MONDI CHE NASCONO NELLE PERIFERIE E NEL SUD DEL MONDO

PAOLO CASCAVILLA

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Esperienze di rigenerazione.

 

  1. Matera, vergogna nazionale e Olivetti il visionario

“Io guardavo passando e vedevo l’interno delle grotte, che non prendono altra luce e aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella. Si entra dall’alto, attraverso botole e scalette. Dentro quei buchi neri, dalle pareti di terra, vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento stavano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha, in genere, una sola di quelle grotte e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini e bestie. Così vivono ventimila persone…. Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie… Altri bambini incontravo, con i visini grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame, altri con le pance gonfie, enormi, la faccia gialla. Le donne mi invitavano a entrare in quelle grotte oscure e puzzolenti, i bambini sdraiati per terra che battevano i denti per la febbre, altri si trascinavano ridotti a pelle e ossa dalla dissenteria, altri con la faccia gialla…”

Carlo Levi descrive i Sassi di Matera con gli occhi della sorella, che era andata a trovarlo al confino in Basilicata. Nel 1945, l’uscita del libro Cristo si è fermato a Eboli, fu un “grido” e gli echi giunsero anche all’estero. Matera divenne una vergogna nazionale: miseria estrema, migliaia di famiglie in condizioni igieniche pessime, una mortalità infantile al 40%, un alto tasso di analfabetismo.

Ora a distanza di oltre 70 anni, Matera è capitale europea della cultura. La prima città del Sud.

Adriano Olivetti si interessò alla città lucana dopo la lettura del libro e su stimolo dell’amico Carlo Levi. Per Matera, città “simbolica” del mondo contadino, Olivetti prefigurò un intervento sociale, culturale e di risanamento urbanistico. In Basilicata trasferisce competenze e crea un fertile confronto tra progettisti, assistenti sociali, ingegneri, filosofi per ricostruire luoghi che diano dignità e cittadinanza alle persone.

Matera diventa un “laboratorio a cielo aperto” in cui lavorano giovani del luogo e professionisti esterni. Un progetto urbanistico partecipato, con abitazioni bianche, dal profilo semplice, e una comunità che fu sollecitata ed educata a pensare, attraverso la diffusione di riviste, l’istituzione di biblioteche, corsi di cultura popolare, attività sportive e ricreative. Un metodo di lavoro che intrecciava le competenze e le conoscenze, si sviluppava in modo interdisciplinare, mescolava utopia, creatività e pragmatismo. Il progetto subì un rallentamento e fu anche alterato rispetto allo spirito originario, ma l’attenzione verso la città di Matera, la modalità di affrontare il problema dei “Sassi” produsse, per merito di Adriano Olivetti, risultati positivi.

La Martella, così si chiamava il villaggio progettato per accogliere 200 – 300 nuclei familiari, fu il solo realizzato e nemmeno pienamente completato. Il progetto ebbe molti apprezzamenti, ma ci furono polemiche da parte della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. La prima contestava la scelta di aggregare i contadini assegnatari di terra, rispetto al modello dell’Ente di Riforma di tenerli in case sparse nei campi. L’aggregazione faceva paura! Il secondo criticava il ruolo delle assistenti sociali, troppo “presenti” nel consigliare e guidare le scelte culturali (libri, film…). Un modo per educare o meglio addomesticare, si diceva.

Nel 1956, al congresso dell’Istituto nazionale di Urbanistica, di cui era presidente, nell’intervento introduttivo Olivetti chiedeva un forte ampliamento degli spazi destinati ai servizi sociali e culturali, sia nella progettazione urbanistica, sia nei bilanci dello Stato, delle province, dei comuni, delle industrie, dei privati. “La civiltà di un popolo si riconosce dal numero, dall’importanza, dall’adeguatezza delle strutture sociali, dalla misura in cui è esaltato e protetto tutto ciò che serve alla cultura, e in una parola all’elevamento spirituale e materiale dei nostri figli: ma questo apparato sociale è ancora il privilegio di pochi. La marcia inesorabile verso il massimo profitto, salvo poche eccezioni, è ancora la regola più evidente della nostra economia”.

  1. Un quartiere pericoloso poi luogo di integrazione, creatività, tolleranza.

 “Fin dalle sue origini Hackney – inizialmente un piccolo borgo su una sola strada – era il rifugio dei non conformisti, immigrati, attori e artisti, ribelli, ora vi sono comunità di ebrei chassidici, afrocaraibici, turchi, curdi, asiatici”. Così inizia una guida di questo quartiere, che fino a una decina di anni fa era una delle aree più a rischio di Londra. Polizia ogni sera. Risse e accoltellamenti. Scontri etnici e intolleranza. Era chiamato: Murder mile, un omicidio ogni miglio.

