ALLA FINE DI UN SOGNO STORICISTA

RICCARDO DAL FERRO

OnSycMOp

Stanotte ho sognato di poter prevedere, sulla base delle mie conoscenze storiche e filosofiche, tutto ciò che accadrà nei prossimi dieci anni. Fortunatamente poi mi sono svegliato tutto sudato.
Quant’è forte la tentazione di poter utilizzare le proprie competenze per avere chiaro quello che avverrà di noi e del mondo tra qualche giorno, anno, decennio? La tentazione è forte perché il futuro è l’incognita che tutti condividiamo e sulla quale ogni essere umano, nessuno escluso, cerca di capire qualche cosa di più, fallendo miseramente ad ogni occasione.
Questo avviene perché il tempo è un elemento assai strano, ma ancora più strano è il rapporto che noi intratteniamo con esso: se la strada che porta dal passato al presente è una sola, quella che porta dal presente al futuro è una diramazione pressoché infinita di possibilità (la maggior parte delle quali terribile). E questa asimmetria ci spinge a credere che il futuro sia come il passato, e così come posso vedere il sentiero unitario alle mie spalle, potrò allo stesso modo osservare il sentiero che si dispiega diritto davanti a me.
Questo è il grande sogno hegeliano e marxista del materialismo dialettico: individuare le forze intrinseche allo svolgimento della storia per poter dispiegare un’interpretazione che possa prevedere ogni eventualità futura. Per Hegel quella forza era lo Spirito: essendo l’uomo misura della storia, in quanto tutto ciò che è reale è razionale, la logica poteva rendere conto del suo procedere in modo preciso e scientifico, fino al suo compimento. Per Marx la forza stava nell’economia e nel materialismo dialettico: attraverso il succedersi di diversi rapporti di produzione tra classi, la storia procede inesorabilmente verso il proprio destino, ovvero la società comunista.
Questo pensiero teneva in sé un sogno ancora più grande, ovvero la convinzione che il mondo e l’universo fossero “a misura” del nostro intelletto. Se conoscere e analizzare la storia poteva permetterci di capire cosa sarebbe avvenuto di noi, ciò significava che la nostra mente condivideva la stessa struttura razionale del cosmo. Detto in altri termini, il sogno storicista ci mostrava che il mondo stava a nostra disposizione, amichevole e pronto ad essere compreso.
Le cose però, molto semplicemente, non sono andate così.
Nessun secolo più del Novecento ha imposto alla filosofia di guardare alla storia come si guarda ad un essere alieno, il cui linguaggio ci è estraneo e i cui comportamenti ci risultano totalmente incomprensibili. Nell’arco di pochi decenni, tanto la prospettiva marxista quanto quella hegeliana si sono infrante nell’insensatezza e nell’irrazionalità dei due conflitti mondiali, delle bombe atomiche e della guerra fredda. C’è mai stato un sogno tanto grande quanto così velocemente infranto nel corso della storia? Non credo. La storia si è rivelata per ciò che è: razionale solo con il senno di poi, ma impermeabile a qualsiasi previsione e profezia. Certo, nel 1950 era chiaro che tutte le premesse della Seconda Guerra Mondiale si trovavano al loro posto, ma nel 1938 nessuno poteva prevedere quello che sarebbe successo (ma soprattutto come sarebbe successo) di lì a pochi mesi. Nel 1988 chi poteva scommettere, sulla base di una razionalità intrinseca alla storia, sulla decomposizione dell’URSS? Eppure, nel 1992 tutti affermavano che il risultato, col senno di poi, era prevedibile.
Il mondo si è rivelato per ciò che è: impermeabile alla razionalità, diverso dalla nostra logica, resistente alla capacità di comprensione.
È lì, a mio avviso, che si inserisce il contributo più importante della filosofia di Michel Foucault. Nel suo intervento di insediamento al Collège de France, Foucault afferma: “Non immaginarsi che il mondo ci volga un viso leggibile, che non avremmo piú che da decifrare; il mondo non è complice della nostra conoscenza; non esiste una provvidenza prediscorsiva che lo disponga a nostro favore. Occorre concepire il discorso come una violenza che noi facciamo alle cose, in ogni caso come una pratica che imponiamo loro; e proprio in questa pratica gli eventi del discorso trovano il principio della loro regolarità.” (“L’Ordine del Discorso”, Piccola Biblioteca Einaudi)
L’intuizione che sorregge tutto il progetto filosofico foucaultiano è esattamente questa: il mondo non è a nostra completa disposizione, come fosse la segretaria delle nostre filosofie. E la conseguenza rivoluzionaria di ciò è l’aver detronizzato il sogno storicista di cui sopra in favore di una filosofia di rinnovata meraviglia: non più la profezia ma l’analisi; non più il processo ma la genealogia. Non più la convinzione che partendo dalla conoscenza della storia si potrà trarre il sapere del futuro, ma la necessità di destrutturare l’immagine stessa della storia per produrre le condizioni di esistenza del futuro.
Foucault comprende che il vero pregiudizio è quello sul passato, non sul futuro. Laddove Marx e Hegel muovevano i propri passi da ciò che sapevano della storia, Foucault afferma l’impossibilità di sapere la storia, intesa come unicum e continuum. Essa non ci consegna la verità di ciò che è stato, ma ci apre alla domanda: “Perché è andata così e non in un altro modo?”
Secondo Foucault, nessuna necessità ha guidato il percorso storico, e così come molteplici sono i sentieri che si diramano dall’oggi al domani, ancora più numerosi sono i sentieri che hanno prodotto l’oggi dal passato. Il filosofo diventa quindi uno studioso di comportamenti e discorsi, un ricercatore di microelementi e amministrazioni, spogliandosi della veste sacerdotale di chi conosce la Storia (con la “s” maiuscola). Non c’è nessuna “Storia” poiché c’è solo la “storia”, ovvero l’infinito incrocio e cumulo di comportamenti, discorsi e pensieri, di cui possiamo solo avere una parziale e contingente visione.
Foucault indica un radicale cambiamento di paradigma, che passa dalla monolitica prospettiva di una storia e di una filosofia costituite da un orizzonte ontologico e teleologico, alla concezione di un pensiero che debba tuffarsi nelle arzigogolate e complesse matasse delle storie e delle opinioni comuni, delle narrazioni e dei discorsi concreti, contingenti, frammentari e popolari. Insomma, Foucault richiama l’attenzione sull’Endoxa per eccellenza, il luogo dove si costituisce realmente la società.
È questa la conquista alla fine del sogno storicista: non esiste più alcun destino che possa sostituirsi al nostro agire, né un senso preformato che possa guidare l’umanità. Il punto fondamentale non è trovare ma produrre il senso, nella misura in cui l’agire umano, attraverso l’analisi razionale di ciò che si è verificato, può farsi artefice di un destino che non esiste ma che dobbiamo costruire.
La filosofia si apre a una lotta non marxista e non hegeliana, una lotta che si costituisce attraverso errori e letture arbitrarie, scelte analitiche e vicoli ciechi. Una lotta che comprende l’alterità assoluta del mondo rispetto al nostro intelletto. Una lotta che non tiene in sé alcun destino, alcun compimento, ma solo la necessità di alimentare la lotta stessa. Una lotta che ci chiama a produrre e difendere le condizioni di esistenza della società, senza aspettare che qualche entità trascendentale prenda la forma della società, in virtù di una malriposta fede nel destino.
Una lotta che ci invita alla responsabilità più assoluta che l’umanità abbia mai sperimentato.
Se il Novecento è stato il secolo in cui ci siamo accorti di poter porre fine al mondo e alla storia, il XXI secolo dev’essere quello in cui ci accorgiamo di poter produrre altra storia e altro mondo.
Ma prima di tutto, dobbiamo svegliarci dal sogno storicista.

2 thoughts on “ALLA FINE DI UN SOGNO STORICISTA”

  1. In poche righe si è condensata l’elaborazione di tante menti acute per fare chiarezza su una questione che in tanti vorrebbero strumentalizzare, soprattutto a fini politici. Trovo che questo articolo sia molto utile a chi, come me, non ha gli strumenti per districarsi nella complessità di temi tanto ostici ma fondamentali.

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  2. La strada che porta dal passato al presente è una sola come quella che porta dal presente al futuro, tanto che esiste solo il presente. E’ il percorso inverso che tradisce: voler ricostruire il passato dal presente e anticipare il futuro nel presente. Percorso che apre le medesime tante interpretazioni (comunque non infinite) sia del passato che del futuro, ma che dipendono ancora, inesorabilmente, dall’unico momento esistente: il presente. La Storia è solo un individuale tentativo presente di inglobare il tutto: descrivere il passato per immaginarsi un futuro.

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