CAMERA CON VISTA. SULL’EUROPA

VANNI VERONESI

Quando, nel La Scuola di Atene1308, il monaco Odorico da Pordenone si mise in marcia verso l’estremo Oriente, era certo solamente di due cose: la sua identità e la sua fede. Parole con cui oggi abbiamo un rapporto conflittuale: troppi morti nel nome dei nazionalismi, troppe ingiustizie coperte da un uso improprio del termine ‘Dio’. Eppure, se vogliamo capire veramente ciò che definiamo ‘Europa’, è con esse che dobbiamo fare i conti: una civiltà, infatti, prende coscienza di se stessa solo quando dichiara apertamente le proprie origini, senza per questo esserne schiava.

Il programma iconografico: archeologia della Segnatura

Nel 1508 Raffaello arriva a Roma, giovanissimo allievo di Perugino e nipote di Donato Bramante. Papa Giulio II ne capisce immediatamente il talento: liquidata la concorrenza, il rampante artista si ritrova ad affrescare tutte le Stanze Vaticane iniziando dalla Segnatura, così chiamata perché in origine ospitava l’alto tribunale della Santa Sede, la Segnatura Gratiae et Iustitiae. L’aula, comunque, doveva diventare la biblioteca personale di Giulio II.

La Stanza è formata da quattro ampie lunette sovrastate da una cupola. Si è soliti dire che il programma iconografico consista nell’esaltazione della cultura umanistica: indubitabile, ma ciò che Raffaello mette in scena qui dentro non può essere paragonato a nulla di ciò che si è visto in precedenza. Il fulcro della composizione è dato dai due affreschi principali: la Disputa del Sacramento e la Scuola di Atene. Nel primo sono raffigurati i sommi maestri del pensiero cristiano, come S. Agostino e S. Tommaso, nel secondo i massimi esponenti della filosofia antica, da Socrate ad Aristotele, da Eraclito a Platone; i due dipinti sono posti significativamente uno di fronte all’altro, in un vero e proprio dialogo. Nelle lunette minori il binomio si ripete: sul lato destro troneggiano le Virtù sacre per il Cattolicesimo, su quello sinistro i poeti del Parnaso, schierati attorno ad Apollo. La novità, dunque, sta nell’idea alla base del ciclo: l’incontro fra la tradizione greco-romana e il Cristianesimo, senza trascurare gli apporti provenienti da altre culture. In una parola: l’Europa, continente popolato da filosofi e scienziati della classicità che dialogano con i dottori della Chiesa, da dèi pagani che incontrano i personaggi della Bibbia, da poeti greci e romani che parlano con autori medievali, da uomini del diritto romano posti accanto a protagonisti del diritto ecclesiastico, da scienziati arabi e pensatori persiani. Non ci sono, se non in minima parte, gli imperatori, i condottieri, i personaggi che hanno fatto la ‘Storia con la maiuscola’: ci sono invece gli uomini che hanno costruito il pensiero, plasmato il volto, forgiato lo spirito del continente. Ed è per questo che, a mio avviso, la storia di questo luogo deve necessariamente partire da un dipinto realizzato alla fine del Quattrocento da Melozzo da Forlì: esso raffigura la fondazione della Biblioteca Apostolica Vaticana nel 1475, con la nomina a primo Prefetto di Bartolomeo Sacchi, detto il Platina. Senza questa decisione di papa Sisto IV è impossibile capire l’atmosfera della corte papale ai primi del Cinquecento: un luogo in cui migliaia di manoscritti provenienti da ogni dove attirano l’interesse dei migliori cervelli del tempo; un ambiente di confronto apertissimo, prima dei silenzi che imporrà la Controriforma; una sintesi culturale di tutto il Rinascimento, incomprensibile per il severo monaco Lutero, che di lì a poco parlerà di nuova Babilonia.

Il preludio

Mentre i temi sacri della Volta e le immagini delle Virtù rappresentano il doveroso omaggio alla tradizione cristiana, è contemplando il Parnaso che avvertiamo la prima fitta al cuore: poeti greci, romani, medievali e contemporanei a Raffaello ruotano attorno ad Apollo citaredo. Da Omero a Poliziano, da Saffo ad Ariosto, da Orazio a Dante, passando per Ovidio e Petrarca, davanti a noi si dispiega la storia della letteratura mondiale. Gli sguardi, i movimenti delle mani, le posture: ogni elemento contribuisce a creare una tensione compositiva che ci proietta direttamente sul monte delle Muse. Eppure, la vera meraviglia è altrove: basta infatti voltare lo sguardo per trovarsi di fronte alla più stupefacente rappresentazione della cultura occidentale.