Come è avvenuto il cambiamento in pochi anni? I concerti, i murales, la musica. Poi i parchi, le library (biblioteche), i centri per l’infanzia, le scuole, i pub…

Il delegato sindaco Jules Pipe (ora è stato chiamato dal nuovo sindaco Sadiq Khan a occuparsi di plannig e rigeneration per l’intera area metropolitana londinese), al termine di un lungo incarico, dice orgogliosamente che Hackney è il primo quartiere di Londra per diversità, creatività, tolleranza. Nel recente Referendum UE il 78,5% ha votato per rimanere in Europa. Aggiunge che nel suo incarico sono state create 6 nuove scuole, 19 nuovi centri per l’infanzia e la famiglia, nuove library e comunità giovanili. Per rigenerare un quartiere così complesso (il 60% della popolazione è immigrata) dice che è stato aiutato dall’intera popolazione. In particolare da quella giovanile carica di aspirazioni, da imprenditori creativi, da comunità di volontari e poi da dipendenti pubblici molto motivati.

L’amministrazione pubblica ha fatto molto nel sostenere l’accessibilità degli spazi pubblici (parchi, library, centri per le infanzia e le famiglie).

I parchi sono tanti ad Hackney: appena esce un raggio di sole o solamente non piove si riempiono di vita. Partite di rugby e di calcio (tra diverse etnie), chi fa yoga e chi fisioterapia, ci sono aree per bambini, non ci sono sorveglianti, ognuno è responsabile e i genitori lo sono dei figli. Il cimitero di Hackney, nato con l’aumento della popolazione londinese nell’Ottocento, e che ha accolto nel corso del tempo defunti di ogni religione e gli irregolari nella fede e nelle idee politiche, è ora una grande parco (Abney Park); continua a essere luogo di sepoltura ma è anche un luogo dove si passeggia, si fa footing.

La popolazione è di poco superiore ai 200.000 abitanti. Le library (biblioteche) sono 8, grandi e funzionali. Libri, fumetti, dvd… Prestiti a casa, prestiti per anziani, corsi di lingua per immigrati, incontri di lettura, corsi di scrittura. Decine e decine i computer a disposizione. Le ho viste sempre piene e frequentate, soprattutto da immigrati.

I centri per l’infanzia e le famiglie sono una trentina. Sono frequentate da donne con bambini piccoli, soprattutto immigrate, che spesso sono sole e non sanno che fare, dove andare. Lì incontrano altre mamme, possono lasciare i figli per seguire corsi di inglese, essere informate di tante altre opportunità. I bambini sono visitati da personale sanitario, lì trovano vestiti, giochi…Le vie della integrazione sono infinite. Questa nata dal basso, in modo cooperativo e con un forte investimento pubblico, pare funzionare. Si convive bene. Ho visto ebrei di una comunità chassidica ortodossa e musulmani (vestiti rispettivamente di nero e di bianco) recarsi il sabato verso la stessa direzione: i luoghi di riunione erano contigui. Per le strade tanti colori, donne con il velo e con il burka. E tanti odori. Una “rigenerazione” bella, quotidianamente sorprendente. A questo clima partecipano anche le chiese, che hanno ampi spazi a disposizione, i privati, i pub, dove non si beve solo birra, ma si ascolta tanta buona musica. Si esibiscono anche gruppi italiani. Possono dire di avere suonato a Londra! E poi i piccoli teatri con una cinquantina di posti, spettacoli di un buon livello.

Tutto bene, quindi? Ci sono effetti collaterali. La rigenerazione fa arrivare i ricchi e aumentare il prezzo delle case e degli affitti. È  la cosiddetta gentrificazione. E gli abitanti storici rischiano di andare via. Per ora con un po’ di accortezza il costo della vita è sostenibile.

 

  1. Visioni belle e virtuose

In una città dell’Oriente c’erano grandi disordini. Lo sceicco prova vari espedienti. Nuove leggi. Ma niente da fare. Rafforza i controlli. Ma non aiutano. Dare premi e castighi esemplari… Alla fine si incontra con degli artisti i quali gli chiedono di poter lavorare nella moschea, ma nessuno deve vedere che cosa stanno facendo. Passano i giorni e le settimane. Lo stesso sceicco è ansioso e preoccupato. Alla fine i tre artisti dicono allo sceicco di far entrare i cittadini nella moschea. Quando escono sono silenziosi e pensierosi, poi iniziano a parlare tra loro. Dentro hanno visto la città bella, la città virtuosa. Lentamente nei giorni seguenti quelle visioni producono dei cambiamenti.

Un professore dell’Università Cattolica di Milano, Marco Grazioli, racconta che a New York, in una piattaforma della metropolitana, vede tre ragazzi che con i loro spray “lavorano” su un muro. Si ferma a guardarli e poi uno di quelli chiede: “Da dove vieni?” “Italia”. “Ah Lorenzetti! Il buon governo. Qui stiamo facendo la stessa cosa”. “Sei mai stato a Siena?” “Non ancora, non ho i soldi, mi pagano troppo poco”. Lorenzetti: Siena, Il buon e il cattivo governo. Il buon governo presenta vie affollate di mercanti, botteghe dove si lavora, una scuola, fanciulle che giocano, nuove case che si costruiscono. L’impressione generale è di benessere, laboriosità. Nel contado, filari di piante, fattorie ben tenute, contadini al lavoro e mercanti e viaggiatori che sicuri si muovono lungo le strade. Il cattivo governo ci mostra case bruciate, edifici e botteghe abbandonate, solo un fabbro lavora e costruisce armi, soldati per le strade e lo stesso per il contado. Il bene comune nasce dalla concordia, la concordia dalla giustizia, la giustizia dalla sapienza.

