LA GARA DEI MONDI

PEE GEE DANIEL

peegeeIn termini cronologici era già passato un kalpa completo dall’ultimo contest indetto dalla Lega “Grandi Numi”.

Allora il premio era stato vinto da un ragazzino che si era inventato un complesso sistema di planetoidi a scatole cinesi, uno racchiuso dentro l’altro, i cui ospiti (esseri quadridimensionali non corticalizzati e del tutto privi di organi di senso, eccezion fatta per una serie di piccole setole che ricoprivano i loro fibrosi corpi bianchicci) potevano salire in superficie o ridiscendere verso il nucleo centrale attraverso cunicoli naturali dall’andamento spiraliforme, richiamati o, al contrario, messi in fuga dalla cadenza circadiana degli sbalzi di temperatura contemplati dall’atmosfera del sofisticato impianto. “Un sistema autoregolato e precisissimo” era stata la motivazione alla consegna del premio, “le cui semplicità ed economia sono i maggiori tratti distintivi.”

Come noto, a pochi eoni di distanza tutti i mondi presentati alla prestigiosa gara erano stati risucchiati, come da protocollo, in una colossale implosione che ne aveva fatto piazza pulita per lasciare il posto agli elaborati dei nuovi partecipanti che quella mattina, messi ordinatamente in fila, si accingevano ad accedere al salone delle esposizioni per la finalissima.

I Probi Giudici, tutti raccolti in un pensatoio appartato avvolto da un fascio di fluttuante luce porporina, intimidivano gli iscritti alla competizione con il loro aspetto austero, intabarrati in uniformi lucide e nere terminanti con alti colletti rigidi ed estroflessi, gli sguardi fissi sul corteo di candidati, costretti a passargli sotto il naso a capo chino e occhi bassi per poter raggiungere le relative postazioni.

La tensione era notevole.

A ognuno dei giovani iscritti sembrava impensabile poter anche solo pareggiare la perfezione di quel remoto sistema di planetoidi (che propaganda e pubblicistica avevano ulteriormente contribuito a mitizzare era dopo era), tanto da meritare l’ambitissimo primo premio dell’edizione corrente, ma mossi da un sano spirito agonistico si erano comunque presentati tutti, ognuno col suo progetto tra le mani, che ora stavano appoggiando sul banco che avevano davanti, aspettando a scoprirlo, così da non accelerare i tempi.

A condurre l’attuale appuntamento era stato chiamato ancora una volta il solito rodato presentatore. Capelli impomatati in un improbabile ciuffo antigravitazionale, giacchetta a strass con inserti di un materiale cangiante, scarpette di vernice, nessuno sapeva con esattezza quante epoche contasse quel vecchio tanghero perennemente entusiasta. Pure ora che, a fonodiffusore in mano, introduceva la serata: “Signore e signori, gentili genitori dei qui presenti concorrenti, sembra passato non più di un ciclo cosmico da quando ci siamo visti in questo stesso luogo per la consueta competizione tra progetti cosmogonici e invece, mese più mese meno, c’è voluto il completo annichilimento di un universo e la nascita e l’espansione di uno tutto nuovo perché ci si potesse rincontrare. Come passa il tempo, nevvero? Solo quando invito a pranzo mia suocera sembra che non passi mai…” Qualche risatina compiacente si staccò dalla platea, sepolta in una semioscurità che tendeva a confondere coloro che ne facevano parte in un unico monoblocco grigiastro.

Il presentatore attese che ogni risolino calasse, per poi riprendere con immutata verve, “Ebbene, anche stavolta ho il commovente compito di fare gli onori di casa, amici miei.” Un soffocato battimano si staccò a questo punto dal pubblico astante, il presentatore lo sovrastò senza fermarsi, ma limitandosi ad alzare appena un po’ il tono di voce: “Ma visto che il confronto è serrato e i partecipanti agguerritissimi, passiamo immediatamente alla rassegna dei loro lavori, che ne dite?”

L’applauso scrosciante parve appoggiare la scelta del conduttore, il quale, con passo elastico, raggiunse la prima postazione sulla sua sinistra. Vi si trovava acquartierato un marmocchio punteggiato di efelidi azzurrine. Sembrava non stare più nella pelle: si tormentava le dita, si mordicchiava il labbro inferiore, torceva le grosse antenne in attesa di mostrare il proprio manufatto. “Ok, ragazzo, mi sa che tocca proprio a te inaugurare la gara. Sei pronto?” L’interlocutore assentì. “Come ti chiami, campione?” Gli domandò, accarezzandogli energicamente il taglio a scodella.

