IL FOGLIO BIANCO DELLA CREAZIONE

PAOLO PICHIERRI

foglio-biancoChe la creazione sia un concetto culturale e non scientifico può sembrare una proposizione ovvia, ma forse non lo è nell’accezione che appare a prima vista. Generalmente il tema è ricondotto alla dialettica tra fede e scienza, tra la concezione di un essere creato e la concezione che sia impossibile affermare scientificamente il concetto di creazione e soprattutto di un Chi lo avrebbe creato essendo Esso stesso increato. Se osserviamo la questione da un altro punto di vista, a valle, la creazione, per essere tale, dovrebbe aver introdotto nel reale alcunché di nuovo rispetto alla totalità delle possibilità di tutto ciò che è o potrebbe essere venendo potenzialmente generato.

Per visualizzare, ecco un foglio. Il foglio bianco accoglie tutte le possibilità, prima che esse si realizzino. Nessuna creazione potrebbe essere surclassare o essere superiore a un foglio bianco perché sempre s’inscriverebbe nella somma infinita delle sue possibilità. Traslando il foglio bianco in una dimensione spaziale universale, il principio non cambia. Se qualcosa viene creata, è perché era possibile che lo fosse. Se qualcosa sarà creata, sarà perché è possibile che lo sia. La più ingegnosa, la più stupenda, la più sciocca, la più inverosimile. La somma di tutte le creazioni possibili è già compresa nella sfera della possibilità. Anzi la possibilità è la somma di tutto ciò che è possibile che abbia luogo, riferita non solo alle possibilità antropologicamente possibili, ma anche a quelle di ogni altra possibile relazione tra intelligenze non antropologicamente determinate, priva di una possibile fenomenologia, o dalla relazione tra sistemi a noi ancora o per sempre imperscrutabili. “Possibile” in questo senso va inteso non come ciò che è “possibile secondo la comprensione umana”, bensì come tutto ciò che può essere, come la condizione massimale infinita dell’essere. L’“essibile”.

Sul tavolo di lavoro, sulla scrivania, su un desk, nella sterminata letteratura la creazione è la rilevazione di una traccia che non ha precedenti storici. La novità è la sua caratteristica spiccata. L’abilità del demiurgo è stata quella di collegarne le trame, scegliendo tra le infinite possibili e mettendone a valore una funzionalità socialmente apprezzabile.  Ogni creazione, la più immensa, è un piccolissimo sentiero nel foglio bianco dell’essere.

Nel foglio bianco “Creazione” ed “essibile” coincidono perfettamente.

Smettono di coincidere quando su quel foglio si comincia a scrivere, ovvero si rileva/evidenzia una traccia. E’ il racconto ciò che separa la creazione dal creato, rompendo il silenzio assoluto. Quando la logica entra in campo, i termini “creazione” e “creato” sono già sullo stesso piatto: il discorso scientifico, da par suo, li valuterà in base alla loro verificabilità.

Il racconto teologico, nella sua obbligata declinazione metaforica, appena ha inizio, viola, interrompe, l’assolutezza del foglio bianco, l’“essibile”, in cui includiamo tutta le possibilità universali. La sua storia è subito gravata dall’ipoteca che riguarda la natura suprema del suo tema, in una sorta di peccato originale. Per distaccare il suo tema, il racconto deve rinunciare da subito all’assolutezza per procedere alla determinazione. Niente di nuovo in questo. La teologia si dedica così, con gradi storicamente variabili di consapevolezza, a una missione che la eccede e la surclassa. Anche questa sfida è nota. Il suo racconto non potrà mai essere vero in quanto logico o verificato, pur pieno di meravigliosi indizi, e si basa invece su un atto di fede legato alla relazione personale con Dio o discende piuttosto da una Grazia. Appena apre bocca, il foglio bianco della “creazione” come “essibile assoluto” è tradito. L’infinito, direbbe Hegel, diventa finito.

La fede e la teologia usano le parole della cultura – rinunciando al sillogismo apodittico – per descrivere agli uomini un racconto comprensibile. Un racconto che è doveroso è giusto, se è vero che il cristiano conosce nell’amore incarnato nella società umana e non nella logica. Il racconto della Creazione è un racconto per l’uomo, non per persuaderlo, ma perché la direzione stessa delle parole inciampa in una contraddizione logica tra creato e increato e la dimensione figurale diventa necessaria perché si possa intendere. Si deve per forza “rappresentare” in una forma che non è quella del linguaggio scientifico in senso stretto. La teologia è una scienza essa stessa, ma umana, rappresentazionale, figurale.

Di questo racconto della creazione siamo chiamati, anzi necessitati, a raccogliere lo spirito. Spirito è qui un termine importante. Quando si parla di un gioco, “lo spirito” del gioco indica la sua finalità, ma non soltanto. Il campo semantico di questo sostantivo è più alto. Lo spirito del gioco non indica solo “il fine” ma anche qualcosa che ha a che fare con l’atmosfera che si crea intorno a esso. Lo spirito è anche una sorta di “soffio vitale”, un’entità misteriosa che alimenta.

Per il racconto della Bibbia – e non so qui se il credente che è in me è influenzato dalla fede – questa parola Spirito va scritta con la ‘S’ maiuscola. Uno Spirito che sta tra fine e principio in una maniera misteriosa.

Sciogliere il Creatore dalla sua Creazione non ha senso, nel significato letterale della parola “senso”, in quanto non crea alcun presupposto logico-scientifico. È tuttavia un artificio necessario tanto quanto è necessaria l’articolazione di un linguaggio. Lo “spirito” di quel racconto è finalità – didascalica, rappresentativa – ma anche un insufflare, un motore.

Se il termine “creazione” riserva così tante difficoltà, al tempo stesso ha il pregio di offrire i margini per un chiarimento generale più netto. Il termine greco antico di genesi riporta a un orizzonte di minor discontinuità e assume un valore meno dirompente dal punto di vista ontologico. Prendiamolo tutto allora l’impatto di questo termine così scandaloso: creazione.

Il racconto della Creazione non è una metafora, ma “la narrazione” il cui “spirito” è assolutamente necessario alla lettera. Non è un gioco di parole. La lettera della Creazione coincide con lo spirito del racconto. Il Verbo (lettera) e lo Spirito. La relazione tra Creatore e creato è alimentata da questo spirito. Lo schema ternario che si prospetta avvicina i bagliori di un’Ascesa che eccede le forze del pensiero limpido e chiede soccorso alla poesia e alla preghiera.

Così i metodi di tutte le scienze dello scibile umano non sembrano in grado di dispiegare le infinite relazioni dell’essere, ma ne lumeggiano alcune  secondo principi inconfutabili, riconducibili in ultima istanza al principio di verificabilità. La verificabilità non ha tanto e solo un valore morale, ma energetico: solo ciò che è verificabile è riproducibile. Un’equazione e una formula sono valide in quanto possono essere riprodotte. Ma la verificabilità, al di là della sua importanza sociale,  è solo una delle condizioni salienti della conoscenza dell’essere per l’esistenza degli uomini. Infinite combinazioni dell’essere, nella natura e nella poiesis, in ciò che è prodotto di cultura, non sono state verificate o semplicemente la verifica non è rilevante ad alcun fine. Tutto ciò che non è riproducibile finisce in un gigantesco spam che – si potrebbe dire con il linguaggio della semiologia – confina in un ambito residuale tutta la comunicazione emotiva che non ha ottenuto un utile feedback dai destinatari. La letteratura con la ‘L’ maiuscola tratterrà nel suo almanacco tutto ciò che potrà avere una funzione sociale, economica, politica, culturale, nel senso di una “coltura” che utilizza sementi e processi industriali onde ricavare prodotti per una serie di differenti ragioni.

Al di fuori degli eventi che saranno in qualche modo ricordati, c’è la vita.

Che cosa resterà di me? Del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?

Le infinite traiettorie dell’essibile non saranno mai indagate che in minima parte, non basterebbero milioni di anni.

Se pensiamo il foglio bianco come un pentagramma bianco, immaginiamo quanto sono gli spartiti che si possono creare. Lo si può calcolare? Tutte le musiche possibili legate all’orecchio umano, alle frequenze percepibili. Un’equazione matematica potrebbe dirci quanti sono gli spartiti musicali possibili.

Differenti extra-antropologie di differenti percettori potrebbero dischiudere diverse forme di poiesis non comparabili con le arti come noi le viviamo.

Le intelligenze artificiali utilizzano sistemi di captazione dei dati che non sono solo più veloci; esse segnano già in parte un salto di qualità oltre che di quantità rispetto ai principi cognitivi umani. Potrebbero le intelligenze artificiali sovrastarci in chiave emotivo/organizzativa oltre che funzionale una volta “associate”, come robot, alla società umana? Potrà sorgere in qualche forma un’intelligenza artificiale dotata di errore o sentimento che si apre alla relazione prescindendo dalla memoria e utilizzando codici di non captazione, come sorte di stazioni aperte?

Nell’“essibile” dovremmo includere, accanto all’“esse est percipi” e alle capacità poietiche degli animali articolate su una scala di diversi gradi di consapevolezza, nuove forme di infra-creazione eventualmente estranee alle nostre capacità percettive e frutto di intelligenze artificiali o di diverse forme di intelligenza che sussistono altrove nel totale di ciò che noi chiamiamo il creato.

È possibile che intelligenze differenti siano in grado di risolvere del loro linguaggio e con i loro processi cognitivi il tema della creazione in modo superiore, grazie a trascendentali sghembi rispetto a quelli che noi conosciamo?

L’“essibile” guarda verso direzioni inenarrabili. Eppure la Creazione, il tema più trascendente, si rivela così umano, così antropologicamente determinato, da costituirne il confine precipuo, la frontiera qualificante.

Quest’emozione vibra, sottile come una filigrana, quando mi affaccio, davanti allo schermo, al foglio bianco, di fronte al suo abisso. I tasti ancora non toccati, una distesa placida in cui tutto giace, in cui tutti i segni sono già stati utilizzati, così come tutti colori insieme ricompongono il bianco. Il quel foglio nulla è stato ancora scritto, nulla è stato tratto, nulla è stato narrato e tutto sarà compreso.

Avverto solo – leggerissimo, impalpabile – quell’immenso, sbalorditivo, aurorale stupore di esservi.

 

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