SULLE OPINIONI LARGAMENTE DIFFUSE: DAL “PRE-GIUDIZIO” AL “PREGIUDIZIO” (SUGLI ALTRI)

FERDINANDO MENGA

20130923-clash

I.

Quasi come per una sorta di marchio di fabbrica, gli éndoxa, a partire dalla definizione stessa che Aristotele ne offre – “elementi accettati da tutti, o dalla maggioranza, o dai sapienti, e tra questi o tra tutti, dai più noti e illustri” (Topici, I 1, 100 b 20) –, paiono destinati a non poter riposare su una circoscrizione semantica univoca o su un maneggiamento inequivoco.

Da un lato, infatti, ciò che è diffusamente accettato dalla maggioranza rende tanto possibile la normalizzazione dei concetti e dei discorsi necessaria all’interazione e condivisione sociale, quanto impossibile l’evitamento dell’eventuale decadimento o scadimento in forme ipostatizzate e totalizzanti (totalitarie?) di “normalismo”. Dall’altro, non mi pare di certo dirimente – o, per lo meno, mi sembra non sia mai stato davvero dirimente nell’arco della tradizione – l’intervento dei “sapienti”, “noti e illustri” – se vogliamo, degli esperti – al fine di assicurare chiarezza e distinzione sulla natura e portata di siffatte premesse largamente condivise. Chiarezza e distinzione, insomma, sulla distinzione fra le due opposte opzioni operanti: condizione necessaria per la condivisione sociale o mero stereotipo? Basterebbe soltanto un breve passaggio in rassegna della storia della cultura contemporanea per intercettare quanto proprio esperti e sapienti siano spesso caduti maldestramente vittima di quelle medesime opinioni ampiamente diffuse che essi stessi sarebbero stati invece addetti a intercettare, denunciare e ricusare. Probabilmente, il recente caso dei “Quaderni neri” di Heidegger ci fornisce uno degli esempi più eminenti in tal senso. Ma, anche andando più indietro nel tempo, ci si potrebbe quanto meno chiedere – senza però voler scadere in troppo semplicistiche polemiche – in che modo interpretare l’atteggiamento di sapienti e illustri come Aristotele nel loro non smentire – ma anzi suffragare – consolidate visioni di fondo secondo cui alle donne dovesse essere ascritta una mera posizione di subalternità rispetto all’uomo e agli schiavi dovesse essere attribuito il solo status di “strumento animato”. E che poi, rispetto a questi punti spinosi o dolenti – riguardanti sia il caso Heidegger, sia la visione gerarchizzata dell’umano di matrice greca – un’assai lucida e sapiente pensatrice quale Hannah Arendt non abbia avuto parole davvero significative da spendere, certamente non aiuta nell’opera di riabilitazione della figura dell’esperto e della sua opera di discernimento e chiarificazione all’interno delle zone di penombra fra opinione largamente condivisa e irriflesso stereotipo.

È esattamente su questo scivoloso crinale che mi vorrei intrattenere, seppure con la brevità dettata da un intervento senza pretesa di esaustività. Prendo le mosse da una succinta digressione, o meglio da una premessa che se, a tutta prima, sembrerebbe non cogliere immediatamente il problema in questione, ad una più attenta lettura, potrebbe addirittura suggerire che tutto, forse, si gioca proprio nella capacità di accoglierla e abitarla, imparando magari a mantenerne la decisività estrema.