Quei ragazzi stavano scrivendo la loro visione del mondo, quel melting pot che si trova per le strade della metropoli americana. Lo facevano con semplicità, ingenuità, entusiasmo e con gli strumenti espressivi che conoscevano. Come il grande murales (vedi foto) pieno di colori, di facce, di strumenti musicali di Hackney, dove tutti i gruppi etnici e sociali, i giovani, le donne, docenti, operatori sociali e sanitari… tutti insieme hanno costruito visioni di futuro.

La rigenerazione possibile

  1. Sogni e aspirazioni

Che cosa sarebbe della vita se Il peso dell’imperfezione, dell’insopportabile non trovasse pensieri di un possibile superamento? Chi non ha mai sognato una vita migliore? Non verso un futuro perfetto, ma verso un futuro possibile?

“La vita di tutti gli uomini”,  scrive Ernst Bloch, “è attraversata da sogni a occhi aperti, una parte dei quali è solo fuga insipida, anche snervante, anche bottino per imbroglioni; ma un’altra parte stimola, non permette che ci si accontenti del cattivo presente, appunto non permette che si faccia i rinunciatari… Non c’è mai stato un uomo che abbia vissuto senza questi sogni, ma l’importante è conoscerli sempre meglio e così mantenerli verso la direzione giusta, senza che ci ingannino ma in modo che anzi ci aiutino”.

Non ci sono più le grandi utopie che elaboravano disegni per cambiare il mondo in senso più giusto, trasformando il modo stesso di vivere insieme, e vita asfittica hanno anche le riforme che si propongono di aggiustare le cose perché la vita dei viventi oggi non distrugga quella dei viventi futuri.

Oggi vi è il dominio di un gruppo di idee: Facebook, giovanilismo, comunicazione, consenso, specializzazione dei saperi, fede acritica nello sviluppo, produzione continua di merci; la società è un meccanismo con il pilota automatico, con una paura continua che gli equilibri siano alterati. Se invece di sostituire il mondo si accettasse il compito più saggio di aggiustarlo? Emerge la necessità di una nuova famiglia di idee: rigenerazione, riuso, condivisione. Invece che l’uomo massa, il gruppo, la comunità, le relazioni. Una maggiore cura del tempo. A una comunicazione invasiva dare spazio al silenzio e a una informazione più profonda. Coltivare una idea di finitezza e su questa far crescere l’etica e la politica, le aspirazioni possibili (A. Tagliapietra).

 Papa Francesco propone altre parole, che possono affiancarsi a quelle citate: misericordia, cura, empatia, consolazione, tenerezza, carezza. Le beatitudini come “nuovi comandamenti”.

Di aspirazioni parla l’antropologo Arjun Appadurai. Non sono sogni, ideali, utopie. Sono desideri disciplinati e realistici, raggiungibili da una comunità, che si impegna con pazienza e determinazione. Coltivare aspirazioni è essenziale per la democrazia e chiama in causa la partecipazione delle persone a dare forma e significato alla società e al suo futuro. Bisogna partire dalle condizioni sociali, dalla vita quotidiana delle persone, conoscere le risorse e soprattutto i vincoli per poter prefigurare il futuro.

Le aspirazioni per disegnare un cambiamento possibile e un futuro realistico crescono in un lavoro collettivo; sono coinvolti protagonisti eterogenei che devono acquisire la capacità di esprimere ciò che desiderano, avere la voce (voice) per discutere, protestare, partecipare. La voce, prima che una virtù democratica, è un’attitudine culturale e comporta un repertorio di strumenti linguistici, metafore, forme organizzative, ironia, autoironia e uno spirito “carnevalesco”. Aspirazioni e voce sono alleate e si rinforzano a vicenda.

Le aspirazioni contribuiscono a dare al presente la sua coloritura. Chi aspira a qualcosa è più vigile di chi non aspira, è attento alle opportunità, alle informazioni, come lo è chi ha un’idea o un progetto in testa, chi cerca lavoro rispetto a chi si è rassegnato.

Nell’Occidente lo sfondo su cui le persone hanno collocato le proprie aspirazioni è stato fornito dall’idea del progresso. Oggi l’idea del progresso è caduta in crisi e la contrazione delle chances, l’incertezza richiedono una sorta di flessibilità delle aspirazioni, esercitare la pazienza e guardare a nuovi obiettivi.

Costruire aspirazioni collettive è difficile anche per la presenza e/o permanenza di sentimenti e comportamenti “disturbanti” (invidia, rancore, pratiche clientelari, scarsa fiducia nelle regole) e per la consistenza di un multiforme immaginario televisivo e massmediale.

La democrazia funziona quando le persone sono attive senza dipendere dallo Stato o dal Comune. Nel senso che rispetto alla organizzazione della vita si muovono da sole, con i familiari, i vicini, gli amici e sono capaci di autogovernarsi. Magari chiedono ai funzionari pubblici come fare, sapere quello che c’è, se ci sono aiuti, quali le opportunità.

