STRANIERI A NOI STESSI NEL CAPITALISMO RAZZIALE

23236210_8280f99ac9BRUNO MONTESANO

Stranieri a noi stessi, ignoti, divisi, lacerati. Se ci si riconoscesse come tali, si potrebbe riconoscere anche chi ci è diverso, ammettendo la comune differenza. Questa una delle interpretazioni presenti sul razzismo. Julia Kristeva nel suo libro omonimo, a partire da Freud, arriva a questa tesi, che, secondo lei potrebbe fondare un nuovo universalismo.

Le interpretazioni del razzismo, grosso modo, si dividono tra quelle psicologico/antropologiche e quelle economico-sociali. In mezzo ci sono diverse strade intermedie, e ovviamente le prime possono fare da supporto alle seconde e viceversa. Chi sostiene le prime accusa chi preferisce le seconde di determinismo, chi sottolinea la dimensione economica accusa di riduzionismo psicologista i primi. È però possibile superare questa contrapposizione.

Piccoli bianchi

Albert Memmi, ebreo e pied noir, fu tra i primi autori a fare un’operazione differente, tenendo insieme i due piani. Il razzismo è una tecnica di dominazione che fa leva su una base psicologica disponibile, incentrata sulle passioni della paura e dell’interesse. Parlando dei petit blancs, dei colonizzatori proletari nel Maghreb, descrisse il meccanismo con cui le élite coloniali riuscirono a governare. La paura è il fondo oscuro psico-antropologico che viene mobilitato a fini di governo. L’interesse è la pulsione che viene sollecitata quando si divide la popolazione e se ne favorisce una parte. I petit blancs erano trattati meglio dalla polizia e dalle istituzioni coloniali perché condividevano religione, patria e lingua. Venivano favoriti nella distribuzione delle risorse pubbliche, avevano spazi dedicati, lavori migliori. Negli Stati Uniti, a inizio ‘900, il sociologo afroamericano W.E.B. Du Bois avanzò un ragionamento simile: la classe operaia bianca gode di un ‘salario psicologico’ che integra il basso salario monetario che riceve. Questo salario è composto dalla rappresentazione diversa sui media, dal trattamento garantito da politici, poliziotti e corti di giustizia, dalla segregazione scolastica e negli spazi pubblici, dalla preferenza per i lavori qualificati e reddito più alto. Il mantenimento di questa integrazione al salario tiene divisi i bianchi dai neri che, al contrario, potrebbero trarre vantaggio da un’unione contro la classe dominante.

Nei dibattiti sul razzismo qui emerge immediatamente un altro problema: il razzismo viene mobilitato dall’alto o è autoprodotto dal basso? Etienne Balibar sostiene che ogni razzismo abbia bisogno di una teoria e pertanto la domanda è mal posta. I teorici appartengono spesso alle élite, il razzismo ottocentesco e di inizio Novecento contro la classe operaia favoriva i padroni, ma la forza di questa ideologia e pratica deriva da una volontà di sapere diffusa. La modernità introduce l’incertezza dell’assenza di Dio e della mobilità sociale e urbana. A questa instabilità il razzismo risponde sancendo delle appartenenze e delle esclusioni irrimediabili. Si eternano, come nel meccanismo sessista, dei rapporti sociali e così si garantisce un minimo di stabilità identitaria. Nel suo lavoro sugli Stati Uniti, The wages of whiteness, lo storico David Roediger propende per una spiegazione apparentemente bottom-up, ma di fatto fondata nella materialità dei rapporti sociali capitalistici. La bianchezza è il modo in cui la classe operaia ha elaborato la propria condizione, la trasformazione dei rapporti di produzione e dei ritmi di vita. Per razionalizzare un simile cambiamento, ha proiettato sui neri ciò che era stata fino a poco prima. Di qui i minstrel show e il blackface come forma culturale con cui, da un lato, scaricare tensioni, odio, rancore e paura e, dall’altro, riconoscere ciò che si era e si potrebbe (o rischierebbe) di essere. I neri sono ciò che non si vuole più essere e che si spera rimanga radicalmente altro. Ciò non toglie, ovviamente, che di questo abbia beneficiato la classe dominante. Ma Roediger diffida da spiegazioni che siano centrate su un’eventuale competizione per il lavoro, aumentata dopo la liberazione degli schiavi. Piuttosto, la bianchezza fu una costruzione sociale necessaria a unificare i diversi immigrati – non sempre considerati bianchi – arrivati dall’Europa. La costruzione sociale dell’identità razziale bianca è un tema che ha difficoltà a circolare fuori dalle strette accademiche. È quasi ignorato, nel dibattito pubblico, il fatto che gli italiani, o gli irlandesi, siano stati annessi alla bianchezza solo da poco. E così anche la bianchezza europea andrebbe guardata più da vicino, come il cambiamento di status dei cittadini ucraini dimostra: il loro grado di bianchezza si è trasformato alla luce del conflitto geopolitico che fa del loro campo di appartenenza la posta in palio.

Estrema destra e capitalismo razziale

Questo tipo di excursus non è un mero esercizio accademico ma può al contrario favorire una riflessione su quali pratiche e idee andrebbero mobilitate contro il razzismo. Anzitutto, bisogna dire che il razzismo non è un’incrostazione di barbarie premoderna o un ritorno del cd. ‘tribalismo’ di qualcuno che non è sufficientemente liberale. Il razzismo odierno è la riemersione di un’ideologia e di un processo assolutamente moderni e, in quanto tali, legato a doppio filo alla storia del liberalismo. Non si è mai stati tutti uguali e liberi allo stesso modo. E la stessa storia del contratto libero di impiego si accompagna a diverse altre forme di imbrigliamento che è difficile considerare eccezionali, per diffusione e persistenza. Questo ha strutturato forme diverse di lavoro a seconda della razzializzazione, del genere e della posizione geografica. Così si sono determinate le asimmetrie del sistema-mondo.