La premessa è la seguente: che una conoscenza, in generale, ed una possibilità di relazioni sociali e (inter-)culturali, in particolare, possano darsi come esperienze prive di pregiudizio è una condizione non solo impossibile, ma anche non auspicabile. Ciò è stato mostrato, in diversi modi e con differenti accentuazioni, soprattutto nel panorama del pensiero contemporaneo, da diversi autori soprattutto nell’ambito dell’ermeneutica. La presenza ed operatività di un tale inevitabile “pre-giudizio”, cioè – alla lettera – di un giudizio presupposto, è dovuto al semplice – ma non per questo meno fondamentale – fatto che ogni rapporto che i soggetti costituiscono tra di loro e col mondo si articola sempre in contesti ontologici, culturali e sociali già dati, che formano così questi stessi soggetti fin dall’inizio, tracciandone l’orizzonte di vita. La possibilità di liberarsi di tali presupposti, perciò, non soltanto risulta impossibile, ma nemmeno desiderabile, poiché dietro suddetti contesti concreti di mondo (qualora fosse possibile qualcosa come il giungere dietro le quinte di un contesto) si troverebbe sì forse un soggetto libero da ogni presupposto, ma allo stesso tempo inevitabilmente vuoto, cioè depurato da ogni concrezione vitale. Al riguardo, Husserl parla di un mondo-della-vita che precede ciascun soggetto e in cui si dà tutta quella serie di orizzonti di senso che ne rendono possibile l’esperienza. Heidegger si riferisce, a sua volta, ad un essere-gettato nel mondo (e nelle condizioni che quest’ultimo detta) quale istanza esistenziale insuperabile per ogni esserci individuale. Sempre sulla stessa linea, Gadamer approfondisce il concetto di un necessario pre-giudizio ermeneutico, da cui parte ogni interpretazione; pre-giudizio dovuto al fatto che ogni individuo è già sempre inserito in una sfera contestuale di significati e relazioni storici sulla base della quale ciò che viene interpretato è necessariamente filtrato. Per cui, la possibilità di una conoscenza interpretativa pura e priva di presupposti è un’impresa esclusa per principio. Dal canto suo, anche Ricoeur sottolinea l’impossibilità di una conoscenza pienamente trasparente, impresa vanificata dal fatto stesso che ogni soggetto concreto è essenzialmente parte vivente di trame testuali e narrative (di carattere sociale, culturale, istituzionale), le quali costituiscono già sempre la sua sfera di possibilità di vita. Ma prima ancora di tutti questi autori, è probabilmente già la lezione del prospettivismo di Nietzsche a indicare in direzione dell’irriducibile inaggirabilità del pre-giudizio.

II.

Ora, se ho insistito fin dall’inizio sulla premessa di un siffatto rimando ad una insuperabile necessità del presupposto è perché ciò detiene una rilevanza estrema proprio nel contesto del discorso che, forse, oggigiorno ci riguarda più da vicino, ovvero quello di un incontro fra le culture che, dopo gli ottimistici impeti dei decenni addietro alimentati dalla retorica di un globalismo conciliante e senza esclusi o comunque prospetticamente destinato a “magnifiche sorti e progressive”, sempre più sta assumendo invece i contorni di quel clash of civilizations così ben paradigmaticamente illustrato da Samuel P. Huntington.

La premessa da me formulata altro non vuole segnalare se non il fatto che ogni conoscenza e relazione con ordini culturali altri non può assolutamente aver luogo in una modalità priva di pre-giudizi. Di nuovo, una tale modalità sarebbe tale da svolgersi, alla fine, in luoghi asettici e virtuali, il che non corrisponde in alcun modo alla nostra esperienza concreta e quotidiana. Gli incontri culturali, al contrario, avvengono sempre a partire da luoghi concreti, ovvero da ordini sociali e storici, i quali sono costituiti da un determinato corredo di significati, credenze e visioni del mondo; insomma, opinioni ricevute e condivise dalla maggioranza! In tal senso, ogni cultura che incontra un’altra cultura – per dirla in modo molto semplificato – lo fa sempre a partire da un luogo determinato e sulla base di significati di partenza determinati. Sulla base di questi significati di partenza, una cultura si costruisce interpretazioni tradizionali ed iterate di altre culture ed ordini di mondo. Avviene così che determinati popoli e culture si costituiscono un certo concetto di questo o quest’altro popolo e viceversa, rendendo altresì possibili interazioni e scambi.

III.

A questo punto, tuttavia, si pone la spinosa questione evocata all’inizio: il fatto che i pre-giudizi siano inevitabili, che non vi sia alcun luogo neutro e asettico per gli incontri interculturali, vuol per caso dire che gli stereotipi alla fine siano essi stessi ineludibili e, per questo, che siano anche inevitabili scontri inconciliabili di civiltà? A tutta prima, potrebbe sembrare proprio di sì, visto che uno stereotipo può essere considerato una forma cristallizzata di un pre-giudizio, che una determinata cultura si dà di un’altra nel tempo. Sennonché, le cose non stanno esattamente così. Proprio in tal senso vorrei, ricalcando i termini del titolo, percorrere il seguente ragionamento: che i “pre-giudizi” siano inevitabili non equivale affatto a dire che lo debbano essere anche i “pregiudizi”. In altri termini, l’ineludibilità di una conoscenza priva di presupposti non implica affatto che tali presupposizioni debbano sclerotizzarsi. Anzi, a ben guardare, la logica che soggiace alla necessità del presupposto suggerisce proprio il contrario, ovvero un’inevitabile fluidità storica e, quindi, trasformabilità e questionabilità.

