MEGLIO GLI ENDOXA DELLE FAKE NEWS

ANTONIO DA RE

aristotele

  1. Il duplice livello degli endoxa

Il buon vecchio Aristotele la sapeva lunga. Lo testimonia la sua originalissima teoria della doxa, dell’opinione. Da un lato egli è preoccupato di riscattare il valore della doxa: anche se l’opinione non è come tale garanzia di verità, non ne consegue che essa vada guardata con sospetto e anzi buttata al macero, come consigliava Platone (o, meglio, una superficiale interpretazione del suo pensiero). D’altro canto, da questa opportuna messa in guardia non deriva la conclusione semplicistica che tutte le opinioni abbiano lo stesso valore, che siano tutte da collocare sullo stesso piano, che insomma siano di per sé giustificate per il semplice fatto di darsi: vi sono opinioni più o meno vere, e anzi alcune sono palesemente false.

Forse è nel prendere le distanze da quest’ultima tesi (le opinioni sono giustificate per il semplice fatto di darsi, quindi in qualche misura sono tutte vere) piuttosto che dalla precedente (le opinioni sono tutte un tradimento della verità) che l’insegnamento di Aristotele risulta oggi di particolare attualità. Aristotele, come si dirà tra un po’, non avrebbe particolari remore ad ammettere che non tutte le opinioni sono fondate e che quindi alcune meritano di essere assunte come valide sul piano conoscitivo, altre di essere rigettate. Da questo punto di vista, neppure l’argomento del rispetto potrebbe fare molta presa; esso è formulabile grosso modo in questi termini: anche se non la condividi, ogni opinione merita di essere apprezzata per rispetto a chi l’ha formulata. A questo argomento e alla carica di fascinazione che lo motiva e che si traduce in una sorta di declinazione politically correct (o morally correct) siamo oggi molto sensibili. E tuttavia, una precisazione andrebbe qui fatta ovvero che il rispetto è sempre dovuto verso la persona che formula un’opinione, indipendentemente dal valore di questa, il che però è qualcosa di diverso dal rispetto verso l’opinione, nel caso sia palesemente una fregnaccia, una bufala o qualcosa di simile.

Dire che non tutte le opinioni sono giustificate significa affermare che esse possono essere non vere o almeno non sufficientemente documentate o suffragate da dati. Alla luce di questo principio di massima, Aristotele si è preoccupato di introdurre dei criteri di valutazione, e in qualche misura di validazione, delle opinioni: se sottostanno a questi criteri, allora le doxai si accreditano non come opinioni qualsiasi, ma come opinioni attendibili o che comunque risultano maggiormente accreditate. Insomma le doxai diventano endoxa ovvero opinioni riconosciute che in un ipotetico confronto si presume dovrebbero essere riconosciute come fondate anche dal proprio interlocutore. Il termine endoxa altro non è che l’aggettivo sostantivato al plurale del singolare endoxos; nei Topici se ne dà una definizione molto interessante, nella quale si possono rintracciare due livelli, per così dire, di accreditamento. Ecco la definizione: “Sono … opinioni riconosciute (endoxa) quelle che sembrano a tutti o alla massima parte o ai sapienti e, se a questi, o a tutti o alla stragrande maggioranza o a quelli massimamente noti ed illustri” (Topici, 100b 21-23; trad. it. di Marcello Zanatta). Tali opinioni sono considerate di una certa rilevanza, anche perché – come si dirà – esse fungono da premesse del sillogismo dialettico. La rilevanza deriva dal fatto che esse sono riconosciute tali sulla base di due criteri, che si potrebbero definire di tipo numerico l’uno e di autorevolezza e di competenza l’altro. Riguardo al primo criterio, il numero di coloro che reputano quell’opinione come meritevole di considerazione dev’essere molto significativo, al punto che “tutti o la massima parte” sono chiamati in causa: non basta quindi una maggioranza relativa o striminzita, ci deve essere un consenso molto più ampio, unanime o quasi unanime, per convalidare certe opinioni come endoxa. Anche nel criterio di autorevolezza e competenza, esemplificato dalla figura dei sapienti (sophoi), è implicato l’elemento numerico (meglio se vi è una condivisione da parte di tutti i sapienti o della loro stragrande maggioranza); si noti poi che il criterio di autorevolezza può ottenere una differente attestazione, rispetto a quella strettamente quantitativa, dal fatto che essa è assicurata dai sapienti “massimamente noti ed illustri”.