Pertanto, la questione è anche quella della difesa del privilegio, non inteso come semplice postura linguistica ma come concreta attività in favore di una distribuzione ineguale delle risorse materiali e simboliche. Il razzismo non è semplicemente l’urlo dei deprivati ma anche il ringhio di chi ha la pancia piena, di chi è sazio. La minaccia da cui ci si vuole difendere è tanto immaginaria quanto materiale. Il problema è che non è affatto detto che con più risorse, con più redistribuzione sia possibile ridurre lo spazio del razzismo. Anche perché questo impregna tutto il campo politico, pur se in modo differenziato. In questo senso, le strategie in voga a sinistra orientate allo svuotamento del bacino dell’estrema destra attraverso forme di neo-protezionismo/neo-keynesismo sono votate al fallimento.

A cosa si deve il radicamento del razzismo nei nostri orizzonti culturali, sociali e politici e come mai, almeno in Italia, è così difficile fare avanzare la riflessione e la pratica politica in merito? Nel 1983 negli Stati Uniti uscì un libro Black Marxism, di Cedric J. Robinson che popolarizzò un termine proprio del dibattito sudafricano, quello di ‘capitalismo razziale’. Robinson, inserendosi nel dibattito sulla transizione dal feudalesimo al capitalismo che aveva impegnato Sweezy, Dobbs e altri marxisti, ripercorre la storia del marxismo per denunciarne il determinismo economicista e l’eurocentrismo. La tesi per cui il libro 40 anni dopo è ricordato è quella del capitalismo razziale, ossia di un capitalismo che prende il meccanismo razziale dal feudalesimo e lo utilizza per crescere, come supporto del modo di produzione e come strumento di frantumazione della classe operaia. Il razzialismo precede il capitalismo secondo Robinson: i primi soggetti razzializzati furono europei e il dispositivo della razza serviva a legittimare, attraverso il richiamo a sangue e passati mitici, la dominazione e la gerarchia nel presente. Robinson sostiene che le colpe del marxismo verso il nazionalismo bianco siano molteplici, descrivendo una classe operaia bianca inglese non molto diversa da quella statunitense fornita da Roediger.

Alcuni autori, della scuola del cd. afropessimismo, sostengono pertanto che il razzismo sia talmente radicato negli interessi e nelle culture delle società europee e statunitensi che non se ne andrà mai. Frank B. Wilderson sostiene che “la violenza contro lo schiavo [ovvero il nero anche dopo l’abolizione della schiavitù, ndr] è integrale alla produzione dello spazio psichico che chiamiamo vita sociale”. Che bisogni “pensare alla violenza al di fuori di quei termini di utilità politica ed economica che ci offrono gli altri paradigmi rivoluzionari. La violenza contro lo schiavo sostiene una sorta di stabilità psichica per tutti gli altri soggetti che non sono schiavi.” Al contrario, le lotte intersezionali prendono come riferimento polemico il capitalismo razziale. Sono lotte del tutto materiali, affatto sovrastrutturali – qualora si volesse mantenere quella dicotomia, in fondo mai stata così netta come alcuni vorrebbero. Dall’intreccio coercitivo di stato e capitale emerge lo sfruttamento differenziale di neri, donne, migranti e soggettività LGBTQ+ che compongono la classe lavoratrice, che è stata bianca e maschile solo nelle mitologie di alcuni sovranisti di sinistra. Si parla in questa chiave di un nuovo abolizionismo – come nell’ultimo libro di Ruth Wilson Gilmore e in Italia di Federico Rahola e Luca Queirolo Palmas – in cui al posto del sistema schiavile c’è il complesso carcerario, la segregazione urbana e sociale e il regime di frontiera. La storia dal basso, le molteplici forme di resistenza, in quest’ottica, sono lo strumento con cui far riemergere la lunga durata del razzismo, il suo intreccio con la cultura, le istituzioni e l’economia e riattivare così i movimenti, le ‘underground railroads’, le ferrovie sotterranee – allora degli antischiavisti, oggi di Black Lives Matter o dei movimenti solidali con chi attraversa i confini. Robin D.G. Kelley ha sostenuto recentemente che la crociata contro la critical race theory in USA (e Francia), e più in generale contro la cd. wokeness o cancel culture, non sia altro che il tentativo di rinsaldare il regime razziale bianco che ormai non tollera neanche eventuali ipotesi di multiculturalismo liberale.

Certamente una delle poste in palio è quella dell’universalismo, di un universalismo concreto e non astratto e implicitamente gerarchico. I rischi identitari sono dietro l’angolo, così come quello di accontentarsi di successi simbolici che lascino le questioni strutturali sullo sfondo. Tuttavia, in Italia siamo distanti dalla maturità delle lotte negli Stati Uniti, in Brasile o altri paesi e questo tipo di problemi non sono dunque all’ordine del giorno. Kristeva terminava il suo saggio Stranieri a noi stessi ipotizzando che, a partire dalla consapevolezza psicoanalitica, fosse possibile fondare un nuovo cosmopolitismo, non disincarnato e legato all’idea di fratellanza – “Perché ci siano dei fratelli, serve un padre” ci ricorda citando le parole di Veuillot – ma fondato sulla conoscenza dell’inconscio, “desiderante, distruttore, pauroso, vuoto, impossibile”. Situando la differenza più distruttiva dentro di noi, si potrebbe così ribaltarla nella condizione di possibilità di una nuova forma di coesistenza che pure necessita di nuove istituzioni.

Nijmegen Racism” by digicla is licensed under CC BY-NC 2.0.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: