L’INGIUSTIZIA DELLA BELLEZZA

PIER MARRONE

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La verità è una promessa così grande da poter essere solo infranta. Così mi viene spesso da pensare. Eppure, o proprio per questo, ne siamo continuamente alla ricerca. Viviamo giudicando. È una attività inevitabile e fa semplicemente parte del nostro orientamento nel mondo.

Questo è il primo elemento che mi trovo a voler sottolineare quando voglio riflettere sulle opinioni condivise. Il secondo è che dal momento che ci è semplicemente impossibile raggiungere la verità rispetto a un sacco di argomenti, dobbiamo allora accontentarci di convergere su qualcosa di comune. Noi infatti viviamo immersi nelle opinioni, ossia su quei giudizi che non sono in maniera evidente veri. Il problema è che talvolta lo facciamo come se fossimo immersi nella verità. In un certo senso è pure vero che viviamo immersi nella verità. Se non fosse vero che la sesta armata del generale von Paulus non fosse stata annientata a Stalingrado il 2 febbraio del  1943, molto probabilmente non sarei qui a scrivere queste parole.

Voglio dire: l’effettiva realtà del passato e il fatto che su di esso in molti casi siamo in grado di formulare dei giudizi veri è rilevante per comprendere che cosa siamo o anche solo il fatto che siamo qui. Abbiamo fiducia che i nostri giudizi siano particolarmente accurati in certi casi da non ricadere nel dominio dell’opinione, bensì in quello della verità. Se per costruire un ponte ci si dovesse basare sulle opinioni e non su giudizi veri, allora la nostra sensazione di sicurezza, quando lo attraversiamo, sarebbe messa a dura prova.

Ma, appunto, ci sono molte attività umane che non sono investite dalla verità, almeno non in maniera immediata. La maggior parte delle nostre conversazioni si basano appunto su opinioni. Noi le esprimiamo, cerchiamo di ascoltare quelle degli altri (cosa che comporta sempre una certa fatica, perché le loro opinioni potrebbero mostrarsi superiori alle nostre), le rifiutiamo, le analizziamo, riformuliamo le nostre in un’attività infinita di conversazione che alcuni pensano addirittura essere la cifra della specie umana. Magari confondiamo semplicemente la nostra situazione contingente con la realtà, come avrebbe forse pensato Carl Schmitt quando ricordava la descrizione che Donoso Cortès dava delle élite liberali come clasa discutidora.

Tuttavia, forse anche questa sarebbe una cautela esagerata perché non è occorso aspettare il liberalismo affinché noi facessimo delle scambio di opinioni una delle nostre principali attività. Le opinioni si scambiavano anche prima, probabilmente si sono sempre scambiate sin da quando esiste il linguaggio. Il problema è che per risolvere le dispute che dalla diversità di opinioni nascono, molto spesso si ricorreva non alla votazione bensì al bastone. Non si contavano le teste, ma le si rompevano.

Noi verso le opinioni siamo in genere più accoglienti. Perché lo siamo? Lo siamo sempre? Le nostre sono società, si dice, che hanno incorporato il cosiddetto politeismo dei valori. Si sono semplicemente rassegnate al fatto che su una vasta gamma di problemi le opinioni siano irrimediabilmente diverse e tali debbano in definitiva rimanere e se questa diversità ha una rilevanza pubblica, allora si troverà una qualche forma di procedura di compromesso, oppure se il compromesso alla fine non risulta essere possibile, allora si conteranno le teste e si farà prevalere l’opinione che avrà ricevuto più consensi (a loro volta la formulazione di opinioni). Oppure si cercherà a tutti i costi un compromesso tra opinioni divergenti.

In Italia non sono mancati, né mancano e mancheranno esempi di questo genere. Un caso paradigmatico è rappresentato dall’espressione convergenze parallele che di solito si attribuisce al politico democristiano Aldo Moro, che sembra le abbia pronunciate in un convegno della Democrazia Cristiana alla fine degli anni Cinquanta. Eppure quella celebre espressione non segnalava solo un geniale uso retorico di un ossimoro (la figura retorica, appunto, che tiene assieme due termini di significato contrario. Le parallele non possono convergere, altrimenti parallele non sarebbero; ciò che converge non può rimanere sempre alla medesima distanza), bensì anche una certa comunanza di contenuti. Si era infatti nel dopoguerra e i partiti moderati democristiani che erano la principale forza di governo in parecchi paesi dell’Europa occidentale (Germania e Italia, innanzitutto, ma anche Olanda e Austria e altri ancora) condividevano con i programmi della sinistra (non solo della sinistra socialista, ma anche di quella comunista) alcune cose. Ad esempio, l’idea che lo Stato dovesse essere un attivo promotore dell’economia. Idee che ora sono considerate errate e fuori moda (mentre a me sembra che il loro tempo sia solo momentaneamente tramontato).