Innanzitutto va ricordato che gli endoxa costituiscono le premesse del sillogismo dialettico, il quale va distinto dal sillogismo scientifico. Il sillogismo (syllogismos) è un ragionamento vero e proprio, basato sullo stretto concatenamento tra premesse e conclusione, di modo che questa deve conseguire necessariamente da quelle. In tal senso non vi è differenza tra i due tipi di sillogismo, scientifico e dialettico: entrambi devono essere formulati in maniera rigorosa, in modo tale che l’inferenza tra premesse e conclusioni sia logicamente necessaria. Ciò che li differenzia è invece il valore delle premesse: nel sillogismo scientifico o dimostrazione (apodeixis) le premesse devono essere vere e prime, ovvero avere in sé e non in altro la garanzia della propria verità (Analitici secondi, I 2, 71b 9-25); nel sillogismo dialettico si traggono invece delle conclusioni a partire appunto da endoxa (Topici, I 1, 100 a 18-21).

Oltre che rispetto al procedimento scientifico, quello dialettico si distingue anche rispetto al sillogismo di tipo eristico, nel quale si assumono delle opinioni che sembrano essere degli endoxa, ma non lo sono (Topici, 100b, 24-25). Si viene così a configurare uno statuto degli endoxa, che certo non è equiparabile a quello delle proposizione scientifiche, ma neppure a quello delle proposizioni eristiche. Detto altrimenti, sul piano epistemologico il procedimento scientifico è senz’altro più stringente di quello dialettico, il quale a sua volta può far valere, sul piano veritativo, una superiorità rispetto all’eristica; la dialettica infatti si serve di opinioni considerevoli che sono effettivamente tali, mentre l’eristica no: di qui l’accentuazione della capacità di contendere con l’uso della parola, che costituisce il tratto distintivo dell’eristica, indipendentemente dal valore veritativo delle premesse al quale essa non è interessata.

Enrico Berti, in un suo importante saggio (Le ragioni di Aristotele), ha spiegato come la scienza apodittica sia quella riconducibile alla razionalità della geometria e dell’aritmetica, con principi primi e veri, dotati di una loro evidenza, come nel caso della proposizione “sottraendo uguali da uguali si ottengono uguali”. Il procedimento dialettico, da parte sua, è ampiamente utilizzato in filosofia e specialmente in filosofia pratica; esso da un lato garantisce il rigore dell’inferenza delle conclusioni, dall’altro assume solo certe premesse, sottoponendole al filtro costituito da quel duplice criterio di cui si diceva sopra.

 2 Sapienti, anzi esperti e scienziati

Riguardo ai criteri della condivisibilità (di tutti o della massima parte) e dell’autorevolezza è opportuno chiedersi: sono criteri ben distinti o addirittura alternativi, di modo che l’uso dell’uno esclude l’altro? e poi: chi sono i sophoi, i sapienti, il cui giudizio è autorevole? Seguendo una linea interpretativa consolidata (di nuovo Berti e altri studiosi, per esempio Lauretta Seminara) il termine ‘sapienti’ che ricorre nella definizione degli endoxa andrebbe inteso secondo un’accezione molto ampia, indicante quindi quelle persone che in una determinata arte sono esperti, preparati, competenti. In moltissimi altri luoghi aristotelici i sophoi denotano i filosofi, gli amanti della sapienza, coloro che trattano delle realtà più elevate, delle cose divine; ma qui, considerando le opinioni ragguardevoli, è più l’esperto, lo studioso affermato, lo scienziato – aggiungerei – ad esemplificare la figura del sapiente. Questo allargamento sino a includere il sapere scientifico non credo sia arbitrario. Innanzitutto non va fatta confusione sovrapponendo l’uso dell’aggettivo scientifico, riferito al procedere delle scienze, così come sono indagate dall’epistemologia contemporanea, all’uso del medesimo aggettivo, da parte di Aristotele, per definire la dimostrazione apodittica: si tratta evidentemente di due ambiti distinti, se non altro per il fatto che geometria e aritmetica non esauriscono l’ampio panorama delle scienze, nelle quali rientrano anche le scienze sperimentali.

Proprio con riferimento a quest’ultima tipologia, si potrebbe avanzare una tesi, forse un po’ ardita, ovvero che l’esito della ricerca scientifica altro non è che la produzione di endoxa, condivisi dai sapienti (dagli scienziati) e tra questi da tutti, dalla stragrande maggioranza o da quelli più noti. Su determinati risultati, a seguito di sperimentazioni, di messa alla prova di ipotesi e congetture, si raggiunge via via il consenso della comunità scientifica. Si tratta di una verità provvisoria, sempre rivedibile, ma è la verità scientifica, sulla base di adeguate evidenze, accreditata in quel momento da tutti o dalla grande maggioranza. Può essere, specie nelle grandi trasformazioni che annunciano un cambiamento di paradigma (alla Thomas Kuhn, per intenderci), che quell’opinione sia sostenuta da pochi scienziati, anche se sono illustri o saranno in seguito riconosciuti come tali. Storicamente è quanto è accaduto con Copernico e Galilei. Poi però lentamente si arriva alla condivisione ad opera dell’intera comunità scientifica o almeno di gran parte di essa; e in seguito si giungerà forse anche alla condivisione da parte della comunità umana tout court. Certo, può accadere che una dottoranda presenti all’Università tunisina di Sfax (è successo qualche settimana fa) una tesi che intendeva capovolgere radicalmente le leggi di Newton, Keplero e Einstein, giudicate infondate, e proporre una nuova interpretazione della cinematica degli oggetti, conforme al testo del Corano; come pure può accadere che un numero consistente di americani (pare uno su quattro) sia convinto che la terra si trovi al centro dell’universo e non orbiti attorno al sole. Ma queste posizioni rimangono fortemente minoritarie, specie in ambito scientifico, e ciò spiega per esempio perché la tesi della dottoranda tunisina sia stata respinta dalla commissione giudicatrice “per gravi mancanze di ordine scientifico e etico”.

E così arriviamo all’altra domanda: c’è implicazione tra i due criteri degli endoxa o essi viaggiano, per così dire, su binari paralleli? Leggendo il testo dei Topici l’implicazione non viene espressamente enunciata e discussa, tuttavia essa sembra essere, almeno implicitamente, operante. Assumiamo le esemplificazioni stesse addotte da Aristotele per spiegare il cosiddetto sillogismo pratico. Come premesse maggiori del sillogismo si trovano degli endoxa riguardanti l’alimentazione e l’idratazione ovvero “tutte le carni leggere sono sane”, “tutte le acque pesanti sono nocive”; nello sviluppo del sillogismo troviamo poi le premesse minori (“le carni di uccello sono leggere”, “questa determinata acqua è pesante”) e infine le conclusioni ovvero le scelte pratiche che ne conseguono (“mangia la carna di uccello”, “non bere questa determinata acqua”). Concentriamoci ora sulle premesse maggiori: si tratta di opinioni che raggiungono un’ampia, forse una totale, condivisione, senza aver bisogno di ricorrere al parere di esperti: l’esperienza insegna che  le carni di uccello sono leggere, salutari e digeribili, e le acque pesanti sono nocive.

Certo, una successiva analisi organolettica da parte di esperti potrebbe confermare quanto sostenuto dai più, che esperti non sono; ma di per sé, il criterio numerico della massa ha una sua rilevanza ed è autosufficiente, non necessita quindi di essere avvalorato dal parere dei sapienti.

In altre condizioni, invece, il criterio numerico viene lentamente guadagnato a seguito del contributo degli esperti, come nel caso del confronto tra geocentrismo ed eliocentrismo: se siamo convinti che la terra orbiti attorno al sole, nonostante l’impressione ingenua che essa sia piatta e stia ferma e il sole si muova durante il giorno, dall’alba sino al tramonto, è perché la nostra opinione è stata forgiata dalle conoscenze della fisica moderna. Il criterio della massa, quindi, o ha una sua evidenza (“le carni leggere sono sane”) e per questo è condivisibile oppure si accredita nel tempo grazie al sapere degli esperti (l’adesione alla teoria copernicana). Detto così, sembra quindi che il criterio di autorevolezza (scientifica) e di competenza goda di una sorta di primato, nonostante nel testo aristotelico venga molto enfatizzato il criterio di tipo numerico. Il criterio di autorevolezza, infatti, o contribuisce al formarsi, nella più generale comunità degli uomini, di endoxa che in precedenza erano stati guadagnati dalla comunità scientifica (con il superamento della concezione tolemaica, per esempio), oppure non fa che confermare quanto anche i non esperti possono facilmente attestare (a proposito per esempio delle carni leggere).

Sta di fatto che gli endoxa sono rivedibili, quindi possono essere nel tempo affinati e ulteriormente precisati, e ciò rappresenta una riserva critica che merita di essere sottolineata. Un problema rilevante si dà infatti quando essi, come con l’eristica, siano apparenti o quando nascondano un pregiudizio o una qualche forma di rigidità ideologica: in fin dei conti anche l’antisemitismo, in certe epoche storiche, era difeso da tutti o dalla massima parte e persino anche da alcuni sapienti. Gli endoxa si presentano qui come qualcosa di assodato e di indiscutibile, espressione di un criterio numerico che nel suo carattere esclusivo ed estrinseco non è affatto garanzia di un valore veritativo che pure rivendica. Rispetto a questa possibile deriva è importante che intervenga il criterio dell’autorevolezza; su questioni e materie complesse (certo più complesse di quanto non lo sia la tesi che mangiare carni leggere fa bene) il criterio numerico da solo non basta. Anzi a volte, nella sua autosufficienza, finisce con avallare luoghi comuni, pregiudizi, stigmatizzazioni. Di qui l’importanza del criterio dell’autorevolezza e della competenza, per smascherare queste rigidità e ridimensionare quel criterio numerico che da solo, almeno in certi ambiti, non basta. A sua volta anche il criterio dell’autorevolezza può impropriamente irrigidirsi e chiudersi di fronte a prospettive teoriche differenti, avanzate da altri scienziati; a ben vedere il falsificazionismo di Popper assolve proprio a questo compito, di evitare il possibile rischio di una teoria scientifica preoccupata unicamente di autoconfermarsi, quando invece la sua scientificità dovrebbe risiedere nella disponibilità ad essere falsificata e confutata, riproponendo quindi quell’elemento così significativo della rivedibilità.

  1. Lo stravolgimento degli endoxa e la negazione del principio di autorevolezza (scientifica)

Che cos’è che fa sì che certe opinioni siano riconosciute e considerate di particolare valore? Si è visto che entrano in campo due criteri, che tra l’altro in qualche misura si implicano vicendevolmente, criteri tuttavia che a loro volta rinviano a qualcos’altro ovvero a una rappresentazione appropriata della realtà. Senza entrare troppo nello specifico di questioni filosofiche molto complicate, si potrebbe comunque sostenere che la prospettiva aristotelica fa leva sul realismo; di conseguenza, le opinioni riconosciute sono tali perché esprimono un’adeguata corrispondenza con la realtà dei fatti. La stessa rivedibilità delle opinioni può essere spiegata attraverso una conoscenza della realtà più approfondita, grazie per esempio all’avanzamento della ricerca scientifica.

Questa struttura (realtà, opinioni riconosciute sulla base del duplice criterio, rivedibilità) non pare oggi godere di grande considerazione. O meglio, qualcosa di una tale struttura viene assunto e però radicalmente modificato. Si pensi alla logica delle fake news che sono ampiamente condivise, al punto da accreditarsi come opinioni riconosciute sl piano fattuale, e che potrebbero essere smascherate con facilità; eppure, grazie ai social, conoscono una condivisione che cresce in modo esponenziale, e non c’è criterio di autorevolezza che tenga, tanto è dirompente la sua forza di accreditamento. Gli esempi sono noti: dai fautori della Brexit che sparavano numeri e cifre sui costi della permanenza in Europa del tutto fantasiosi, alla campagna presidenziale negli USA con le dicerie più improbabili sulla Clinton, responsabile delle peggiori nefandezze, e l’ancor più improbabile endorsement di Papa Francesco a Trump, sino alla campagna referendaria in Italia con il ritrovamento a Rignano, una settimana prima del voto, di 500.000 schede elettorali con il Sì già segnato.

Il riconoscimento (quantitativo) delle opinioni mostra qui tutta la sua debolezza, a meno che non si voglia fare la fatica, a volte davvero minima, di verificarne la fondatezza; anche il criterio di realtà viene messo in discussione, e proprio a ciò allude la cosiddetta post-verità. Non è un caso che il significato di post-truth riguardi “circostanze nelle quali i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto alle emozioni e alle credenze personali» (https://en.oxforddictionaries.com/word-of-the-year/word-of-the-year-2016). Emozioni e credenze personali prendono il sopravvento sulla conoscenza dei fatti. Al livello della massa s’impongono ugualmente degli endoxa, che sono però apparenti, frutto di uno stravolgimento che in modo agevole potrebbe essere portato alla luce, se solo vi fosse una minima disponibilità a lasciar da parte dicerie, credenze inconsistenti, pregiudizi e complottismi di vario genere, e a prendere in considerazione l’opinione degli esperti.