“An” rispose quello intimidito.

“Bene, An, ti va di mostrarci quello che sei stato capace di tirar fuori dal caos primigenio di partenza?”

An obbedì: afferrò il manico della cloche e ne alzò il coperchio luccicante, svelando così il mondo da lui costruito: si trattava di un pianeta dalla rotondità quasi metafisica, composto in superficie per la maggior parte di calcite, che scintillava di un milione di baluginii verdi sotto il vasto corpo astrale che rischiarava i locali, pendendo dal centro del plafone.

“E dicci dicci, mio buon An, di grazia in cosa consiste questo tuo… brillante progetto?”

An schiarì prima la voce: “Ho voluto creare un mondo dalla struttura cristallina, protetto da un particolato atmosferico a base di polveri sottili derivanti dalla disgregazione della calcite di protezione. Questo rende il pianeta particolarmente soggetto alle rifrazioni, capace di captare anche la più tenue luce crepuscolare.”

“Sconvolgente!” affermò il presentatore, senza metterci però un’eccessiva enfasi, “E dimmi, caro, il tuo mondo è abitato?”

“Il particolato atmosferico estremamente sottile non lo permetterebbe…” fece An, quasi scusandosene.

“Ok ok. Un’ultima domanda…” e intanto con un occhio consultava la scheda che aveva in mano con su riportato il questionario standard, “Qual è lo scopo del tuo mondo?”

“Ehm… Creare un apparato di rifrazione luminosa dal funzionamento semplice e virtualmente eterno, direi.” rispose An, grattandosi la nuca un po’ imbarazzato.

Alla conclusione della breve intervista, sul vasto cartello che gravitava sopra le grosse teste boccolute dei giudici, dalle prolungate bozze biparietali, sarebbe apparso di volta in volta il verdetto complessivo, cui il calcolatore giungeva sommando i singoli pareri espressi per via telepatica, attraverso quei loro sguardi torvi e penetranti. Per An il giudizio fu Sufficiente.

“Beh, ci hai provato, An,” cercò di consolarlo il bravo presentatore, “Magari la giuria si aspettava qualcosina in più. Che so, qualcosa di più… animato. Che ne pensi?”

An fece sì, trattenendo a stento i lucciconi.

“Vabbeh, dai sarà per la prossima volta. Ti aspettiamo con qualche sforzo e miglioria in più per la prossima edizione. Ok? Ci si vede per l’universo venturo allora!”

Accomiatandosi da An con un buffetto si spostò al tavolo accanto: “U-uh, ma chi abbiamo qui? Una bella signorina, vedo.”

“Salve!” fece la bambina, “Piacere di conoscerla, io sono Coatlicue,” aggiunse, porgendo la mano all’adulto, che la raccolse tra le proprie.

“Uh, ma che bel nome. Un tantino difficile forse, ma… bello! E… vuoi farci vedere il tuo mondo, ehm… Coa…”

“Coatlicue! Oh certo, signore.” Dicendo questo, con una leggiadria da prestigiatrice, levò via il velo ricamato dal suo lavoretto, “Ecco qua!”

Sotto il velo si trovava un pianeta verdeggiante e luminoso, bagnato da corsi di un liquido trasparente e canterino. Il suolo era tempestato di boccioli e germogli variopinti.

“Simpatico! Davvero! E dimmi, carina, hai previsto qualche genere di abitanti per la tua creazione?”

La piccola indicò una folta mandria di unicorni rosa, che scalciavano e nitrivano tra l’erba alta.

“Uau! Deliziosi!” fischiò il presentatore, “E dimmi, piccina, qual è lo scopo di tutto ciò?”

“Beh, vediamo vediamo, lo scopooo…” la giovane dava l’idea di aver perso tutto d’un tratto quella sicurezza che fino a prima di quella domanda a bruciapelo era riuscita a mostrare, “Possiamo dire che lo scopo del mio mondo sia… quello… di dare un posto felice ai miei begli unicorni, ecco!”

Il voto che recuperò dopo quella spiegazione un po’ stiracchiata non superò il discreto.