Si deve però pensare che vaste zone del nostro continente erano state completamente devastate della guerra, che c’era appena stato l’enorme problema della ricollocazione di alcuni milioni di profughi a seguito di aggiustamenti territoriali (che avevano principalmente interessato la Germania, la Polonia e l’Ucraina, quest’ultima incorporata nell’Unione Sovietica), si trattava di fornire case, cibo e vestiario a milioni di persone che erano sull’orlo della catastrofe esistenziale (in Gran Bretagna, che pure la guerra l’aveva vinta, il razionamento alimentare terminerà appena negli anni Cinquanta e le ultime macerie saranno sgombrate alla fine degli anni Settanta). In Europa occidentale questa opera di intervento dello Stato fu anche l’occasione di inaugurare la struttura dello Stato sociale, con servizi che sarebbero poi entrati a par parte del cosiddetto paniere dei diritti. Tutte cose queste che al giorno d’oggi ci sembrano antiquate e da sorpassare.

Ad ogni modo, chi era in grado di garantire un’opera di così vasta, enorme portata se non lo Stato? Su questo gli schieramenti moderati e di sinistra convergevano, mentre rimanevano distanti sul contenuto ideologico di politiche sulle quali erano in generale in sostanziale accordo. Quindi, parlavano a partire da un patrimonio di opinioni comune, che spesso poteva produrre quell’imitazione forzata di perfetta disinvoltura che notiamo talvolta nei discorsi dei politici che fanno finta di dire cose diverse per dire fondamentalmente lo stesso, accarezzando nel medesimo tempo i propri elettori.

E a dimostrazione che noi siamo assetati di opinioni c’è il fenomeno del gossip, dei rumors, delle false dicerie, ossia la propagazione virale in ambienti di varie dimensioni di opinioni non fondate o semplicemente false. Tutti siamo attratti dal gossip e il suo successo è testimoniato dal fatto che esistono interi patrimoni editoriali che a questo fenomeno sono dedicati. Il gossip e i rumors prosperano anche in ambienti di lavoro ristretti, anche in quello universitario, dove si ha qualche volta l’impressione che ci siano persone che in questa attività trovano la propria gratificazione intellettuale e talvolta addirittura professionale più profonda e intensa. Ad esempio, c’è un mio collega che è specializzato nel rintracciare carteggi di filosofi e teologi del Ventesimo secolo. Questi carteggi non aggiungono mai nulla a dottrine che nessuno oramai discute più (non si tratta certo dei carteggi di Leibniz), ma narrano di dimenticate manovre accademiche, discussioni in seno alla Chiesa cattolica non su oscuri, ma presumibilmente importanti per chi ha fede, dettagli della dogmatica, bensì su carriere prelatizie. È uno sguardo gettato sulle miserie di uomini altrimenti capaci qualche volta di una dignitosa dimensione intellettuale. Quale piacere se ne possa trarre non lo si può capire se non alla luce di questa attrazione per i gossip. Del resto, con questo collega, che conosco e frequento da vent’anni, mai una sola volta mi è capitato di parlare di un libro, di un film, di un concerto, di una qualche tesi ascoltata a una conferenza, come pure ancora se ne fanno nel nostro ambiente, ma sempre e soltanto di gossip accademici. Eroicamente impermeabile a qualsiasi discussione intellettuale, tuttavia, il mio collega non è certamente uno stupido, pur non essendo un gigante del pensiero occidentale. È da chiedersi allora perché abbia questa insana attrazione per i retroscena, che il più delle volte semplicemente inventa o ingrandisce da voci ascoltate da altri. La sua convinzione credo sia semplicemente che la realtà è un’apparenza, dietro alla quale si agita una verità che non può mai essere detta ma unicamente sollecitata da intenzioni nascoste, interessi innominabili, ansie di carriere, invidie ramificate, amicizie disilluse. Il patrimonio comune di opinioni non è in questo caso programmaticamente comune, bensì programmaticamente occulto. Tant’è vero che tutti questi carteggi dei quali sostiene di essere in possesso non vedono mai la luce. Il gossip è la degenerazione dell’opinione condivisa, probabilmente necessaria nell’era dove sono saltati tutti i rapporti gerarchici basati sul riconoscimento del prestigio politico, intellettuale, professionale.

In società meno complesse delle nostre il patrimonio condiviso di opinioni era una certezza ben fondata, sulla quale potevano essere rintracciati argomenti a partire da principi generalmente accettati. Ne parla Aristotele nelle lezioni che sono state ordinate come Topici. Dopo aver distinto il sillogismo (l’argomento composto da due premesse e una conclusione) in dimostrativo (perché fondato sui principi di una qualche scienza) e dialettico (perché fondato sull’opinione), Aristotele precisa che “Fondati sull’opinione per contro sono gli elementi che appaiono accettabili a tutti, oppure alla grande maggioranza, oppure ai sapienti, e tra questi o a tutti, o alla grande maggioranza, o a quelli oltremodo noti ed illustri”. Come si vede, Aristotele rimarca che noi non possiamo fondare i nostri giudizi sul nulla, ma dobbiamo rivolgerci a un patrimonio che può derivare almeno da sei gruppi di persone. Due di questi, il gruppo di tutti i  nostri concittadini o la loro maggioranza sono facilmente visualizzabili anche per noi, almeno concettualmente. Non abbiamo difficoltà a pensare che su alcuni argomenti, tutti potrebbero essere d’accordo. Che ne so, ad esempio, sul fatto che è meglio avere un tetto sopra la propria testa, che è meglio avere un numero sufficiente di calorie giornaliere con le quali nutrirsi. Cose di questo genere sono ampiamente condivise, e non rappresentano neppure più, almeno al momento, nemmeno lo sfondo di aspirazioni irraggiungibili. Almeno non le hanno rappresentate per noi e speriamo che così continui anche nel futuro. Quando, tuttavia, arriviamo alla parola ‘sapienti’, le cose immediatamente si complicano, si confondono e diventano improvvisamente meno chiare. Per almeno tre ordini di motivi:

(1) la perdita di prestigio dei ceti intellettuali nelle nostre società sempre più orizzontalizzate e non gerarchiche, dove non ci può ambire a posizioni di potere reale ed effettivo sulla base della propria formazione personale, ma solo perché si è inseriti in una rete di relazioni (che questo sia avvenuto per nascita o per capacità acquisite ha poca importante, effettivamente);

(2) il contenuto del sapere del quale il sapiente sarebbe portatore. Nella nostra epoca di specializzazione esasperata probabilmente il contenuto di conoscenza di colui che sa dovrebbe essere questo assieme alla capacità di stabilire delle connessioni tra ambiti diversi (una connessione per me molto prossima a una convincente definizione normativa di cultura). Sicuramente persone così ce ne sono. Quanto al fatto che riescano a influenzare il dibattito pubblico, c’è da dubitarne con fondati motivi. Il dibattito pubblico, infatti, si svolge sui media e sui social e su questi strumenti sono richieste delle capacità che pochi hanno, ad esempio capacità di sintesi e comprensione adeguata dei tempi della discussione. È rimasta celebre l’apparizione televisiva di un mio anziano collega, un’autorità nel campo della filosofia morale, insegnante di una cristallina chiarezza nelle lezioni, che era del tutto inconsapevole dei tempi televisivi. Alla fine, pur in assenza di dati certificati, abbiamo ragionevolmente stimato i suoi potenziali fan televisivi in sette persone.

(3) il sapiente illustre è per i più colui che colonizza gli spazi televisivi. Ma anche se noi ne riconosciamo il prestigio, sappiamo benissimo che si tratta di una posizione del tutto transeunte e precaria, in attesa del sorgere di un altro personaggio di uguale o migliori capacità.

La nostra condizione non ha oramai più nulla a che fare con quanto descriveva Aristotele e che valeva per comunità e città Stato con poche decine di migliaia. di abitanti. Gli endoxa per lo più sono opinioni indotte verso i prodotti di consumo e non verso la costruzione di sillogismi non dimostrativi basati sull’opinione di una di quelle sei categorie. O meglio: le prime due hanno una tal prevalenza da aver soppiantato i discorsi del saggio. Il discorso del saggio, ovvero di quello che noi chiameremmo competente incontra un suo limite nella stessa orizzontalizzazione dell’autorità, che è semplicemente uno dei frutti delle rivoluzioni scientifiche. Si tratta di questo: la qualità della verità delle cose che si dicono non dipende da chi le sta dicendo, poiché la fiamma della verità può accendersi in chiunque. Quindi, anche le tue opinioni di esperto possono essere messe in questione in linea di principio da chi esperto non è.

Ma io credo che gli endoxa oggi possono essere giocati anche su altri versanti, dove agiscono inevitabilmente da pregiudizi più che da opinioni ricevute dotate di una loro autorevole aura di prestigio, che tendenzialmente evita che vengano messe in questione. Per illustrare questa idea occorre partire un po’ alla lontana. Una delle convinzioni che noi facciamo finta di accettare è che tutti gli uomini sono eguali. È palesemente una finzione, dal momento che non occorre fare nessun sforzo per comprendere che invece siamo molto diversi. Quindi, quando sosteniamo che tutti gli uomini sono eguali, intendiamo dire che sono eguali sotto un determinato aspetto. Questo aspetto di solito riguarda i cosiddetti diritti umani che sono codificati nelle carte dei diritti internazionali. Questi diritti rappresentano molto spesso delle semplici aspirazioni. Si prenda ad esempio il diritto al lavoro che è sancito nella nostra carta costituzionale. Non è che se tu sei rimasto senza lavoro oppure non lo hai avuto ti puoi rivolgere al giudice affinché il tuo diritto venga rispettato e al tuo diritto venga dato corso. Se, poniamo, fosse possibile realizzare la piena occupazione per legge, allora gli uomini sarebbero effettivamente eguali e non unicamente nella prospettiva di un diritto che fatica a realizzarsi. I diritti sono spesso dei semplici appelli a un patrimonio condiviso, che ha uno sfondo ulteriore, ossia quello di un’eguaglianza sotto determinati aspetti di tutti. Perché è necessario pensare che ci sia una sorta di eguaglianza sotto alcuni aspetti? Be’, sembra facile rispondere. Se non ci fosse, lo spazio che sarebbe lasciato agli abusi sarebbe molto vasto.

Come potrebbe essere definito un abuso? Occorrerebbe essere in possesso di una qualche convincente definizione di giustizia. Prendiamo, ad esempio, quella che dice “a ciascuno il suo”. Questa ingiunzione di giustizia potrebbe potersi applicare a diversi ambiti. Potrebbe voler dire che tu fai un lavoro e devi ricevere il giusto compenso. Potrebbe voler significare che dimostri lealtà in una relazione di amicizia e ti attendi che l’amico si comporti egualmente nei tuoi confronti. Può voler dire che assumi un impegno monogamo in una relazione di coppia e ti attendi il medesimo impegno. Potrebbe voler dire che corri i cento metri piani meglio di Usain Bolt e ti meriti una medaglia olimpica. In tutti i questi casi ti viene dato certamente “il tuo”. Ma forse è possibile pensare altri casi dove invece il fatto che non siano soddisfatti i tuoi desideri più profondi potrebbe sembrarti ingiusto.

Mi spiego. Anni fa avevo iniziato un mio corso universitario dedicato al problema della giustizia con questa domanda: “perché i ricchi hanno le donne più belle?”. Le reazioni alla domanda furono istruttive. I maschi si sollevarono indignati per quella che a loro pareva la mia una bassa insinuazione. Le donne presenti in classe ridacchiavano divertite. Eppure è un banale dato di fatto empirico che in effetti i ricchi spesso si accompagnano a donne bellissime. Così va la vita che spesso è crudele forse e che sempre ci costringe a frequenti compromessi. Ma questo diverso accesso alla risorsa della bellezza non potrebbe essa medesima essere concepita come una sperequazione e una sorta di ingiustizia? Perché non mi è affatto chiaro per quale motivo nel mondo nel quale io mi trovo a vivere dovrebbe sempre essermi impossibile uscire con Ber Refaeli, magari per avere un torrido incontro di sesso oppure una lunga relazione romantica.