Il rumore del dibattito: la Scuola di Atene

Immersi in una scenografia classicheggiante, i filosofi dell’antichità che animano la Scuola di Atene sono intenti a dibattere: è la rappresentazione archetipica del pensiero, del sapere come ricerca in continuo movimento, della conoscenza che evolve grazie al confronto. E così, dopo pochi secondi di contemplazione, è quasi inevitabile sentire il rumore delle parole pronunciate dai vari personaggi: un caso unico di opera d’arte visiva sinestetica, ‘da ascoltare’ più che da osservare.

La Scuola di Atene - I personaggiAl centro della scena, Platone (1) e Aristotele (2) dominano il dibattito. Come sottolinea Glenn W. Most, «Raffaello ha utilizzato ogni possibile espediente artistico per privilegiarli: la posizione centrale, la serie di cerchi concentrici formati dagli archi dell’edificio e la cornice semicircolare dell’intero dipinto, la distribuzione degli altri personaggi, l’atteggiamento dei loro visi e i gesti del corpo, la convergenza delle linee prospettiche dell’affresco nel suo insieme e l’apertura dell’arco alle loro spalle che permette solo alle loro teste di stagliarsi contro il cielo» (Leggere Raffaello. La “Scuola di Atene” e il suo pre-testo, Torino 2001, p. 34). Platone, raffigurato con il volto di Leonardo da Vinci, punta il dito verso il cielo, a indicare quel «mondo delle Idee» che da duemilaquattrocento anni rappresenta una delle vie possibili per la lettura della realtà; in mano regge il Timeo, il suo dialogo più noto nel Medioevo e nel Rinascimento, archetipo della visione armonica del cosmo. A riportarci sulla terra, con il suo perentorio gesto verso il basso, è l’allievo Aristotele, che regge con l’altra mano la sua Etica a Nicomaco: nella sintesi raffaellesca, lo Stagirita rappresenta l’attenzione alla physis, al mondo «di quaggiù», l’altra grande via per l’interpretazione dell’Essere.

Attorno a loro si collocano gli allievi delle rispettive scuole filosofiche: l’Accademia a sinistra, rappresentata da Senocrate (3) in primo piano; il Liceo a destra, con capofila Teofrasto (4). Più in disparte rispetto al gruppo centrale, Socrate (5) istruisce i suoi allievi. La scena è costruita con la sicurezza di chi conosce la materia che sta trattando; il filosofo, infatti, ha il volto dei busti greco-romani che lo ritraggono, mentre la disposizione a cerchio degli uditori ne ricalca la ricerca dottrinale, tutta incentrata su un confronto fra persone di pari livello: come la levatrice aiuta la madre a portare alla luce il suo bambino, così la maieutica socratica è in grado di rivelare, attraverso il dialogo, quella verità che è già presente in noi. Il più vicino al maestro è Senofonte (6);. seguono Antistene (7), famoso per la sua rinuncia ai piaceri della tavola nel nome dell’autosufficienza, l’astuto politico Alcibiade (8) e un discepolo (9) risoluto nel cacciare i Sofisti (10), principale bersaglio polemico dei socratici.

Più in basso appare un uomo con una corona vegetale presso una base di colonna (11), intento a sfogliare un libro sul quale si appoggia anche un bambino (12), quest’ultimo retto da un vecchio (13) accanto a un ragazzo ormai maturo (14), il quale è a sua volta abbracciato al personaggio incoronato: è possibile che bimbo, adulto e anziano siano allegoria delle tre età dell’uomo, chiamate in causa da un rito orfico celebrato dal protagonista della scena.

Nel registro inferiore, a sinistra, un folto gruppo di persone circonda Pitagora (15), intento a scrivere chissà quali calcoli: magari proprio il suo celebre teorema. Attorno a questa figura straordinaria, che per primo capì la natura matematica e ‘musicale’ della realtà, si concentrano intelligenze altrettanto eccelse: accanto alla base di colonna, Boezio (16, se l’identificazione è corretta) guarda con attenzione, da studioso di armonica, la lavagnetta retta da un giovane allievo di Pitagora, sulla quale sono rappresentati gli intervalli di quarta, quinta e ottava. Più defilato, ritratto nell’atto di misurare qualcosa con la mano, il giovane filosofo dietro gli Orfici (17) ricorda l’Empedocle che Luca Signorelli ha dipinto nel Duomo di Orvieto: è la collocazione giusta per l’autore del Poema lustrale, che attraverso la purificazione dell’anima (lo stesso fine a cui tende l’Orfismo) conduce l’uomo alla scoperta delle leggi della natura, arrivando a intuire il principio del «nulla si crea e nulla si distrugge». In piedi, antitetico al gruppo dei Pitagorici, sta invece Parmenide (18), che non crede nella molteplicità e nelle mutazioni del mondo fisico. Nonostante l’opposizione, per il filosofo di Elena è comunque possibile il dialogo con la coppia Pitagora – Empedocle; totalmente precluso, invece, il dibattito con Eraclito, che infatti è ritirato (19), immerso nella sua meditazione. Fra i due non corre neanche uno sguardo: mentre Parmenide afferma che l’Essere esiste in quanto immutabile ed eterno, Eraclito crede nella trasformazione incessante della realtà attraverso l’armonia fra gli opposti. È interessante notare come quest’ultimo sia stato aggiunto solo in un secondo momento: il cartone originale dell’affresco, conservato alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, non lo contempla. Il motivo di quest’aggiunta è da ricercarsi, secondo la tradizione, in una visita clandestina di Raffaello al cantiere della Cappella Sistina: rimasto folgorato dai dipinti michelangioleschi ancora in lavorazione, il pittore urbinate avrebbe voluto omaggiare in questo modo l’artista.

Al centro della scena, letteralmente stravaccato sugli scalini da vero anticonformista, incurante di tutto e interamente dedito alla lettura, Diogene (20) sembra destare scandalo. Accanto a lui, un giovane (21) si sbraccia per chiedere al suo vicino (22) chi sia quel curioso personaggio, ma l’altro lo richiama subito all’ascolto di Platone e Aristotele: la verità è laggiù, in quel dialogo fra giganti, in quei gesti opposti che ci indirizzano, a seconda di chi vogliamo seguire, verso il cielo o sulla terra.

Nell’angolo destro, due figure osservano il resto della scena. Il primo è Plotino (23), massimo rappresentante del Neoplatonismo; l’identità del secondo resta invece misteriosa, ma la mia proposta è in favore di Talete (24), il primo filosofo della storia. Con lui, il tentativo di spiegare la natura si affranca dalle vicende del mito per diventare, a tutti gli effetti, razionale. Personaggio quasi leggendario per gli antichi, secondo la tradizione fu in grado di misurare l’altezza della piramide di Cheope attraverso il semplice ausilio della sua stessa ombra e di quella del suo bastone piantato nel terreno. Poiché nella Scuola di Atene ogni dettaglio ha un significato preciso, non sfuggirà che il personaggio tiene in mano proprio un bastone.

Scendendo più in basso, un folto gruppo si riunisce attorno ad Euclide (25), il fondatore della geometria occidentale, ritratto con il volto di Donato Bramante, direttore della fabbrica di S. Pietro. Mentre il matematico è impegnato a tracciare una figura con il compasso, due astronomi si scambiano opinioni in merito alla struttura dell’universo: sono Tolomeo (26) e Zoroastro (27), unico intellettuale ‘esotico’ assieme all’arabo Averroè (28). E fa un certo effetto pensare come, negli stessi anni in cui Raffaello dipingeva la Scuola, un giovane neolaureato in diritto canonico lasciava l’università di Ferrara, dove si era formato sui classici greci e latini, per tornare nella sua Polonia e apprestarsi, da laggiù, a spazzare via per sempre il modello universale di Tolomeo su cui l’umanità si era retta per millenni: quel giovane, convinto che fosse la Terra a girare attorno al Sole e non viceversa, si chiamava Mikołaj Kopernik e avrebbe latinizzato il suo nome in Nicolaus Copernicus.

Di fronte a questa schiera di maestri, l’unico atteggiamento possibile è quello dei personaggi appoggiati al muro, vicino a Plotino: mentre uno prende appunti su ciò che stanno dicendo Platone e Aristotele (29), l’altro lo osserva sbirciando nel quadernetto (30).

