IL DUALISMO CORPOREO E LA MALATTIA COME DIVENIRE ESTRANEI A SE STESSI: L’ANALISI DELLA SCHIZOFRENIA DI ROLAND LAING

19246919968_7945816fec_bELEONORA CORACE

Nella corrente filosofica della fenomenologia è descritta l’esperienza che un’individualità soggettiva fa di se stessa e del mondo. In questo panorama teorico tema centrale è il modo di vivere ed esperire il corpo, inteso come espressione di una soggettività incarnata che agisce e tesse relazioni con cose e persone in un orizzonte mondano intersoggettivo descritto da Edmund Husserl con il termine Mitwelt (Co-mondo).

In questa prospettiva assumono importanza due termini tedeschi quasi intraducibili: Körper (corpo oggettuale) e Leib (corpo proprio). Lungi da rappresentare una sorta di rinnovato dualismo tra una sfera cosciente e una materiale, questi concetti sottolineano la complessità dell’essere-al-mondo di una soggettualità caratterizzata, appunto, da due dimensioni fondamentali: quella della coscienza di sé e quella della concreta esistenza di un corpo biologico.

Queste due modalità di esistenza si muovono nel gioco dialettico che ogni individuo innesca dal momento della nascita e che si può tradurre nelle due modalità d’esperienza descritte dall’espressione “avere un corpo” (Körper haben) e “essere un corpo” (Leib sein).  Il corpo che noi siamo (Leib) è anche quella parte esteriore (Körper) che è visibile e percepibile per gli altri come per noi stessi, in una parola: oggettivabile.

La materialità della sfera biologica, la vita autonoma di organi e apparati, l’aspetto del corpo fisico che viene percepito prima dagli altri che da noi stessi – non possiamo vederci se non “a pezzi” o usando uno specchio – induce una buona dose di incertezza nella relazione che l’uomo ha con la sfera corporea.

L’avere un corpo, oltre a esserlo, si traduce nella possibilità costante della sua oggettivazione. Questo corpo posso oggettivarlo, trattarlo come un oggetto tra gli altri come nelle rappresentazioni artistiche di Gina Pane. Ad esempio in Azione sentimentale (1973), l’artista si procura tagli simmetrici sul braccio con la stessa naturalezza con cui si potrebbe incidere un pezzo di legno. Il dolore di questa operazione non viene esibito ma soltanto rappresentato (oggettivato?) nel sangue vivo delle ferite. Secondo Helmuth Plessner (Il riso e il pianto, 1942), una simile operazione può essere svolta solo da un essere vivente che ha in sé, come presupposto del suo essere, la frattura tra il sentimento di essere una coscienza incarnata (Leib) e la capacità di questa coscienza di oggettivare la sfera corporea (Körper).

Questa sfera corporea è infatti parte del soggetto ma in qualche modo non del tutto, resta in una posizione mediana tra l’Io e gli Altri, l’Io e il Mondo: soglia di confine e di accesso al mondo e porta attraverso la quale la coscienza esperisce il mondo e nel mondo gli altri; ma anche scatola nera di meccanismi silenti e quindi in qualche modo sempre estranei.

Ma se il corpo posso guardarlo e manipolarlo come un oggetto non lo vivo come un oggetto. Questa è una osservazione banale come dire che la mia pelle è tutt’altro dai vestiti che indosso. Il corpo materiale sono io ma in un altro modo che nella forma dell’autocoscienza: è un me che la coscienza avverte come parte di sé ma allo stesso tempo non riesce a permeare del tutto. È dunque “me”, ma un me con zone d’ombra cognitive, un’individualità che coincide con la mia ma che è costantemente attraversata da correnti d’estraneità. L’ambiguità della dimensione corporea sta nel fatto però che queste parti estranee non sono altro che me: costituiscono la soggettività pur rimanendo inaccessibili alla coscienza. Il paradosso di essere un corpo e avere un corpo può essere in questo modo descritto: come un’adesione e una non adesione a sé, un combaciare e non combaciare, una frattura che attraversa l’essere stesso e che – cosa ancor più importante – costituisce ogni individuo.

Facciamo un esempio: sto scrivendo e posso vedere le mie mani muoversi sulla tastiera. Vedo queste mani come vedo i tasti del Pc, ma non sento queste mani come il Pc, al contrario sono le mani che sentono i tasti lisci su cui battono. Io sento dunque attraverso queste mani che vedo allo stesso tempo come un oggetto accanto a un altro oggetto. Ma se sento con queste mani, queste mani sono io, sono un’espressione di me. Pure del sangue che irradia i tessuti, del lavoro dei tendini che mi consentono di battere sui tasti io non sono per nulla cosciente. Se però a causa di un infortunio un dito non risponde al comando di piegarsi sui tasti, ecco che la diretta fusione di intenzione e atto si spezza e la mia volontà resta inappagata. La mano che sono io non risponde, resta inutilizzabile come se fosse altro da me.

Ma sino a che punto ci si può spingere a oggettivare il corpo che comunque siamo? In che modo il sentimento di estraneità a noi stessi può trasformarsi in un vero e proprio divenire estrani a se stessi?

La dialettica esistenziale caratterizzata appunto dall’essere un corpo (Leib-sein) e avere un corpo (Körper-haben) secondo molti autori è infatti alla base di vari disturbi psicotici. Ogni esistenza umana è fratta, divisa e quindi, dal punto di vista della terminologia psicoanalitica, potenzialmente psicotica. Ci sono casi in cui questa dialettica complessa si altera o si spezza del tutto, provocando vere e proprie lacerazioni che danno spazio all’insorgere della malattia mentale.

Vogliamo descrivere questo particolare fenomeno esistenziale attraverso lo studio giovanile dello psichiatra scozzese Roland Laing. Nel libro The Divided Self (1959; edizione italiana L’Io diviso, Einaudi 2010), l’autore cerca di descrivere i casi di schizofrenia come una scissione insita nel soggetto stesso che si origina principalmente dalla divisione tra una coscienza incorporea e il corpo. Questa divisione, superando lo iato del dualismo esperito da ogni esistenza, tende a generare due sistemi semi-autonomi che Laing suddivide in Io incorporeo e Io corporeo e che fanno a loro volta capo a separate dimensioni di coscienza vissute (e descritte) dai pazienti come “vero Io” e “falso Io”.

“Questa è la condizione in cui l’individuo sente il suo io più o meno diviso o staccato dal proprio corpo. Il corpo è vissuto, più che come il nucleo stesso dell’essere, come un oggetto fra i tanti altri oggetti del mondo. Invece di essere il centro del vero io, il corpo è vissuto come il centro di un falso io, che l’io “vero”, l’io “interiore”, incorporeo e distaccato, può vedere, secondo i casi, con tenerezza, con curiosità, con odio. E ancora: “Nella condizione schizoide qui descritta si ha una scissione permanente fra l’io e il corpo. Quello che l’individuo considera il suo vero io è da lui sentito come qualcosa di più o meno incorporeo; le esperienze corporee, dal canto loro, sono sentite come qualcosa che fa parte del sistema del falso io”.

La coscienza si ritrae da sé in un altrove virtuale rigettando ogni sensazione e esperienza corporea e la dimensione dell’essere corpo si riduce ad avere un corpo oggettuale che per giunta diviene sempre più altro da sé.

La ragione per cui un individuo si rifugerebbe in un io incorporeo ritraendosi dal corpo è legata – secondo Laing – a un sentimento di insicurezza esistenziale che si traduce nella paura dell’Io di essere annientato dall’alterità del mondo. In quanto zona di confine tra la coscienza e il mondo, il corpo viene percepito come un costante elemento di angoscia. Per questo l’individuo cerca di liberarsene rifugiandosi in una sfera egologica pura.

Non si vogliono qui affrontare tutte le implicazioni relative al discorso psichiatrico, né tantomeno esplorare i vari modi di interazione con se stessi e con gli altri descritti da Laing e indicati con il termine di “falso io”. È nostro intento in questo lavoro focalizzarci sulla separazione tra sfera cosciente e corporea.

A questo proposito riprendiamo l’esempio della mano. La mano che vedo come un oggetto tra gli altri – che ha la materialità degli altri oggetti – è esposta attraverso la sua fisicità allo sguardo e alle azioni degli altri. Può essere stretta o bruciata o ferita, addirittura mozzata. Questa mano così vulnerabile può scatenare un’ansia tale da far ritrarre l’io in una incorporeità priva di appigli esterni, in cui il soggetto si sente al sicuro in quanto nascosto alla vista e alla presa degli altri. Da notare bene: al sicuro anche da se stesso. Sì, perché la mano può essere fonte di resistenza e dolore anche senza le influenze del mondo: i tendini possono infiammarsi, le unghie incarnarsi, le ossa diventare artritiche. Viceversa, espellendo questa mano lontano da sé, l’io si sente al sicuro; perché tutto quello che potrà accaderle non toccherà direttamente il soggetto. È questa la dissociazione tra io incorporeo e io corporeo che spalanca gli abissi della psicosi.

Il soggetto affetto da “insicurezza ontologica” – termine di Laing – vive con ansia una situazione per altri versi normale: non riconoscendo il ruolo dell’Altro – inteso come influenza sociale ma ancor prima come sfera corporea – come costitutivo della sua esistenza, scinde l’identità in un io incorporeo iper-cosciente. Possiamo chiamare questo io incorporeo come un baluardo di identità pura: è il Cogito cartesiano portato alle sue massime conseguenze. Solo che proprio per questo, a causa della purezza della coscienza che non si lascia contaminare da influenze esterne/estranee, questo Io non esiste, o meglio esiste nella non esistenza, nella continua emorragia di senso e svuotamento di sé. “Si ha un tragico paradosso, perché più si difende in questo modo l’io, più lo si distrugge” (Laing, L’io diviso, p. 73). Questo perché un io diviso dal corpo non ha esperienza e una coscienza che non riconosce l’alterità da cui è costituita e non si lascia attraversare dal mondo è un simulacro vuoto.

Per citare ancora Laing: “Naturalmente (…) se un uomo non ha due dimensioni, se non possiede una identità a due dimensioni, stabilita da una congiunzione fra “identità per gli altri” e “identità per se stesso”; se non esiste tanto oggettivamente quanto soggettivamente, ma possiede invece solo una identità soggettiva, solo “identità per sé”, allora quest’uomo non può essere reale”.

Nel libro Grenzen der Normalisierung (Limiti della normalizzazione, 2016) il fenomenologo tedesco Bernhard Waldenfels interpreta la malattia come una difficoltà a rispondere correttamente all’appello del mondo, degli altri o di parti di noi stessi.

Nei casi presentati da Lang potremmo dire tramite Waldenfels che la malattia insorge come mancata risposta all’estraneità insita nella sfera corporea che noi stessi siamo. È come se ci fosse una coscienza che non sa rispondere a se stessa, alle sensazioni che prova e alle esperienze che fa nel mondo. Una sovrastruttura cristallizzata in un io sterile, privo della carne e del sangue del “me corporeo”. Per concludere direttamente con le parole di Laing, viene a crearsi la dolorosa situazione esistenziale di “un ‘io’ che non sa trovare un ‘me’. Un “io” (…) senza sostanza, senza corpo, senza nessun carattere di realtà, senza identità e senza un “me” che l’accompagni”.

Divided Self” by Editor B is licensed under CC BY 2.0.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA PSICOLOGIA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: