(IM)POSTURE: DI FRONTE ALL’ESTRANEO – EDITORIALE

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Allorché Paul Ricoeur, lungo la traiettoria del suo percorso d’ermeneutica critica, chiama all’appello Marx, Nietzsche e Freud, definendoli grandi “maestri del sospetto”, in fondo altro non fa che inserirsi, a suo modo, in quella temperie del discorso moderno e contemporaneo che riconosce ormai, in modo irrefutabile, quanto ogni dominio dell’esperienza non possa più essere compreso sotto l’egida di verità assolute e garantite, tali da permettere a tutti i livelli, una signoria sui vissuti o, comunque, una potenziale appropriazione complessiva del senso dell’esistente. Questi maestri smascherano precisamente il carattere illusorio delle pretese totalizzanti del pensiero, mostrando così la costituzione finita di ogni istituzione umana e, quindi, l’inevitabile rinvio a un perenne confronto con la possibilità dell’estraniazione. Se, in effetti, nei secoli dell’epoca classica e dell’antico regime, le grandi narrazioni che guidavano i dispositivi istituzionali, nonché i vissuti sociali e soggettivi, apparivano fondati su principi incontrovertibili e, dunque, anche su concatenazioni incontestabili del potere, con la scoperta moderna del carattere contingente di ogni prodotto umano, il seme dell’estraneità penetra nel cuore dell’esperienza.

È esattamente in tale linea che, per esempio, diviene pressoché impossibile pensare il Novecento se non come secolo inaugurato dalla decostruzione generalizzata di ogni lettura metafisica del mondo operata da Nietzsche con la sua sentenza “Dio è morto!” e poi proseguita dalla poderosa indicazione freudiana di un soggetto che si scopre ormai non più padrone in casa propria. Andando a tempi ancor più recenti, altrettanto dicasi dell’aderenza di molte prospettive critiche alla matrice foucaultiana d’indagine genealogica, attraverso la quale si compie una vera e propria estraniazione di tutti i discorsi tradizionali, che si ritenevano di marca ontologica e di natura pressoché immutabile. E, infine, è lungo il medesimo asse che va collocato rappresentativamente anche il celebre titolo di Julia Kristeva, Stranieri a noi stessi, a cui questo numero di “Endoxa” esplicitamente si richiama.

Volendoci, perciò, affidare complessivamente a una magnifica descrizione operata dal fenomenologo tedesco Bernhard Waldenfels, potremmo così delineare l’insorgenza e lo sviluppo di suddetta acquisizione epocale: “[A]ll’inizio dell’età moderna il grande ordine globale si frantuma, […] si spezza la ‘catena dell’essere’, che un tempo collegava tutto con tutto, e il soggetto, nel quale l’ordine globale sembrava trovare il suo centro e cardine, si allontana gradualmente dal centro. Questa frantumazione della ragione e questo decentramento del soggetto appartengono alle avventure della modernità occidentale. Tali avventure […] durano già da tempo; tuttavia, solo nel XVIII e nel XIX secolo e in maniera definitiva nel XX secolo l’estraneo penetra espressamente ed irrevocabilmente nel nucleo della ragione e nel cuore stesso di ciò che è il proprio. La sfida lanciata da un estraneo radicale, rispetto al quale ci vediamo confrontati, significa che non c’è alcun mondo in cui siamo completamente a casa nostra e che non c’è alcun soggetto che sia padrone in casa propria” (Topographie des Fremden, pp. 16-17).

Solo che, qui, vi è subito da registrare anche una complicazione, dal momento che, proprio a causa della diffusa percezione d’incertezza che una tale scoperta della contingenza implica, si assiste, nell’alveo della modernità e contemporaneità, a un contro-movimento reattivo. Jacques Derrida ce lo ha mostrato molto bene, soprattutto nel suo saggio La struttura, il segno e il gioco nelle scienze umane: si tratta, in effetti, della circolazione di una vera e propria “angoscia” di fondo che finisce per produrre dei contro-discorsi intenti esattamente a depotenziare o, addirittura, rimuovere la portata dell’estraneità. È un contro-movimento, questo, che, nello specifico, cerca di produrre dispositivi e meccanismi atti a ristabilire un primato del “proprio” attraverso la concomitante degradazione e marginalizzazione dell’estraneo, del diverso e di quanto sfugge a un tranquillizzante controllo e contenimento del vissuto.

Come si può facilmente intuire, è esattamente lungo questa contro-traiettoria che arrivano a inserirsi tutte quelle posture e, in alcuni casi, imposture di carattere autocentrato, sovranista e immunitario che popolano le tendenze ultime – tanto filosofiche, quanto socio-istituzionali – della nostra epoca, fino a costituirne la prospettiva dominante.

Le sensibilità plurime e i molteplici percorsi tematici che intessono i contributi del presente fascicolo di “Endoxa” toccano in modo assai efficace la portata trasversale e le varie pieghe entro cui il leitmotif dell’estraneità solca le nostre esperienze e modi di stare al mondo. E, allo stesso tempo, non mancano di evidenziarne altresì carica problematica e risvolti traumatici.

Se letti nel loro complesso, dunque, gli interventi raccolti in questo numero evidenziano – ora in un modo, ora in un altro – come parlare d’estraneità risulti, oggi più che mai, un’impresa tanto necessaria, quanto complessa.

Scansioni” by Luana Spagnoli is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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