SIVORI E GARRINCHA, ETTORE E ACHILLE. MA ACHILLE ERA IL FAVORITO DEGLI DEI

PAOLO CASCAVILLA

Ettore&AchilleNell’autunno del 1957 sentii parlare per la prima volta di campionato di calcio. Ero a Loreto in un collegio dei salesiani. Avevo dieci anni, venivo dalla campagna del Tavoliere, dai campi aperti dove avevo frequentato le scuole elementari. Lasciavo quel mondo, la mia famiglia, i miei amici, con tristezza. Non avevo lacrime alla partenza, uscivano solo sotto la doccia a Loreto.

L’anno prima la Fiorentina vinse lo scudetto con 12 punti di distacco dalla seconda. Perse solo l’ultima partita. Ricordo ancora a memoria la formazione. L’allenatore era Fulvio Bernardini, il professore. Ala destra Julinho. Qualcuno affermò: “un’ala può fermarsi a Julinho e non può andare oltre”.

In quell’anno arrivarono dall’Argentina il trio degli angeli dalla faccia sporca: Sivori, Angelillo, Maschio.

Angelillo veniva da Buenos Aires, la città di Borges e Gardel, il profeta del tango. Immensa, viva, affascinante. Sivori con la Juve vinse lo scudetto nel 1958 e l’amore per i viola non fu più esclusivo.

L’immagine è impressa nella memoria: Sivori che “scarta” sei avversari in area di rigore, in uno spazio di 2 – 3 metri. Sivori, fermo per 85 minuti, e poi un lampo. Anticipa, ruba, rapina il tempo. “Deflorati avversari / in tunnel, arrischi / perpendicolari alla Borges. / Irridi il mediano, il tornante, / il mastino, il terzino; / rendi ischemico il portiere / e in rete appoggi il pallone”.

Pensava più veloce degli altri. Pensava direttamente con i piedi. Calzettoni abbassati, gambe scoperte, una sfida agli avversari, irritante, irriverente, imprevedibile. Merito del tango? Moreno, calciatore argentino, diceva: il tango è il migliore allenamento, ti fa tenere il ritmo, te lo fa cambiare in corsa.

Qualche anno dopo, ai campionati mondiali in Cile, l’Italia perse con la squadra di casa; fu una partita drammatica. Sivori non giocò, non era in buone condizioni fisiche. Alcuni giornalisti sudamericani criticarono l’allenatore italiano: Sivori in Sud America è la leggenda. E la leggenda va sempre messa in campo. Avrebbe avuto almeno due marcatori su di lui.

La Iuve nel 1958 venne a ringraziare la Madonna di Loreto per la conquista dello scudetto, e l’ala sinistra Stacchini, cresciuto negli oratori salesiani di Torino, portò tutta la squadra nel collegio dei salesiani. Ricordo la foto con alcuni giocatori della Iuve e John Charles che prese per il colletto della giacca e con una sola mano un mio amico irrequieto, lo sollevò e lo poggiò con rude delicatezza a terra. La foto l’ho perduta. Ma l’immagine non la dimentico.

“… John, Il gallese buono/ approda al centro campo/ bianconero ove il ricamo/ platee solleva, e sogni. /Così l’ariete utili rende/ l’ornato e il pizzo,/ in quel romanzo popolare /dove brillano / i guizzi di Sivori e i lampi di Giampiero”. Mai un’espulsione o un’ammonizione. Sempre corretto in gara e fuori. Si ricorda solo uno schiaffo a Sivori per le sue intemperanze e proteste verso l’arbitro durante una partita. E Sivori si calmò.

Giampiero Boniperti era presente quel giorno. Ma poi sparì, qualcuno sussurrò con qualche sorriso malizioso (e gli amici più grandi lo sottolinearono) che era uscito con una bella signora bionda.

In quell’anno si giocavano i campionati del mondo in Svezia. La sera a cena in refettorio un assistente disse che si stavano disputando i quarti di finale e lo svedese “Ambri” (poi scoprimmo che era Hamrin) nella partita Svezia – Urss tirò da metà campo colpì il palo e la palla rimbalzò a metà campo. Restammo a bocca aperta. Dopo cena mentre gli altri ragazzi stavano in camerata e i superiori vedevano la televisione, scendemmo nel campo sportivo adiacente e provammo a tirare da centro campo. Il pallone di gomma pesante a stento riusciva ad arrivare all’altra porta. Passò il turno la Svezia e in porta nell’Urss c’era Yascin. Il ragno nero, capace di volare da un palo all’altro, l’unico portiere che vinse il pallone d’oro. Hamrin giocò con la Fiorentina e lo vidi a Foggia, alcuni anni dopo, un tiro dalla destra a mezza altezza e il portiere del Foggia rimase con le mani indolenzite, ricorse, nonostante i guanti, alle cure del massaggiatore.

“Gilmar. Djalma Santos Nilton Santos, Zito Bellini Mauro, Garrincha, Didi Vavà Pelè, Zagalo”. Non so se la formazione fosse proprio questa. Io ricordo a memoria questa. Si può cantarla a ritmo di samba.

Il Brasile arrancò nelle prime partite poi i giocatori imposero la loro squadra, con le cinque riserve tra cui Pelè e Garrincha. E fecero vedere cose di un altro pianeta. Pelè aveva 17 anni. A 20 fu dichiarato proprietà nazionale e quindi non esportabile. Per vedere lui si fermò persino una guerra (Nigeria – Biafra), una specie di tregua, come in Grecia durante le Olimpiadi vi era il divieto delle operazioni militari.

Pelè: la perfezione, l’apollineo. Garrincha: la vitalità imprevedibile, il dionisiaco. Pelè: il Rinascimento, Michelangelo, Raffaello. Garrincha: l’irregolarità, Caravaggio, il barocco.

Ho sempre avuto il fascino degli irregolari. Garrincha, ribattezzato così, con il nome di un uccellino sgraziato, da uno dei suoi fratelli. Colonna vertebrale fatta a S, una gamba più corta dell’altra. Eppure questo angelo dalle gambe storte, questo Charlot del pallone ha incantato le platee di mezzo mondo. Il più grande dribblatore, la più grande ala destra. E’ quello che ha regalato più allegria nella storia del calcio.

“E al funerale tutta Rio si fermò, / fino al giorno prima / rantolava sghembo tra i tetti / e la luna. / Le sue finte erano ormai da artrosi… Il capo dello Stato quasi si irritò / per la nazione in pianto./… E tutto questo per un’ala destra?”.

In Brasile dicono: i dittatori passano, i gol di Garrincha sono immortali.

Era il periodo in cui studiavamo l’Iliade. E nei confronti del mondo omerico c’era lo stesso tifo, la stessa partecipazione. Quasi tutti per Ettore e per i Troiani.

Achille era protetto dagli dei e non combatteva ad armi pari. Era stato immerso nello Stige, tenuto per un piede dalla madre Teti, era invulnerabile, anche se nell’Iliade non se ne fa cenno.

La discussione, la rabbia e la rassegnazione, tra noi alunni, si manifestarono nel duello tra Ettore ed Achille. Il più grande della storia. Il Pelide era tremendo nelle sue nuove armi, fabbricate dal dio Efesto.

Tutti scapparono dentro le mura. Solo Ettore restò fuori. Non ascoltò le implorazioni del padre Priamo e della madre Ecuba a non affrontare l’avversario. Ma all’avvicinarsi dell’eroe greco, Ettore venne preso da una improvvisa paura e si diede alla fuga.

Noi eravamo tutti dalla parte di Ettore, solo un paio, marchigiani figli di papà, dalla parte di Achille. Con uno ebbi una scazzottata che fini alla pari.

Pensavo che Ettore non fuggisse per paura, ma per far stancare l’avversario. La stessa tattica dell’ultimo degli Orazi, che scappò per poi uccidere uno per uno i tre Curiazi.

“Volano i due campioni, l’un fuggendo, l’altro inseguendo. Il fuggitivo è forte; ma più forte e più ratto è chi l’insegue”. Non gareggiavano per un premio, ma per la vita. E così “tre volte dell’iliaca città fecero questi il giro velocemente”. Era una corsa con le armi, che era pure una specialità delle gare di Olimpia.

Poi Ettore si fermò. Parlò ed espresse tutto il suo coraggio. Ogni volta che leggevo quelle pagine pensavo sempre che qualcosa di diverso potesse accadere. Che il destino potesse ribaltarsi.

“Intorno alle alte mura mi aggirai tre volte… Ora sono io che intrepido t’affronto, e darò la morte o l’avrò…”. Propose un patto: chi vince restituirà il corpo; “io non sarò spietato col cadavere tuo, ma renderollo, toltene solo le bell’armi, intatto ai tuoi”.

Ma Achille: “Non parlarmi di accordi, abbominato nemico nessun patto tra l’uomo e il lione, nessuna pace tra l’eterna guerra dell’agnello e del lupo, e tra noi due né giuramento né amistà… “. E scagliò la sua lancia che Ettore schivò con abilità e sicurezza. A sua volta Il troiano scagliò la sua e colpì il centro dello scudo e rimbalzò. Le sue erano armi divine e lui protetto dagli dei!

Ettore era stato persuaso da Minerva, apparsa sotto le forme dei fratello Deifobo, ad affrontare lo scontro. Si girò per chiedere un’altra lancia. Ma il fratello non c’era. Scoprì l’inganno, si accorse di non avere scampo. Ma non avverrà “che da codardo io cada: periremo, ma gloriosi, e alle future genti qualche bel fatto porterà il mio nome!”. Tirò fuori la spada. Altrettanto fece Achille che vide uno spiraglio tra il collo e la spalla e lì lo colpì.

Scempio fece del corpo di Ettore e questo acuì nella maggioranza di noi alunni l’astio nei confronti di Achille. Priamo si recò da lui a riscattare il corpo e in ginocchio gli baciava le mani: “Achille abbi ai numi rispetto, abbi pietade di me: ricorda il padre tuo…”. Si intenerì Achille, pensò al padre suo solo, alla sua vita breve. Piansero insieme. Le lacrime davano a due uomini potenti la vulnerabilità dei comuni mortali e Achille conquistò anche dentro di me, di noi alunni, la sua umanità. Fece lavare il corpo di Ettore, rivestire e lo consegnò al padre. Trattenne il re troiano per l’intera notte e insieme piansero a lungo il destino di morte che li circondava. Concesse 11 giorni di tregua perché fossero resi gli onori a un grande guerriero e difensore della propria patria.

Ma dopo aver ucciso Ettore e prima dell’incontro con Priamo, si svolsero i giochi in onore di Patroclo, la cui morte ad opera di Ettore costrinse Achille a superare i dissidi con Agamennone e a ritornare in battaglia.

Achille proponeva le gare, faceva da giudice, assegnava i premi.

La prima gara è la corsa dei carri. Parteciparono Eumelo, Diomede, Menelao, Antiloco, Merone. Contavano i cavalli, ma contava anche l’abilità di chi li guidava.

“Con l’arte l’auriga vince l’auriga”, raccomandava il saggio Nestore al figlio Antiloco che gareggiava.

Eumelo in testa, seguiva Diomede, che lo avrebbe facilmente superato, se Apollo, adirato con lui, non gli avesse fatto cadere la “frusta lucente”. Ma la dea Atena se ne accorse, ridiede la frusta al suo protetto e ruppe il giogo che legava i cavalli al carro di Eumelo, ponendolo fuori gara. Diomede in testa, Menelao era secondo, insidiato da Antiloco che tentò di sorpassarlo in uno spazio ristretto. “Guidi come un pazzo – gridava Menelao – frena i cavalli, la strada è stretta, ma presto si allarga e potrai superarmi, non danneggiare entrambi urtando il mio carro”.

Antiloco riuscì a passare, tra gli insulti del re di Sparta. Gli spettatori partecipavano con un tifo acceso e grandi uomini ed eroi (idomeneo, Aiace…) si insultavano a vicenda. Fu costretto a intervenire Achille perché cessassero insulti e oltraggi.

Vinse Diomede, Antiloco secondo, poi Menelao, Merone e infine Eumelo.

Achille giudice provò a risistemare le cose e diede il suo verdetto. Il primo premio a Diomede, il secondo ad Eumelo, che era stato atterrato da Atena. Ma Antiloco si ribellò. “Se vuoi proprio risarcire Eumelo dell’ingiustizia subita, dagli un’altra ricompensa e non il premio che spetta a me”. Intervenne anche Menelao, adirato con Antiloco e gli chiese con asprezza un giuramento: “Giura che tu non con l’inganno o di tua volontà il mio carro hai trattenuto”. Antiloco non riuscì a portare fino in fondo lo scontro e consegnò la cavalla ricevuta in premio a Menelao, che apprezzò il gesto e gliela lasciò. Alle scorrettezze e alla sfortuna durante la gara vi era al termine il tentativo di risistemare le cose: senso di giustizia, generosità, diplomazia, equilibrio di ceti e stirpi. Forse tutto questo insieme.

Nella guerra di Troia non vi erano due eserciti omogenei, ma, soprattutto da parte greca, un crogiolo di popoli, re, eroi; l’equilibrio era difficile, ma necessario per vincere la guerra. La gara della corsa dei carri dimostrava che per dirimere le questioni era necessaria una figura terza. Un giudice.

I giochi proseguirono con la gara del pugilato. C’era un individualismo molto forte, gli eroi si vantavano, si presentavano per la gara davanti all’esercito, manifestando arroganza e potenza per intimorire gli avversari. Si fece avanti Epeo: “Al mio rivale spezzerò il corpo e le ossa. Abbia vicino molti assistenti a trasportalo pronti fuor della lizza…” E così fu per il povero Eurialo.

La gara della lotta ebbe due contendenti, due grandi eroi: Aiace Telamonio, il più forte dei greci e Odisseo il più astuto. Odisseo riuscì a colpire con astuzia l’avversario alle ginocchia “di retro dove si piega”, costringendolo a terra. Non potè sfruttare questa mossa abile per la forza di Aiace. Intervenne Achille a giudicare pari la sfida.

Aiace e Ulisse si contenderanno in seguito le armi di Achille. Con l’influenza di Atena e il favore di Agamennone furono assegnate ad Odisseo; Aiace ebbe una crisi di follia, massacrò un gregge di pecore e poi si uccise con la spada donatagli da Ettore. Ma le armi di Achille, che Odisseo portava sulla sua nave, nel difficile viaggio di ritorno verso Itaca, gli furono strappate dal mare in una tempesta scatenata dagli dei dell’oltretomba e depositate sulla tomba di Aiace. Nella discesa nell’Ade (Odissea libro XI), Ulisse incontrò tra gli altri anche Aiace, che non gli rivolse la parola, e rimase in disparte, neanche da morto aveva scordato il rancore per le armi a lui sottratte. Gli eroi potevano accettare ferite, sconfitte, la morte, ma non l’umiliazione.

La corsa è la gara che non mancava nei giochi funebri e in quelli della Grecia antica. I partecipanti: Aiace (Oileo), Odisseo, Antiloco. Aiace subito in testa. Odisseo, secondo, invocò la “sua” Atena: “Ascoltami o dea, vieni in soccorso ai miei piedi”. Nei pressi del traguardo c’era il sangue dei buoi sacrificati ed è lì che Atena fece scivolare Aiace. Vinse Odisseo. Aiace sconsolato: “ho perso perché Atena è sempre dalla parte di Odisseo”.

Antiloco a sua volta aggiunse che era risaputo come gli dei fossero sempre dalla parte dei più anziani.

Seguì il duello e parteciparono i due più forti guerrieri greci, al di fuori di Achille. Aiace Telamonio e Diomede, finito in parità, poi il lancio del disco, l’arco e il giavellotto, che non ebbe luogo perché tutti riconobbero la superiorità di Agamennone.

La gara della corsa presenta somiglianze con quella in onore di Anchise, il padre di Enea morto prima di arrivare nel Lazio, raccontata nell’Eneide.

Alla gara si presentarono Eurialo con Niso, legati da profondo affetto, Diore, Salio, Patrone, Elimo e Panope. In testa Niso “che correva come il vento e la saetta”. Il secondo, ma molto dietro, era Salio, poi Eurialo e gli altri. Nelle vicinanze del traguardo, sull’erba intrisa di sangue dei giovenchi sacrificati, scivolò e “cadde Niso infelice”, ma non si dimenticò del suo amico, per cui rialzandosi “intoppo si fece a Salio; onde con esso avvolto stramazzò ne l’arena: e mentre ei giacque, Eurialo del danno e del favor s’avanzò de l’amico”.

Salio gridò, protestò, chiese giustizia. Ma il favore degli spettatori era tutto dalla parte del giovinetto Eurialo, che univa grazia e bellezza. Anche quelli che erano arrivati al terzo e quarto posto non volevano alterare la graduatoria, che li avrebbe esclusi dalla premiazione.

Un torto, una scorrettezza evidente. Intervenne il buon padre Enea. Non mutò l’ordine di arrivo. A Salio promise un premio perché caduto. A questo punto anche Niso lamentò la sua sfortuna al pari di Salio. Enea accontentò anche lui.