Alla presentazione del nuovo servizio di integrazione scolastica dei disabili dell’Ambito sociale di Manfredonia, alcune famiglie beneficiarie si sono autonomamente organizzate per portare i figli in piscina o alla Foresta Umbra. L’occasione era offerta dalle possibilità di incontro create dal nuovo servizio; conversazioni prima informali e poi coinvolgimento: chi metteva a disposizione e che cosa, chi accompagnava, quale era il grado di autonomia dei figli, come coinvolgere altre persone.

Per comprendere le esigenze delle giovani famiglie i servizi sociali dello stesso Ambito hanno elaborato un questionario: “La città che vorrei, la famiglia che vorrei”. Le risposte sono state seicento su mille questionari distribuiti ai genitori dei bambini dell’asilo nido comunale e delle scuole dell’infanzia. Il 95% chiedeva percorsi sicuri casa – scuola. A rispondere prevalentemente giovani mamme. Su questa richiesta è possibile elaborare un progetto di autonomia per recarsi a scuola e di sicurezza per i bambini di giocare all’aperto.

  1. I luoghi informali.

La democrazia ha bisogno di conversazione e di virtù civiche. La vita civica richiede ambienti in cui la gente possa incontrarsi su un piano di parità. I luoghi informali (bar, mercati, piazze…) contribuiscono a quel genere di conversazione a ruota libera sulle questioni della città, di cui si nutre la democrazia. Il vantaggio di questi luoghi è che si possono vedere altre persone oltre l’orizzonte della famiglia e degli amici, persone normali che si dedicano a un ideale, a impegni di amore e cura per gli altri. Persone con figli disabili, altre che aiutano gli anziani… Sono i luoghi informali quelli che offrono di più, luoghi dove non vi è gerarchia o quel poco che vi è si fonda sulla capacità di rispettare le norme del vivere civile. Non l’Ufficio, l’Ospedale, la Scuola … dove vi sono sempre ruoli definiti.

I luoghi informali possono promuovere il vivere civile senza sbandierarlo, permettono di parlare senza restrizioni, se non quelle imposte dalla conversazione. In questi luoghi sono apprezzati l’umorismo e le forme verbali creative. La conversazione è più disinibita e teatrale, come si vede nei cortili, nel vicinato, nelle sale dei barbieri o dei parrucchieri, nei piccoli negozi, dove le informazioni circolano veloci, tra ironia e paradossi, uno spaccato di abitudini e giudizi, ma anche molto buon senso. Sono anche i luoghi dove vi è più irriverenza per chi fa osservazioni inappropriate e pretende tempi di ascolto eccessivi.

Luoghi informali interessanti sono i mercati all’aperto, gli spazi o i cortili davanti alle scuole, i luoghi di attesa negli Uffici pubblici, nell’ospedale, nei luoghi di cura…

La decadenza del dibattito pubblico è l’aspetto più preoccupante nella vita di una città. L’esigenza di informazioni affidabili è guidata dalle domande che nascono durante le discussioni. Solo sottoponendo le nostre idee all’esame del dibattito comprendiamo cosa sappiano di quell’argomento o cosa dobbiamo ancora imparare. Finché non dobbiamo difendere le nostre opinioni in pubblico, esse restano opinioni. La discussione è rischiosa e imprevedibile, quindi è fortemente educativa, spinge a cambiare punto di vista, richiede una buona dose di immaginazione, allarga il raggio del dibattito, stimolando tutti ad articolare il pensiero, a coltivare i toni, le parole, l’eloquenza.

La modalità informale appartiene a tutte le comunità e popoli della terra e, dice Richard Sennet, è una buona maniera per entrare in contatto con le differenze culturali, senza regole di comunicazione prestabilite. I modi informali sono aperti e naturalmente cooperativi, e le differenti parti traggono tutte beneficio dalle possibilità di scambio che si offrono.  “Gli uffici e le strade diventano inumani quando vi dominano la rigidità, l’utilità e la competizione; diventano umani quando al loro interno vengono promosse interazioni informali, aperte e cooperative”.

  1. Periferie

Per rigenerare le periferie servono luoghi di scambio informale, più che centri strutturati: luoghi di relazioni, di persone che si incontrano, dove possano scattare scintille, domande. Nelle periferie occorre assicurare informazione, comunicazione e un cantiere leggero per attività rivolte ai bambini e ai giovani. Si può ridare senso all’abitare con il sostegno di una architettura, che non ha soluzioni già pronte, ma è disponibile a cercarle insieme ai residenti. Una architettura capace di intervenire con poco, aperta a ogni sollecitazione, con una idea di bellezza che mescola gli aggiustamenti e accetta le imperfezioni (Renzo Piano).

A Roma una scolaresca commenta la visita ai grandi palazzi del centro: “che tristezza i bambini che vivono qui, senza spazi per giocare all’aperto”. Per loro la bellezza è libertà di movimento. A volte vedono il bello dove nessuno lo vede. La scuola può fecondare e valorizzare i pochi spazi, può stimolare i bambini almeno a uno sguardo autonomo e a criticare la gestione del territorio degli adulti.