È mai possibile che sulla vicenda delle vaccinazioni venga presentata come autorevole l’opinione di Red Ronnie, dj e conduttore televisivo e radiofonico, la cui competenza in materia è del tutto inconsistente? (per inciso è quanto avvenne lo scorso anno, nell’ultima puntata della trasmissione condotta da Nicola Porro, che per ironia del destino si chiamava “Virus”). Perché mai, in una sorta di impropria applicazione della par condicio, si dovrebbero mettere sullo stesso piano qualche apprendista stregone alla Red Ronnie e i sophoi della comunità scientifica internazionale, dell’Istituto Superiore di Sanità, del Consiglio Superiore di Sanità e anche, lo dico con un po’ di pudore, considerato il potenziale conflitto d’interessi del sottoscritto, del Comitato Nazionale per la Bioetica (si veda la mozione del 24.4.2015 su L’importanza delle vaccinazioni)?

Vaccini o non vaccini, le bufale si diffondono in modo appunto virale. Si può ripetere la simulazione proposta in un parere del CNB (Tecnologie dell’informazione e della comunicazione e Big Data: profili bioetici, 25.11.2016), dove tra l’altro di parla di Information Bubble, etica degli algoritmi e trasparenza; ebbene, digitando in Google il binomio vaccino/autismo, vengono segnalati nelle prime posizioni tre siti dichiaratamente contrari alla vaccinazione, additata come la causa dell’insorgere dell’autismo. Gli argomenti utilizzati sono violentemente polemici e accompagnati da una buona carica di terrorismo psicologico; non manca – è ovvio – il riferimento al solito complotto, che come tale non può essere verificato, né ancor meno, popperianamente, falsificato. Naturalmente in questi siti non si dice che l’autore che aveva sostenuto la tesi della correlazione tra vaccinazione e insorgenza dell’autismo, pubblicando un saggio in un rivista scientifica, che successivamente l’ha fatto ritirato, è stato condannato per frode e radiato dall’Ordine dei Medici.

 La disinvoltura irresponsabile con la quale si affrontano argomenti delicatissimi, infischiandosene del parere degli esperti, è davvero sconcertante; il tragico è che questo avviene sulla pelle della gente, speculando sul loro dolore, magari per aumentare le vendite del giornale o lucrare un po’ di pubblicità con qualche visualizzazione in più. Risale solo a qualche anno fa la triste vicenda del caso Stamina: la comunità scientifica internazionale (i sophoi) non aveva avuto dubbi nel mettere in guardia rispetto all’inefficacia e, ancor più, alla potenziale pericolosità del metodo proposto dalla Stamina Foundation, fondata da Davide Vannoni, poi condannato, metodo consistente nella manipolazione e somministrazione di cellule staminali mesenchimali. La fama mediatica del metodo Stamina era cominciata con un’inchiesta della trasmissione televisiva Le Iene, rilanciata poi dai social; vi aveva fatto seguito anche una convinta presa di posizione a favore della validità della terapia, ospitata niente meno che sulla prima pagina di uno dei più prestigiosi quotidiani italiani, Il Corriere della Sera, all’epoca diretto da Ferruccio de Bortoli, del noto scienziato e immunologo Adriano Celentano.

  1. Oscurantismo scientifico e … politico

Che dire di fronte a questo palese stravolgimento del criterio di autorevolezza (scientifica) e di competenza degli endoxa se non che esso prefigura, con la complicità ipocrita di molti, una vera e propria forma di oscurantismo scientifico? Per sua natura il criterio di competenza è selettivo. Nei saperi specialistici, ma anche su questioni particolari, il parere di uno non vale quanto quello di un altro: su Stamina e dintorni l’opinione di Celentano non vale quanto quella dei maggiori immunologi (anzi: non vale proprio nulla), come la mia opinione sulle farine da utilizzare per impastare la pizza non vale nulla rispetto a quella, forgiata da decenni di gloriosa esperienza sul campo, dei maestri pizzaioli partenopei.

Insomma, grazie anche alla dottrina degli endoxa, cerchiamo di recuperare un po’ di buon senso e proviamo a rispettare la realtà dei fatti e il criterio di competenza, sottraendoci alla tentazione di costruire “fatti alternativi” (la post-verità) da sfruttare in vari modi, propagandistici, economici, politici. E si prenda atto che nel campo scientifico, e non solo, quando sia richiesta una conoscenza specialistica approfondita, vi è bisogno del sapere di esperti ed è quindi lecito esprimere una sana diffidenza nei confronti di chi sostiene che “uno vale uno”. Ciò vale anche nelle decisioni politiche? Non è qui legittimo attenersi alla regola “uno vale uno”? In effetti qui ci troviamo in un altro ambito: se il principio di competenza è per sua natura selettivo, lo stesso non si può dire del principio democratico, con alcune precisazioni, però. In democrazia uno vale uno, e ciò, tra l’altro, costituisce una riserva critica verso il rischio che il principio di competenza si trasformi in principio corporativo o in abuso di chi, competente, pretende di non essere sottoposto a nessuna forma di controllo: detto con una battuta, su questioni mediche i medici hanno la prima parola, ma non l’unica. Il cittadino, però, ogni cittadino, che vale uno, deve informarsi adeguatamente, imparando a verificare l’attendibilità delle notizie, controllando l’affidabilità delle fonti, vagliando la plausibilità di interpretazioni differenti e così via.

E anche se “uno vale uno”, deve comunque continuare a sussistere nella dimensione politica un qualche elemento di selettività. Mi spiego. Si sa che negli ultimi tempi si è fatta strada l’idea suggestiva, ma fuorviante, di una democrazia diretta, che grazie alle straordinarie opportunità rese possibili dalle tecnologie informatiche, può richiedere a ogni cittadino di esprimersi non episodicamente, al momento delle elezioni, ma continuamente su ogni proposta politica concreta. In questo modo la democrazia rappresentativa, che certo, per diverse ragioni, non gode di buona salute, verrebbe d’incanto superata: prova ne sia che i cantori della virtuale assemblea permanente dei cittadini, di fronte alla tastiera del PC, propugnano la tesi del mandato imperativo dei parlamentari eletti, una tesi inquietante, a suo tempo difesa da Robespierre e poi Lenin e in seguito non a caso recepita dalle Costituzioni dei paesi comunisti, posti sotto la sfera d’influenza sovietica.

In questo modo, appellandosi alla democrazia diretta e imponendo il vincolo di mandato, indirettamente si afferma la tesi che non vi è bisogno di alcuna forma di selezione, quale è quella che verrebbe assicurata dai rappresentanti, chiamati a dedicarsi espressamente alla deliberazione politica; se questa al contrario viene sempre e in ogni momento avocata a tutti i cittadini, saranno costoro a dover deliberare su tutto. Ma è realistica una concezione del genere? Il cittadino dovrebbe acquisire una competenza onnipervasiva su ciascuna materia, dall’economia, alla finanza, all’istruzione, alla sanità, allo sport, all’urbanistica, quando è più realistico immaginare che a farlo siano i rappresentanti, che tra l’altro a loro volta si specializzeranno su alcune materie, con l’aiuto anche di … esperti (giuridici, dell’economia, della sanità, ecc. ecc.). L’esaltazione poi del mandato imperativo sottintende una visione rigida e statica del confronto democratico, il cui esito alla fine è quello di negarlo: è escluso che io rappresentante possa modificare anche solo parzialmente la proposta sulla quale ho ottenuto la fiducia di coloro che rappresento, per trovare così una possibile mediazione con le istanze difese da altri rappresentanti. Il confronto democratico avrebbe quindi luogo tra proposte irrimediabilmente inconciliabili, che tra loro non possono interloquire, pena l’accusa infamante di cedere al compromesso e di consegnarsi al trasformismo; un confronto che si trasformerebbe in una prova di forza, in cui solo uno esce vincitore e gli altri soccombono. Insomma, una vera e propria forma di oscurantismo … politico.

La pervasività richiesta a ogni cittadino sottintende una visione totalizzante (totalitaria?) della vita, in cui come cittadino dovrei occuparmi di tutto e se lo facessi in modo … competente, dovrei dedicarvi tutto, ma proprio tutto – e non basterebbe – il mio tempo, e forse neanche più riuscirei a lavorare, preso dalla necessità di approfondire in modo decente le varie questioni. A meno che non mi limiti ad avallare (o respingere) quanto mi viene proposto, in forma inevitabilmente generica, dal gestore del sistema democratico-informatico. Salvo poi scoprire che se il voto mio e di altri non soddisfa le aspettative del gestore, esso può essere bellamente annullato, come la cronaca recente ci insegna; e così non resta che prendere atto della profezia del buon Orwell in Animal Farm: “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

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