Venne quindi il turno di Brahma. Il fanciullo, basso e grassoccio, svelò il proprio mondo ancor prima che gli venisse espressamente richiesto. Dall’involto emerse un globo palpitante di materia, animato di eruzioni e flussi rutilanti e avvolto da una nebbia luminosa. Faceva la sua porca figura, poco da dire.

Il presentatore gli si avvicinò ammirato: “Fenomenale! Mio piccolo amico, questo… questo è un capolavoro!” L’inventore in erba si compiaceva visibilmente dei complimenti ricevuti, “Vuoi parlarci brevemente del tuo mondo?”

Il piccolo Brahma spiegò del nucleo centrale, formato da roccia fusa e ribollente, che fuoriusciva dai piccoli vulcani che costellavano l’intera crosta planetaria, per poi tornare a scorrere giù sino al nocciolo attraverso cunicoli discendenti. Quel pulsante pianeta ospitava per di più una nutrita colonia di microrganismi che si alimentava delle scorie di lava, ripulendo la superficie da eccessive sedimentazioni.

Il voto conferito a Brahma fu un sonoro ottimo, che apparve a intermittenza sul cartellone sovrastante il collegio giudicante.

A seguire, c’era Ipmil, autore di un pianeta altamente instabile: una specie di grossa palla porosa che scappava da tutte le parti. Non faceva che disgregarsi in voluminosi sassi sparati in ognidove sotto forma di meteora. Il povero Ipmil, malgrado le scuse accampate circa il poco tempo a disposizione e i troppi impegni sportivi che avevano sottratto momenti utili alla messa in opera, non riuscì a rimediare più di un penoso gravemente insufficiente, che accolse con un moto di stizza, i cui effetti si ripercossero in un momentaneo black-out della sala.

Dopodiché al conduttore ufficiale toccò esaminare in successione: un mondo evanescente, composto per la maggior parte di gas e fluidi rarefatti, un mondo interamente ghiacciato, uno che albergava una strana schiatta di simbionti in dipendenza reciproca col pianeta stesso, una biosfera autorigenerante e così via.

In generale, fino ad allora, per quanto parecchi lavori non mancassero di metodo e di ingegno, era comunque mancato il fuoriclasse.

Il penultimo  era Fiturgo, un elemento di spicco già dalla prima impressione. Altezzoso e distaccato, a esplicita richiesta sollevò il coperchio della scatola entro cui teneva la sua realizzazione: un sistema planetario assai complesso, nel quale spiccava un mondo al centro e una giostra di pianeti a girargli tutto intorno senza posa. Ma Fiturgo non si era limitato a questa plurima gravitazione geocentrica. In più aveva previsto che tali sfere, orbitando a quel modo, emettessero ognuna una propria musica, che, unita a quella emessa dalle altre, andava a creare una melodia celestiale.

Il presentatore ne fu rapito all’istante: “Quale spettacolo impagabile!” attaccò a cinguettare, “Bravo ragazzo! Vai! Hai tutto il tempo di magnificare il tuo elaborato come meglio ti pare.”

Fiturgo sembrava essersi preparato il discorsetto per tempo: “Ho consumato evi per giungere a tanto: ho creato un modo immutabile, imperfettibile, privo di guasti e di macchie, destinato ad attraversare l’eternità senza che i processi che lo muovono così mirabilmente debbano subire la minima modifica.”

“Davvero… davvero impareggiabile!” gongolava il presentatore, sinceramente ammirato, “ Sarà difficile, io credo, trovare chi riesca anche solo ad avvicinarsi a un tale modello di nitore e bellezza…” e dicendo questo distoglieva lo sguardo dal ragazzino che sembrava avesse ormai lui la vittoria in tasca per posarlo in tralice sull’ultimissimo partecipante che, da par suo, gli restituiva uno sguardo apparentemente privo della benché minima soggezione.

Ora che toccava a lui, il pretendente finale al primo premio attendeva il presentatore a braccia conserte, accanto alla postazione che gli era stata designata, masticando sgangheratamente un chewingum che dava l’impressione di riempirgli tutta la bocca.

Vedendo il presentatore avvicinarglisi, fece appena in tempo a sputare in una mano il bolo gommoso e appiccicarlo sotto il banco a sua disposizione, subito prima che il tizio gli domandasse: “E tu come ti chiami, piccolo amico?”

“Mi chiamo Dio” rispose lui a mezza voce, ravvivandosi il ciuffo.

“Bene, Dio, puoi procedere” lo invitò con un gesto della mano.