Lo spazio pubblico non è definito, ma è in continua trasformazione, vive nella cura e manutenzione degli abitanti. Dalle periferie potrebbe venir fuori un messaggio e una nuova idea di città, luogo delle relazioni: “Parla e io posso vederti, ascoltarti, risponderti”. Ascoltando e parlando con gli altri è possibile migliorare la vita nella città.

  1. Cura dei luoghi

Sono necessari i luoghi dove ci si può incontrare, dove si può sostare. “Passeggiare, mangiare, chiacchierare, spettegolare. Per la vita della città sono enormemente importanti quei luoghi dove si può chiacchierare” (James Hilmann).

Luoghi dove manifestare le proprie emozioni, che se impedite diventano ansia, rabbia, paura.

Vicino a un distributore di bevande, al bar, al mercato si racconta quello che succede e quelle chiacchiere sono la vita stessa della città… chi ha visto chi, dove, cosa c’è di nuovo, cosa succede….

Non bastano le grandi opere pubbliche, palazzi, musei, auditorium, teatri, centri polivalenti per far bella una città. Viene ritenuta importante la costruzione di una grande opera e non il lavoro per ritessere il tessuto sociale e ampliare la coesione, attraverso la cura e la fruizione dei luoghi.

I cortili degli antichi palazzi, gli spazi interni alle scuole possono essere riqualificati anche con interventi di genitori, alunni, docenti. Vi sono però funzionari, dirigenti, docenti, persone che non riescono a concepire il luogo di lavoro, e anche il luogo dove i ragazzi crescono e imparano, come un luogo bello e armonioso. Hanno una visione dimidiata tra lavoro e ozio, dovere e piacere, non priva di conseguenza sulla qualità del servizio.

Nemico della bellezza è il gigantesco, l’enorme, l’evento che assorbe energie e risorse.

L’enormità è figlia del Dio dell’onnipotenza e onnipresenza e non della bontà, della bellezza, della misura.

Nella Teogonia di Esiodo il conflitto per reggere il mondo vide contrapposti i Titani (nati dal Cielo e dalla Terra) e gli dei Olimpi. Furono questi ultimi con Zeus, che aveva sposato Metis (la prudenza, la saggezza) a vincere e a cacciare nel Tartaro i Titani, che credettero che la loro immensa forza fisica avrebbe potuto facilmente trionfare. I nuovi dei, l’ordine, la giustizia, le Muse, le Grazie vengono al mondo solo quando il titanismo è sconfitto, tenuto a bada. L’immaginazione, la creatività legata al senso del limite ha modo di svilupparsi solo quando l’eccesso è circoscritto.

 

  1. Il valore della vulnerabilità

Una comunità non è possibile quando vi è un modello precostituito e schematico di comportamento, quando vi è la convinzione che non ci sono alternative e che i problemi sono irrisolvibili, ma quando ci sono forme di revisione, autoesame, auto critica. Si tratta di pensare ogni comunità, ogni realizzazione o forma di coabitazione umana “vulnerabile”. Una vulnerabilità in sintonia con quella della condizione esistenziale e di una mortalità intrinseca di tutte le creazioni umane, dalla quale derivano i tentativi per aggiustamenti, adattamenti e trasformazioni.

È  la mortalità della persona a fondare la possibilità della trascendenza e quindi di ogni valore. “Per ognuno di noi – dice Hans Jonas – sapere che resteremo quaggiù per un tempo limitato e che la nostra vita ha un termine non negoziabile può anche essere uno sprone necessario a contare i nostri giorni e a farli contare”. Per questo tutti i giorni sono importanti e un singolo giorno non è uguale a quelli precedenti.

Se eliminiamo la morte, dobbiamo eliminare la procreazione, perché quest’ultima è la risposta della vita alla morte. Se non ci fosse la morte avremo un mondo di anziani, saggi, che potranno non commettere errori, ma non ci sarebbe la sorpresa di coloro che vengono alla vita e che prima non esistevano. Non ci sarebbe lo stupore e la curiosità di coloro che vedono il mondo per la prima volta e con occhi nuovi. “Questo cominciare-sempre-di-nuovo, afferma ancora Jonas, conseguibile soltanto al prezzo del finire-sempre-di-nuovo, può raffigurare bene la speranza dell’umanità, la sua salvaguardia dall’affondare nella noia e nella routine, la sua chance di conservare la spontaneità della vita”. È  la vita non solo personale, ma delle comunità che nascono e muoiono al loro interno che permettono di conservare giovinezza e creatività. Questa consapevolezza del limite porta ad amare la vita aperta a diverse opzioni, ad assumere dei rischi e a prendere atto che nessuna scelta, nessun progetto per quanto sembri perfetto vale per sempre. La durata delle cose umane deriva da elementi transitori e destinati a essere messi in discussione. Accettare la mortalità significa interrogarsi, mettere in discussione, negare una base duratura e un fondamento immortale alle istituzioni.

  1. Le nuove idee e i giovani

Ci servono idee che siano capaci di farci capire il mondo e il senso delle cose. E queste idee devono essere comprensibili. Se non lo sono ci si sente come in terra straniera, senza mappe, indicatori o segnali. Capita a tutti quello che capita agli alunni che non capiscono quello che viene detto o spiegato. Il senso di estraneità procura fastidio, irritazione, sofferenza, gesti di sfida, rifiuto.

La democrazia e le aspirazioni hanno bisogno di giovani, di ragazzi portatori di nuove idee, capaci di immaginazione e di confronto critico. Qualunque cosa buona e pensata nel passato finisce per non esserlo oggi. Qualunque cosa buona oggi può essere domani un veleno. Unica possibilità per sbagliare di meno è la discussione, accettare altri punti di vista, non farsi condizionare dalle idee dominanti.

La democrazia dipende dalla capacità dei cittadini di essere sovrani. Non è facile essere sovrani, non è facile divenirlo o restare sovrani. Non vi è democrazia senza cultura civica, che va alimentata da informazioni e conoscenze accessibili e comprensibili per l’intera cittadinanza.

Pochi conoscono il Green Paper, un testo che nemmeno è stato tradotto in italiano. Si parla della possibilità di conferire alle persone diritti di partecipazione fin dalla nascita. In sostanza i genitori dei bambini potrebbero esercitare il diritto di voto fiduciario fino a quando i figli non raggiungano la maturità stabilita dalla legge nazionale. Come fare? I genitori dovrebbero ascoltarli? Informarli sulle scelte? È  scontato che i dubbi siano tanti. Se i genitori con figli avessero un voto più “pesante”, forse potrebbero eleggere rappresentanti più sensibili e responsabili per i diritti delle generazioni future.

Servono persone capaci di leggere, comprendere, elaborare, interpretare i bisogni, trovare soluzioni e proporre nuove “configurazioni della realtà”. Intelligenza collettiva è la moltiplicazione di queste capacità, che può avvenire con lo scambio e la circolazione delle conoscenze. È  la principale ricchezza di una organizzazione culturale, di un ufficio, di un Ente, di una comunità, dell’umanità. Ogni impresa e organizzazione, se vuole competere, deve abbandonare il verticismo e la centralizzazione delle decisioni, che deresponsabilizzano, e favorire il coinvolgimento e la partecipazione (Rosanna Celestino).

Spesso negli apparati burocratici dominano forme organizzative che lasciano deperire risorse in termini di competenza; in sostanza si tende a sottrarre e a dividere e non a moltiplicare le intelligenze. Si premia la fedeltà a gruppi e persone e non la lealtà istituzionale e la competenza.

Si tratta di passare da un approccio gerarchico a uno collaborativo, che non è un semplice spostarsi verso forme più democratiche, ma l’assunzione di un atteggiamento consapevole dei limiti delle conoscenze possedute, per cui non ci siano più gli esperti, unici titolari di competenze rispetto a un dato problema, ma persone che conoscono le procedure e sono, altresì, pronte al confronto e a imparare anche dai cittadini.

 

  1. Innovazione

Le città non sono solo una concentrazione di individui, ma un ambiente complesso e ricco di relazioni che possono favorire, in un clima di fiducia e di scambio, la creazione di nuove idee e nuovi modi di lavorare e di fare impresa. L’interazione tra imprenditori, tecnici, operatori a qualsiasi livello tende a generare nuove opportunità di apprendimento, che vanno a beneficio dell’innovazione. “Stare tra persone intelligenti – sostiene Enrico Moretti – ci rende più intelligenti, più innovativi e più creativi. Operando in contiguità geografica, gli innovatori rafforzano reciprocamente il proprio potenziale creativo e accrescono le proprie possibilità di successo”.

Insomma stando vicino si genera un flusso di conoscenza e diffusione del sapere, di interazioni e scambi di informazioni. La distanza geografica sembra inibire il flusso delle idee persino all’interno di una stessa azienda. Nei grossi centri ci sono luoghi dove è possibile studiare, fare ricerca, progettare, e lì (nella stessa stanza o nella stanza a fianco) ci sono altre persone, che lavorano nei settori più diversi, ma con cui si condividono momenti di pausa, di ricreazione e anche naturalmente scambio di idee. Si comunica via mail, per telefono, ma le migliori idee vengono quando meno te l’aspetti: a pranzo, al tavolo di un caffè, in una partita a tennis, durante una passeggiata. “La ragione – continua Moretti – è chiara: il telefono e la posta elettronica sono ottimi strumenti per trasmettere informazioni e portare avanti un progetto di ricerca una volta che gli spunti creativi fondamentali abbiano visto la luce, ma non sono certo la maniera migliore per farli scaturire. Le nuove idee nascono in modo misterioso e imprevedibile da una interazione libera e sciolta”.

L’immaginazione, la creatività non sono un lusso, ma una funzione importante ed essenziale della nostra mente di adattarsi all’ambiente, di guardare il mondo, di comprendere gli altri; non sono appannaggio di poche persone specializzate, ma attitudini comuni di ogni essere umano e di ogni età per orientarci nel mondo.

La città del futuro? Quelle abitate con una prospettiva partecipata e in grado di usare tecnologia e creatività. Smart city – Citta intelligenti, dove le tecnologie digitali e le reti sociali – animate dai cittadini – cooperano per migliorare la qualità della vita. Le tecnologie digitali possono aiutare a trovare più efficacemente e rapidamente risposte, soluzioni, servizi. Oggi è possibile che la città “fisica” possa parlarci, l’ambiente intorno a noi possa dirci come si trova, come vive, come viene trattato e noi possiamo orientarci di conseguenza. Possiamo avere informazioni importanti e significative dell’ambiente in cui ci troviamo (il nostro quartiere, l’area vicino alla scuola di nostro figlio, le strade che attraversiamo) e sviluppare comportamenti consapevoli. La possibilità di ricevere notizie, per esempio sulle emissioni nell’aria di anidride carbonica, può spingere a cambiare abitudini. Cambierà il mondo intorno a noi? Si ridurrà il traffico? In altre città europee, anche grandi e complesse, ci sono riusciti. Pur con un clima rigido, con la pioggia e la neve, le strade si riempiono di migliaia di ciclisti. Ce l’hanno fatta in pochi anni. La città intelligente non può esserci senza cittadini consapevoli e competenti. E questo vuol dire anche ripensare il percorso formativo e affrontare la complessa relazione tra apprendimento formale e capacità di fare e operare.

 

  1. Welfare generativo e promotore di sviluppo.

Il welfare è la casa comune, dove siamo protetti, sostenuti nei momenti di difficoltà, aiutati a ripartire. La crisi del welfare interroga sul senso complessivo della convivenza sociale e richiede di affrontare due sfide: superamento dell’assistenzialismo con la promozione di uno sviluppo tanto economico quanto umano, e l’attuazione di politiche promotrici di giustizia, in grado di affrontare la questione più importante di questi tempi: le disuguaglianze.

Nelle politiche sociali occorre mettere al centro la soggettività delle persone, la loro responsabilità, rafforzare i poveri a essere partner nel disegno di uscire dalla povertà, a disporsi nei confronti del futuro in modo attivo, a non vivere alla giornata. Una nuova immagine di povertà è l’impossibilità di “aspirare” e questo non è dovuto a un deficit cognitivo, ma a una diminuzione dello spazio sociale in cui si formano i bisogni. Perché si possa parlare di capacità di aspirare è necessario che nella vita delle persone povere entrino a far parte soggetti e gruppi che consentano la formazione di un terreno di elaborazione collettiva.

Il benessere, la felicità derivano per una parte minima dal singolo individuo; se questo è vero occorre educare le persone a condividere i problemi con gli altri, consapevoli che lo star bene deriva dal soddisfacimento dei beni materiali, ma anche da quelli relazionali. L’area della relazione sociale che si crea è forse più significativa dello scambio dei beni materiali. È  l’idea di un welfare che è legame sociale. Non riesce ad affrontare le sfide del futuro una società in cui si affievolisce il senso di fraternità, la gratuità, il legame con il territorio.

Il nuovo welfare presuppone un profondo cambiamento culturale: tutta la società deve considerare i portatori di bisogni anche come portatori di conoscenze e di risorse.  E quindi investire sulle reti sociali, sulla qualità della convivenza quotidiana, la partecipazione associativa, le relazioni con e fra i cittadini, la promozione di un sano protagonismo dei tanti attori presenti nella comunità.  Partendo dal principio che fare del bene al prossimo significare chiedergli qualcosa in cambio. Si fa del bene solo se mettiamo una persona in condizione di realizzare la sua umanità in una rete di relazioni interpersonali. E quindi favorire processi di inclusione, pari opportunità, percorsi di dignità. Fondamento di questo nuovo approccio è la consapevolezza che alcune carenze e debolezze (povertà relazionali, mancanza di autostima) sono persino più importanti di quelle monetarie.

È  giusto riscuotere diritti individuali cui non corrispondono doveri di solidarietà? È  giusto consumare risorse pubbliche “in privato” senza rigenerarle per altri? Le istituzioni dopo avere raccolto risorse con la solidarietà fiscale, devono evitare che siano consumate da “aventi diritti senza doveri”. Si deve chiedere a tutti, anche a coloro che sono aiutati, di valorizzare le proprie capacità. Le potenzialità del welfare generativo possono favorire il passaggio dai diritti soltanto individuali a diritti realmente sociali.

Generativo è chiunque investe nel futuro. È  il docente che non si lamenta dei suoi allievi, ma rivede il proprio sapere, l’amministratore comunale che si pone come punto di aggregazione delle risorse ed energie di un territorio, l’operatore sociale che si guarda intorno per individuare persone che possano accompagnare le famiglie fragili, una mamma che accetta di praticare l’arte difficile dell’affido. Generativo – scrivono Magatti e Giaccardi –  è lasciarsi sorprendere, meravigliarsi della nascita di una idea, di una sinergia. È  valorizzazione delle persone, capacità di stabilire alleanze, sapere resistere e saper trasformarsi. Generare è il verbo di chi non sta chiuso in se, ma si riconosce in relazione. Arendt: “Con le parole e con l’agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo inserimento è come una seconda nascita”. Rilke paragona la creatività alla gravidanza: nasciamo provvisoriamente e solo a poco a poco andiamo componendo la nostra vita e nasciamo ogni giorno più definitivamente.

  1. L’immaginazione e lo sguardo estraneo.

Nel freddo refettorio di un convento sconsacrato del campo di prigionia di Grjazovec con migliaia di prigionieri polacchi, in Unione Sovietica, un gruppo di ufficiali nell’inverno 1940-1941 decisero di utilizzare le competenze di alcuni degli internati per tenere conferenze di argomento storico e letterario, per aiutarsi reciprocamente a superare lo sconforto, l’angoscia, e a preservare le menti dalla “ruggine dell’inattività”. Jozef Czapski (1896-1993), parlò della pittura e letteratura francese a compagni di prigionia esausti dopo una giornata di lavoro all’aperto, con temperature fino a 45 gradi sottozero. “La gioia di poter condividere uno sforzo intellettuale ci dimostrava come fossimo ancora capaci di pensare e di recepire stimoli mentali completamente estranei alla nostra realtà contingente”. Una strana scuola clandestina che permetteva di “far rivivere dentro di noi un mondo che allora ci sembrava perduto per sempre”. In sostanza le ore trascorse con Proust e Delacroix ci hanno aiutato “a sopravvivere in quegli anni passati in Unione Sovietica”.

La crisi di cultura e identità che colpisce le società occidentali e che le sta scuotendo dal profondo deriva da una visione utilitaristica “che taglia fuori l’immaginazione e il pensiero, che marchia come insignificante la passione per la conoscenza”. La conoscenza immaginativa non spinge fuori dal mondo, è pragmatica. “Ci aiuta – scrive  sempre Azar Nafisi – a modellare la nostra idea di mondo, e il posto che vi occupiamo; influenza la nostra capacità di scelta. Politici, educatori, imprenditori: siamo tutti condizionati da questa visione o dalla sua assenza”.

La conoscenza immaginativa è indispensabile per la formazione di una società democratica. L’immaginazione, le idee, i libri, i film aprono una finestra sulla complessità e la diversità del mondo, ci fanno capire persone che hanno vite molto diverse dalle nostre. Se ne abbiamo tanto bisogno non è per fuggire dalla realtà; è perché abbiamo bisogno di farvi ritorno con occhi rinnovati o, come avrebbe detto Tolstoj, “ripuliti”. L’immaginazione non offre un rimedio alla miseria, alla mancanza di un tetto, o all’ingiustizia, alla sofferenza, ma ha una voce che svela le cose e spinge a non accettarle come sono.

A livello letterario gli effetti dello straniamento vengono soprattutto da Tolstoj, un espediente per delegittimare abusi e poteri a ogni livello: politico, sociale, religioso.

Nel racconto Kholstomer gli eventi sono narrati da un cavallo e le cose sono comunicate come sono percepite dall’animale. Dopo la scoperta dell’America, il selvaggio insieme al contadino o agli animali, offrirono un nuovo punto di vista, da cui guardare il mondo, con occhio distaccato, straniato.

I soggetti che apparentemente capiscono meno, non conoscono i rapporti tra le cose, sono ingenui, pieni di meraviglia, vedono contraddizioni che altri non notano.

È  un meccanismo che Tolstoj ha imparato da Voltaire e dall’illuminismo. E cioè attuare uno sconvolgimento della percezione abituale della realtà per sottolineare aspetti nuovi e inconsueti, quella capacità di stupore che prende i bambini, e anche i folli, gli immigrati.

Nelle Lettere persiane, Montesquieu immagina che due giovani giunti dalla Persia siano in viaggio nella Francia agli inizi del ‘700 e scrivano a due amici nel loro paese. Posano il loro sguardo straniato e acuto per svelare l’artificio delle relazioni, dei rapporti umani e il conformismo sociale e politico: cose ovvie per noi, ma per loro assurde e grottesche. Ci aiutano a vedere le cose in altro modo. I pamphlet, come “Le lettere persiane”, e lo sguardo estraneo hanno creato un altro modo di vedere, un’altra cultura che è alla base dei grandi mutamenti rivoluzionari che hanno portato alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789.

Non è un tecnica letteraria, ma un modo per raggiungere, come aveva scritto Marco Aurelio, “le cose stesse e penetrarle fino a scorgere quale sia la loro vera natura”, fino a “denudarle e osservare a fondo la loro pochezza e sopprimere la ricerca per la quale acquisiscono tanta importanza”.

Lo straniamento è un antidoto efficace contro il rischio cui siamo esposti tutti: dare la realtà per scontata. Invece si tratta di sollecitare le critiche, predisporre organismi e occasioni per rapporti dialettici, confronto con chi è portatore di idee ed esperienze diverse; e soprattutto non creare intorno a sé una piccola corte.

A volte a farci pensare può servire un libro, un film, Il teatro, una passeggiata, un incontro inatteso. Ma è il lavoro continuo con l’immaginazione che aiuta.

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