Lo sguardo altrove

Per un uomo del Rinascimento, tuttavia, la conoscenza degli antichi non può essere sufficiente: ad essa, infatti, va sovrapposta la religione cristiana. Non è un caso che tutti i contemporanei inseriti nella Scuola di Atene – doveroso omaggio ai protettori e mecenati – rivolgano il proprio sguardo altrove; Federico Gonzaga (31) e Francesco Maria Della Rovere (32), come del resto lo stesso Raffaello (33), sono infatti interessati a ciò che succede dall’altra parte della stanza, sul muro di fronte, dove gli Apologeti, gli Evangelisti, i Santi, i Padri e i Dottori della Chiesa danno vita alla Disputa del Sacramento.

Nella parte cristiana il confronto è ugualmente accesso: Sigieri di Brabante, appoggiato a un parapetto in basso a sinistra, è quanto di più distante dal pensiero di San Tommaso d’Aquino, giustamente raffigurato in tutt’altra parte dell’affresco, quinto a destra dell’altare. Ma a differenza della Scuola, dove ogni capannello è isolato dagli altri a sottolineare un dibattito continuo, scomposto, infinito, la discussione in corso nella Disputa tende fisicamente verso il centro, dominato dall’altare con il corpo e il sangue di Cristo, e avviene su piani diversi: in basso, la Chiesa militante, impegnata in mezzo agli uomini, che ha operato attraverso filosofi e pontefici; sospesa fra cielo e terra, sostenuta da una corona di nubi angeliche, la Chiesa trionfante si mostra con i suoi santi, martiri ed evangelisti attorno alla figura centrale di Cristo, affiancato dalla Vergine Maria e da San Giovanni Battista; in alto, sopra ogni cosa, Dio e la sua schiera angelica. Ma se i giovani Gonzaga e della Rovere si trovavano a loro agio ‘ascoltando’ pensatori come Gregorio Magno, Anselmo d’Aosta e Gregorio di Nissa, è innegabile che, per noi secolarizzati cittadini del 2016, la Disputa del Sacramento appare distante, incapace di comunicarci le stesse emozioni del consesso pagano messo in scena nella Scuola di Atene.

Eppure, ciò che ci insegna la Segnatura va oltre al dato della Fede in sé. Il segreto del fascino che sprigiona questa stanza non sta nella costruzione delle varie scene: dal punto di vista visivo, infatti, domina una sostanziale paratassi. Il miracolo va cercato altrove, nella realizzazione di un sogno impossibile: di colpo, come in un corto circuito di una ipotetica macchina del tempo, in questi pochi metri quadri tutti i filosofi pagani, i pensatori cristiani e i poeti di ogni epoca si trovano assieme. L’uno di fronte all’altro, separati nella propria identità ma non per questo capaci di integrarsi: fieri ciascuno delle proprie convinzioni, ma presenti nello stesso luogo e nello stesso tempo, in un dialogo inclusivo che non tiene fuori nessuno. Ed è qui, precisamente qui che ritrovo l’Europa: in questa rete intessuta nel nome della conoscenza, capace di abbattere muri e confini nel nome di una coscienza sovranazionale.

Renato Guttuso, in una meravigliosa introduzione a Caravaggio, scriveva: «Come è possibile che ancora oggi, dopo Kandinsky o Mondrian, il passante più casuale, o il patito di Pollock o di Rauschenberg, o il più condiscendente elettore dell’arte ludica, entri in San Luigi dei Francesi e senta riaprirsi in petto una piaga che credeva chiusa per sempre? Sono domande senza risposta, o la cui risposta possibile (da molti tenuta in dispregio) è che la verità di una grande passione creativa si misura dalla sua durata, dalla sua capacità di riproporsi come fonte d’acqua viva alle ideologie, alle nuove convinzioni, ai nuovi gusti: mostrare una faccia nuova, mai vista prima». Chi, come la generazione di Guttuso, si avvicinava a Caravaggio, lo faceva perché pochi anni prima Roberto Longhi aveva aperto una strada: il pittore maledetto che dipingeva i santi straccioni e i pellegrini con i piedi gonfi, ritraendo la Vergine Maria sull’uscio di una stamberga romana con lo stipite sbrecciato, era in quegli anni l’artista del popolo, il Pellizza da Volpedo senza retorica, il Pasolini ante litteram che ritraeva scandalosi ragazzi di vita. Allo stesso modo, chi entra oggi nella Segnatura capisce immediatamente che quel mondo di morti è, invece, più vivo come mai. Ed è, forse, l’unica ‘Europa’ possibile.

L’unica che io voglio.

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