Dio tirò una cordicella. La tendina che aveva sotto il naso si divaricò a sipario. Dietro di essa, una palla un po’ schiacciata sopra e sotto, il cui colore dominante era un blu liquido, contrastato per il resto da distese di verde, digradante qua e là al grigiastro, al bianco, al marrone, seguendo le diverse increspature del terreno. Un piccolo satellite biancastro, bucherellato come una pallina da golf, le faceva il giro intorno.

Sulle prime, il presentatore apparve un po’ sgomento, proprio come chi non si renda subito conto di che cosa stia osservando. Si abbassò sul progetto. Lo guardò a lungo e con cura.

Ci vide avvicendarsi le stagioni, dalla calura che prosciuga i pozzi, suscita i fuochi e fa maturare i frutti fino al gelo che imbianca e addormenta, per poi far ritorno a un carnoso stuolo di fiori nuovi che insanguinavano o indoravano campi e prati. Ci vide i ghiacci sciogliersi goccia su goccia e ruscellare giù in rivoli, profluvi e cascate e vide le acque prima giacere, quindi ribollire e sublimare in vapori che si sollevano verso le cime dei cieli. Da lì, una volta addensatisi, ridiscendevano a bagnare le terre sottostanti nuovamente liquefatti. Notò quel piccolo satellite – che fino ad allora aveva creduto essere stato messo lì solo per fatuo abbellimento – gonfiare e abbassare le distese d’acqua come un direttore fa con i suoni dell’orchestra. E gli parve cosa buona.

Un attimo dopo gli saltò agli occhi quella componente strana e brulicante che Dio gli riferì essere la vita: bestie di ogni razza, forma e stazza, dalla minuscola pulce all’imponente capodoglio, piante e arbusti e verdure dalle diverse consistenze e colori tutti quanti in continua crescita, semoventi e capaci, a partire dall’appaiamento di due di loro, di dare origine a esemplari sempre nuovi.

Per mari, terre emerse e aria il mondo di Dio appariva come un gigantesco, brutale pranzo di gala, le cui cucine di servizio giammai sospendessero le attività: il bruco banchetta con una foglia tenera e verde prima di finire in pasto al batrace, presto preda a sua volta della vipera strisciante che un grasso barbagianni, appollaiato su una rama, già adocchia concupiscente, preparandosi per tempo, non appena le ombre cominceranno ad allungarsi, a spiccare il volo e farne un ghiotto boccone. E così via e così via, fino a che anche il corpo del rapace non si adagerà esanime al suolo, buono per i vermi che lo restituiranno alla terra grassa, concime per fresche foglie tenere e verdi, che non tarderanno a ingolosire un nuovo bruco.

Quella festa movimentata e ininterrotta in cui a colpo d’occhio sembrava consistere la vita su quel pianeta nascondeva però il suo contrappasso, che Dio svelò essere la morte. L’una e l’altra non potendo sussistere in assenza della controparte, proprio come va per l’espirazione senza che l’inspirazione la preceda.

Tutto dava il senso di essere stato concepito in un dettagliatissimo equilibro. Il presentatore si congratulò per la precisione ingegneristica. “Quanto ci è voluto?”

E Dio, tirando su, coi pollici infilati nell’interno della cintola, le braghette comprate per la crescita, spiegò, con la massima tranquillità: “Non molto, sa?! Tutto sta nel trovare il programma giusto. Il mio l’ho chiamato Evoluzione. Una volta creato il software l’ho lanciato e… beh, il resto è venuto da solo.”

“Ma come funziona?”

“Semplice! Il segreto sta nell’incompiutezza.” A quell’affermazione, il Fiturgo lanciò uno sguardo tra  l’interrogativo e l’infastidito, “Nulla è perfetto nel sistema. Tutto deve continuamente cercare il modo di adattarsi agli incessanti cambiamenti. Facciamo un esempio: dal tavolo di Ipmil parte un sasso che centra il mio mondo sollevando, all’impatto, una coltre nera che oscura la luce e raffredda l’intero ambiente? Non c’è problema, il software è fatto per cercare nuove soluzioni. Gli esseri che non si adattano alle nuove impostazioni soccombono, gli altri prosperano. E il gioco è fatto.”

“Geniale!” azzardò il presentatore.

“Ma per far questo” proseguì l’inventore “c’è bisogno che le generazioni si susseguano, quelle nuove equipaggiate delle migliorie che appunto permetteranno loro di spuntarla sugli improvvisi cambi di scena.”

“E le generazioni precedenti?”

“Periscono. È proprio a questo che serve la morte, di cui già dicevo: senza quella niente vita…”

“E… le tue creature, dimmi, come la prendono? Non dispiace loro di dover sparire prima o poi a favore dei loro discendenti?”

Dio fece spallucce: “Nah! Nessuno di loro ne fa un dramma. Sembrano capire la situazione. Del resto, sempre meglio così che non essere esistiti affatto, no? La prendono… con naturalezza, ecco! A parte…” Qui Dio parve accigliarsi per un momento. I suoi bei occhietti vispi parvero farsi un po’ pensosi. Il laser sprigionato dalle pupille si affievolì per un momento.

“A parte?” lo incalzava il conduttore.

“A parte… quelli lì!” E col ditino indicò dei bipedi dall’aspetto indaffarato, che occupavano, in gruppi anche molto estesi, praticamente ogni angolo del progetto presentato al concorso.

“E chi sarebbero?” La curiosità del presentatore ne vinse la connaturata aplomb.

“Mah! Tra tutti i viventi fioriti sul mio mondo di certo sono i più strani, dico la verità. Possiamo definirli delle routine o moduli che a un certo punto si sono evoluti da altri esseri molto simili a loro, ma meno patetici. E da quando hanno iniziato a rendersi indipendenti mi sono un po’ sfuggiti di mano. Presi da soli sono deboli, lamentosi, incapaci, ma nonostante questo gonfi di un’ingiustificata autostima. Fatto sta che a lungo andare, facendo gruppo, si sono fatti piuttosto ingombranti. All’inizio li avevo presi come un side effect. Pensavo di debuggarli prima o poi, ma, a ripensarci, non sono privi di qualità. Se non altro è divertente osservarli mentre cercano a tutti i costi di farsi credere gli intelligentoni di tutto il creato. Ci si mettono talmente d’impegno, poveri tapini, che delle volte mi sembra quasi che si siano accorti di me. Sembra che si sentano osservati e si comportino così per farsi ben volere. Per diventare i cocchi della maestra…”

Dalla platea si levò una risata generale. Il divertimento prodotto non dispiacque a Dio, anzi lo coinvolse.

Anche il presentatore non nascondeva lo spasso: “Questa è davvero buona… Ma che mi dicevi riguardo alla morte? Che solo questi… piccoli insignificanti virus se ne dispiacciono?”

“Mmm, sì, stranamente sono gli unici a dolersene. Questo, come già dicevo, li rende piuttosto buffi. Però bisogna anche dire che questa grande paura che provano ha tirato fuori la parte migliore di loro. Vedete ciò che costruiscono? Quei segni sulle pareti che raffigurano esseri simili a loro? Quei suoni che escono da quegli strambi aggeggi che si costruiscono da soli, dentro i quali soffiano o che percuotono o strofinano e  tutto il resto? Ebbene, mi sarò pure fatto un’idea sbagliata, ma, a forza di esaminarli credo di aver capito che facciano tutto questo con l’unico vano scopo di sconfiggere la loro stessa inevitabile fine…”

“Poveri illusi! E, dimmi, non ti fanno mai un po’ di pietà?”

“Beh, ora non vorremo esagerare… In fin dei conti rimangono pur sempre niente di più che il fall out di un progetto per un concorso scolastico da scuole medie inferiori…”

Tutti i presenti assentirono in perfetta sincronia.

“Un’ultima domanda, a te come agli altri prima di te: che senso ha il tuo mondo, Dio? Quale ne è lo scopo?”

“Beh, mi pare chiaro,” replicò Dio con disarmante sincerità, “Vincere la gara!”

Forse è inutile aggiungere a chi fu assegnato il primo premio. La schiettezza del ragazzino fu soddisfatta (con grande disappunto di quello che era stato fino a poco prima il più papabile: Fiturgo infatti corse via dall’aula magna frignando e sbattendo dietro di sé il portellone antipanico).

Per consegnare l’onorificenza si scomodò niente meno che il presidente di giuria il quale, appuntandogli la coccarda sul petto minuto con uno dei suoi lunghi tentacoli, fece a Dio uno stringato ma sentito discorso: “Bravo ragazzo! Tutto sommato, questo è senz’altro il migliore dei mondi possibili!”

 

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