Jospeh Stiglitz, il premio Nobel per l’economia, ha scritto che l’equità come la bellezza è negli occhi di chi la guarda. La frase è a effetto, ma io credo sia fondamentalmente sbagliata. Infatti, ci sono palesemente delle misure che accrescono l’equità. L’eguale accesso a prestazioni sanitarie di qualità, ad esempio, oppure il riposo settimanale obbligatorio. Gli esempi potrei moltiplicarli senza grande difficoltà nel senso dell’accesso a quei beni che accrescono le basi del rispetto di sé, come li chiamava il filosofo americano John Rawls. Ma se cominciamo a scandagliare le cose principali che costituiscono le basi del rispetto di sé, ben presto siamo portati ad ampliare la nostra lista. La nostra mente è vorace nella fantasia e si immaginerà cose irraggiungibili. Ad esempio uscire con donne bellissime ed interessanti che normalmente mai ci guarderebbero. Le basi del rispetto di sé non verrebbero forse accresciute se ne avessimo la possibilità? E questo, inutile dirlo, vale tanto per gli uomini quanto per le donne. Stare vicino a una persona bella, rende più belli anche noi, così come stare vicino a una persona intelligente ci fa spesso sembrare più intelligenti ai nostri stessi occhi. Allora la frase di Stiglitz dovrebbe essere riformulata almeno nel senso che la bellezza, anche la nostra, potrebbe stare nei nostri stessi occhi.

Le cose, si sa, vanno diversamente. Noi il più delle volte non stiamo con persone di bellezza clamorosa. Se ci capita si può davvero pensare che questo non accrescerebbe la basi del nostro rispetto di sé? Non potremmo allora pensare che questa è una ingiustizia gratuita che la vita ci riserva? E se noi un domani fossimo in grado di porci rimedio? Non sto pensando a interventi estetici, che possono certo essere utili se già esiste una base di bellezza e se si è capaci di non farsi prendere la mano ed esagerare. Sto pensando a qualcosa di altro, a una tecnologia che ci renda insensibili alla bellezza esteriore delle altre persone. Stendhal diceva che la bellezza è la promessa di una felicità, ma questa promessa viene spesso disattesa e può essere al contrario l’annuncio di una serie di sofferenze. Pensate a come potrebbe essere un mondo, che conservando tutte le caratteristiche del mondo così come ora noi le sperimentiamo, semplicemente ci rendesse indifferenti alla bellezza dei nostri simili. Saremmo portati a cercare nell’unione con il nostro partner le cose più profonde, quelle che la bellezza esteriore occulta oppure enfatizza immotivatamente al di là della solidità del loro contenuto.  Le ricerche che dimostrano che i professori danno voti migliori agli studenti belli sono innumerevoli. Gli individui di aspetto gradevole sono costantemente favoriti nei colloqui di lavoro. Alla bellezza associamo non soltanto il piacere estetico, ma ben più di questo. Una intelligenza e una prontezza di spirito addirittura, che magari ci possono anche essere, ma che dalla bellezza prescindono completamente. Spesso noi le interpretiamo come presenti per il semplice fatto che la donna bella o l’uomo bello non hanno avuto bisogno di competere per acquisire quelle doti che emergono dall’esercizio del confronto e della lotta con gli altri. Al bello, alla bella tutto sembra dovuto e in effetti ci sono donne di straordinaria bellezza che tutto sembrano, fuorché innaturali nell’esercizio di quanto, senza nemmeno la necessità di una autoriflessione, pare rientrare nel loro diritto naturale. I belli hanno successo e non sembrano fare nessuno sforzo.

Sarà allora pur vero che la bellezza è negli occhi di chi guarda, ma anche fatta tutta la tara possibile ai diversi modelli di bellezza che pure esistono nelle differenti culture, noi trattiamo la bellezza delle persone come una qualità che non esiste solo nei nostri occhi bensì nella realtà, o, il che è la medesima cosa, negli occhi dei nostri simili. Ci pare, cioè, qualcosa di oggettivo. Qualcuno possiede questa qualità, la maggior parte della gente no. Ma giudicare dall’aspetto fisico è palesemente un pregiudizio. È perfino difficile dire che si tratta di una semplice opinione e non di una un’opinione largamente condivisa, di un’endoxa insomma.

Si potrebbe anzi adottare il neologismo che lo scrittore Ted Chiang ha usato per il suo racconto Amare ciò che si vede: un documentario. Il racconto è steso nella forma di una raccolta di interviste quasi si trattasse della raccolta di dati sociologici in una università dove gli studenti adottano un codice etico che mette al bando l’aspettismo. L’aspettismo è quel pregiudizio, appunto, che fa giudicare delle persone in base al loro aspetto fisico. Naturalmente, qui non si tratta di una semplice battaglia culturale, come potrebbe essere quella contro il razzismo o il machismo, che sono battaglie che si vincono con l’educazione e il dibattito pubblico. Un aspetto attraente segnala anche una buona salute e la capacità di trasmettere un buon patrimonio genetico. Non si tratta quindi solo di cultura. Tuttavia, nel racconto di Chiang sono oramai state implementate delle tecniche neuronali che possono inibire l’attrazione fisica per le persone di bell’aspetto, rendendole funzionalmente identiche, quanto ad attrattività fisica a tutte le altre. Il codice etico approvato dagli studenti impone quindi l’impianto nei cervelli dei nuovi iscritti della calliagnosia mentre frequentano la scuola. Questo impianto neuronale non impedisce affatto il sorgere di relazioni romantiche anche profonde tra gli studenti, solo che non sono basate sull’aspetto fisico, al quale gli studenti sono insensibili.

Questa tecnica agisce sui parametri che il nostro cervello utilizza per valutare la fitness riproduttiva di potenziali partner. Per quanto riguarda gli esseri umani questi tratti vengono individuati principalmente nei circuiti neuronali che presiedono al riconoscimento e alla valutazione dei tratti del volto. È ovvio che la calliagnosia agisca in questa direzione, anche perché tra gli esseri umani le relazioni sociali personali si sviluppano proprio attraverso il volto e la calliagnosia inibisce i canali neuronali che ci fanno valutare positivamente i tratti del volto per gli scopi riproduttivi.

C’è una metafisica naturalmente dietro a tutto questo, ossia l’idea che il volto non sia in nessun modo lo specchio dell’anima e che non c’è nessuna età (dal momento che la calliagnosia può applicarsi benissimo a qualsiasi fascia d’età) in cui qualcuno, chicchessia avrebbe il volto che si merita. Naturalmente, il problema della bellezza e dell’attrattività è legato anche a fattori di cambiamento culturale. Per cui molti faticano a credere che effettivamente ci siano incisi nei nostri circuiti neuronali degli indicatori largamente generali di bellezza (ossia di indicazione esteriore di fitness riproduttiva). Tuttavia, sembrano esserci, e su questo si basa la tecnica inibitiva della calliagnosia, dei punti comuni transculturali, visibili ad esempio da identiche reazioni di piacere di neonati alla presentazione di determinati volti. il volto luminoso, simmetrico, i denti dritti e bianchi. La simmetria pare essere particolarmente importante perché pressioni negative dell’ambiente possono alterarla, per quanto la nostra costituzione genetica vi tenda. La calliagnosia inibisce la risposta a questi tratti. Non inibisce la risposta a standard culturali di bellezza. Se tornassero di moda i pantaloni a zampa di elefante la calliagnosia non avrebbe nessun effetto, però potrebbe non farti notare che chi li indossa ha il naso a patata. Più che eliminare le discriminazioni fisiche la calliagnosia interviene prima che queste agiscano.

Ted Chiang si chiede se una società dove fosse ampiamente diffusa una tecnica di questo genere non sarebbe più equa. La risposta deve essere certamente positiva, ma dicendo questo non ci siamo messi ancora assolutamente d’accordo sul fatto che l’equità sia sempre un valore. Perché se possiamo concordare che l’accesso universale alle migliori cure mediche disponibili sia una misura di giustizia ed equità, eliminare la percezione della bellezza fisica degli esseri umani renderebbe il mondo davvero migliore? La bellezza non è solo fonte di sofferenza, ma anche di ispirazione. Ma ammettiamo che la calliagnosia in futuro si diffonda come misura di equità. Perché limitarci solo alla bellezza? Perché non progettare tecniche neurali che rendono indifferenti alle differenze di età? La differenza di età non potrebbe essere considerata anch’essa una discriminazione? Perché non dovrei avere l’opportunità di uscire con una donna molto più giovane di me? Perché una diciottenne non potrebbe frequentare sessualmente un vigoroso pensionato e passeggiarci romanticamente mano nella mano nella zona dello struscio domenicale, soprattutto ora che le tecniche riproduttive cominciano sempre di più ad avere una consistenza autonoma dalla biologia naturale? Non accrescere anche questa tecnica la felicità, rendendoci ciechi al decadimento che vogliamo contrastare. A questo problema che pure dovrebbe affacciarsi nel racconto di Chiang non c’è risposta. Eppure la risposta potrebbe essere questa: che la verità dei nostri corpi non sempre rende liberi.

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