Se ci chiediamo, infatti, il motivo per cui i presupposti sono necessari, giungiamo presto a quella condizione che la modernità ci ha insegnato fin dai suoi albori, secondo la quale l’imprescindibilità di punti di partenza contestuali e storici altro non indica se non il fatto che noi, non potendo partire da e possedere verità inconcusse, siamo rimessi sempre a significati culturali limitati e parziali. Il che vuol dire, al contempo, che tali significati, per loro natura, non essendo verità sacrosante, possono essere modificati non appena interviene qualcosa che li metta in discussione. In tal senso, il pre-giudizio, proprio in quanto necessità di partenza di carattere contingente e non meta-storico o puramente metafisico, è esposto già sempre alla possibilità di alterarsi. È esattamente questo carattere costitutivo che gli impedisce di trasformarsi, cristallizzandosi, in un pregiudizio stereotipato e definitivo. Pertanto, nel momento in cui interviene uno stereotipo si è già tradita la necessaria forma sociale, storica e contingente di cui si nutre la vera natura del pre-giudizio. Infatti, mentre il pregiudizio, data la sua costitutività storica, obbedisce alla logica dell’“è così, ma potrebbe essere anche altrimenti”, lo stereotipo obbedisce alla logica dell’“è così per natura” o anche dell’“è sempre stato così e così sarà sempre”.

Questa logica ultima, applicata al teatro degli incontri interculturali, non soltanto risulta essere epistemologicamente scorretta, visto che non c’è affatto un qualcosa come un comportamento culturale tale da rivelarsi “così e basta”, “così in sé e per sé”; un comportamento si rivela, invece, sempre in una certa modalità determinata e contingente proprio in base alle parti che, nello specifico, sono in gioco e alle traiettorie che le loro inter-relazioni assumono. In tal senso, la lingua cinese o araba non è tale da essere incomprensibile in sé e per sé, ma è sempre più o meno (in-)comprensibile in relazione a chi formula un tale giudizio e al dove un tale giudizio viene formulato; e, inoltre, si rivela tale a seconda della progressione degli incontri storici in cui è avviluppata: può diventare, cioè, sempre più, ma anche sempre meno (in-)comprensibile.

Dicevamo, la logica dello stereotipo non solo è epistemologicamente insostenibile, ma anche deleteria e pericolosa, poiché il “così e basta” applicato alla cultura altra rappresenta una forma di giudizio sull’altro, il quale presume di sapere qualcosa dell’altro, senza però averlo mai lasciato parlare.

Ascoltare l’altro o la cultura altra, invece, potrebbe portare a comprendere che il loro orizzonte di vita è molto più complesso e sfaccettato di quanto presumiamo di sapere. Ed è proprio la pratica di un tale ascolto che, peraltro, ci conduce ad interrogare sempre di nuovo la tenuta stessa dei nostri pre-giudizi nei loro confronti. Ma non solo. Ascoltare l’altro potrebbe, inoltre, scalfire le nostre stesse inveterate certezze su noi stessi e, così, portare a proiettare nuove possibilità di esistenza per i nostri medesimi orizzonti di vita. In fondo, la storia ci ha insegnato che nuove possibilità di vita per noi stessi non ci sono venute quasi mai in termini auto-poietici, ma pressoché sempre attraverso l’incontro con l’altro, il distinto, l’“estraneo” (per dirla con Bernhard Waldenfels).

Nonostante le due appena indicate prospettive d’ascolto dell’altro – la rinnovata percezione degli altri e quella di noi stessi –, soprattutto oggigiorno, ci sembrino troppo pretenziose e difficilmente perseguibili, ritengo esse siano nondimeno l’unica strada percorribile al fine di evitare gigantomachie politico-culturali letali. Non appena ci si arrende, infatti, all’ineluttabile impossibilità di trarre profitto da una pratica dell’ascolto dell’altro, l’unica strategia perseguibile diventa quella di mettergli noi stessi le parole in bocca. Ma, così facendo, a quest’ultimo non resta altro spazio che confermare l’immagine reattiva medesima che di esso ne facciamo. Insomma, la pretesa mezza verità dei nostri stereotipi finisce per riscuotere l’altra metà proprio per mezzo dell’inveramento performativo che essi stessi mettono in moto.

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