Gli anni dal 1957 al 1960 furono anni di malinconia per la lontananza, ma nella memoria carichi di immagini e scoperte. Giocavamo a pallone ogni giorno e vedevamo in televisione le partite (metà tempo di un incontro di serie A la domenica). E costruivamo tanti racconti

Sapevo andare bene in bicicletta. In campagna ce l’avevano tutti. Nel dopoguerra tutti usavano la bicicletta, per andare a lavorare, anche maestri e preti per celebrare la messa o insegnare nelle zone rurali. In collegio non si poteva usare e poi nessuno ce l’aveva. Fu però una scoperta il ciclismo. Con Ercole Baldini una simpatia immediata, per la semplicità, le poche parole che diceva. Il record dell’ora, il giro d’Italia, le volate e poi il campionato del mondo a Reims. Ci fecero vedere in collegio solo l’ultimo giro del circuito. Si pensava che non ce la facesse. Invece negli ultimi chilometri aveva due minuti di vantaggio e controllava la corsa. Si girava spesso indietro. Non doveva farlo, diceva il telecronista, perché rallentava, e aggiungeva che era una caratteristica dei ciclisti italiani girarsi indietro. La bicicletta è rimasta la mia passione. Baldini durò poco. Qualche anno dopo partecipò ad una gara in Puglia, sul Gargano. Alcuni zii, che conoscevano il mio tifo, mi prendevano in giro: lo videro indietro, molto indietro in una corsa poco importante ed era così ingrassato “che le cosce arrivavano alla catena”. Vinse ancora delle tappe a cronometro.

In collegio praticavamo il calcio e il ping pong. Ciclismo, calcio, ping pong passioni che mi sono rimaste. Come pure il piacere del racconto.

Dal 1957 al 1960. Gli anni in cui scoprii il calcio, il ciclismo e i grandi racconti dell’Iliade, dell’Odissea, dell’Eneide. Tre anni che si chiusero con le Olimpiadi di Roma. Tre le immagini. Wilma Rudolph, la gazzella nera. Livio Berruti l’angelo, che correva con leggerezza e costruiva le sue vittorie in curva, nella quale non diminuiva la velocità, inclinandosi in modo perfetto. E poi Abebe Bikila. A piedi scalzi, segno della povertà del popolo nero. La vittoria dell’etiope sembrava l’inizio del riscatto africano. Non fu così.

A scuola a Manfredonia finì l’incanto dello sport. Con i compagni c’era solo tifo e partigianeria dichiarata. Andavo in campagna il sabato e la domenica, arrivò la televisione e giocavamo a pallone. In campagna si gareggiava con le lotte, con i cavalli (quando non c’erano i padri), le biciclette, la corsa e si narravano e ascoltavano i racconti di cinema e di sport. Venivano in molti nel podere, a Giordano Ramatola, quando arrivava lo “studente”, il sabato o durante le festività e l’estate. Si stava all’aperto nelle serate calde, nei pressi del forno comune o nelle stalle durante l’inverno.

Si allentò il tifo. Rimase la passione per le storie, i racconti: l’epica greca e romana, la mitologia, la storia dell’Universo, le imprese sportive. Anche quella della squadra di Giordano Ramatola, che vinse un torneo di calcio a Fonte Rosa.

Le imprese vere sono quelle rischiose. Come dice Pindaro nelle Olimpiche (Ode VI): “Imprese senza pericolo / non hanno onore tra gli uomini né sulle concave / navi; molti, invece ricordano, / quando il successo arride al cimento”. Così quando all’Inter arrivò Helenio Herrera il suo calcio affascinava. La tattica del movimento delle ali faceva scattare altri racconti. Come la strategia di Annibale nella battaglia di Canne. Permise lo sfondamento al centro, i romani si infilarono e poi furono avvolti, accerchiati, distrutti. Proprio come l’Inter, il movimento e la capacità di indietreggiare e poi con le ali colpire velocemente.

Sempre la meraviglia per il bel gioco. Mi colpivano coloro che distribuivano il gioco, correvano poco, ma facevano correre la palla: Charles, Picchi, Bobby Charlton, Scirea, Beckenbauer, Suarez…

Ci sono calciatori che suonano uno strumento e altri che sono una intera orchestra: Pelè, Maradona, van Basten, Falcao, Eusebio, Platini, Baggio, Cruyff…

Il gioco del calcio è povero. Basta uno spazio aperto, come anche per il rugby e la pallamano.

Sono i giochi di gruppo, che sviluppano il senso delle regole, il controllo, l’accettazione degli altri. E se non c’è un arbitro è anche meglio.

Siamo diventati mendicanti di tante cose: giustizia, verità, diritti, uguaglianza. Ed anche di bel gioco e di imprese vere e pulite da ammirare e raccontare

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