, le braccia penzoloni, le gambe lievemente piegate, la bocca socchiusa, lo sguardo ebete. Una statua di sale appena appena illuminata dal tenue chiarore selenico. Di tanto in tanto lo scuotevano, ma niente, nessuna reazione. Fino a che non sembrò ridestarsi da quel rimbambimento. Si sgranchì come una fettina levata dal frigidaire che cominci a scongelarsi: «Che gentili! Siete rimasti qui per tutto il tempo, durante la mia assenza?».

«Quale assenza, scusi?» replicò il cronista.

«Sì, mentre sono stato rapito, dico».

«Guardi, signor Derosa, che lei è sempre stato qua, accanto a noi, solo che appariva più stordito del normale».

Nino negò. Raccontò che stavolta lo avevano portato a vedere l’Australia. Che era bella da lassù, piena di acqua intorno, coi canguri e i koala. «Avrà visto anche lui il documentario che trasmettevano sul primo canale, l’altro giorno,» commentò il fotoreporter.

Aggiunse: «Mi hanno detto che alla fine salvano uno solo. Che salvano solo me. Mi portano via con loro, a bordo della loro navicella spaziale, sul loro pianeta, dove tutto è pace e serenità, e non serve spaccarsi la schiena tutto il giorno per cinque nanerottoli brutti e irriconoscenti e una mogliera che sa solo riscaldare una zuppa di cipolle allungata. Là dove nessuno ti guarda male solo perché vieni dalla Bassa e non indossi i vestiti buoni quando entri al tabarin».

I due professionisti lo lasciarono ai suoi deliri, rimontarono sulla vecchia Fiat, destinazione Torino. Non gli avrebbero dedicato manco un talloncino a fondo pagina. Una notizia troppo sgangherata per trovare spazio sul giornale.

Nino intanto, impermeabile al volgare scetticismo dei profani, proseguiva mettendo la propria esistenza in prospettiva della data promessa: έσσεται ήμαρ, avrebbe anche potuto declamare, al pari della profezia priamea. Verrà il giorno!

Con la cazzuola in mano o intento a scapuzzare i fagiolini dentro la pentola nel cucinino di casa sua, teneva sempre lo sguardo vacuo, perso in un punto imprecisato, lassù da dove attendeva, in cuor suo, che gli extraterrestri tornassero a cavarlo fuori da quella grama vita, guardandosi bene dal farne parola con chicchessia, tra i congiunti, dopo gli sfottò ricevuti quando aveva provato a sbottonarsi con quelli del giornale.

L’antivigilia di natale ’gnora Derosa si levò presto come suo solito dalle coltri irrigidite dal gelo della camera da notte. Il letto matrimoniale pareva più fresco del normale. Si voltò di scatto, con gli occhi ancora cisposi: Nino non c’era.

La sera prima se n’era andato chissà dove, come faceva sempre da qualche settimana a quella parte, ma non era rientrato. La donna corse all’intendenza dei carabinieri. Partirono le ricognizioni. Dopo breve ricerca, la 127 beige del Derosa Antonio fu rintracciata in prossimità di un’ansa del fiume Toce. Del suddetto nessuna traccia. Le ricerche continuarono per alcuni giorni senza profitto.

“Suicidio di un edile per annegamento” titolò la Gazzetta del Popolo, che finalmente gli aveva voluto riservare un breve articolo. In realtà era una mera supposizione giornalistica, visto che il corpo non fu mai rinvenuto, per quanto il maresciallo della stazione di Gravellona avesse sostenuto che fosse stato con tutta probabilità trascinato sino a valle.  

Invece, i pochi colleghi di Nino messi a parte del suo segreto, continuarono per anni, dalla cima dei ponteggi, a scrutare il cielo, durante le pause, augurandosi che Nino stesse davvero lassù, a tirare su un tramezzo a bordo di qualche disco volante parcheggiato dalle parti di Alfa-Centauri.

Endoxa ENDOXA - BIMESTRALE Fantascienza

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