IL POPOLO DEI POPULISTI

MATTIA ZULIANELLO

Pochi termini come “populismo” hanno conosciuto, nel dibattito pubblico contemporaneo, una fortuna così travolgente e, al contempo, un uso così disinvolto. È difficile pensare a un politico a cui non sia stata appiccicata l’etichetta di populista, magari in seguito a una proposta specifica o a un comportamento giudicato sopra le righe. Sembrerebbe quindi che, a seconda della convenienza, il termine possa significare tutto e niente.

Tuttavia, nel dibattito accademico la situazione è ben diversa: negli ultimi decenni si è sviluppato un crescente consenso attorno a un approccio che considera il populismo come un insieme di idee. Nella celebre formulazione di Cas Mudde (2004, “The Populist Zeitgeist”, Government and Opposition), si tratta di un’ideologia sottile fondata sulla contrapposizione morale tra “il popolo puro” e “l’élite corrotta”, la quale sostiene che la politica dovrebbe essere un’espressione della volontà generale del popolo. In altre parole, il populismo è una determinata maniera, manichea e moralistica, di interpretare il mondo.

È vero, tutti gli attori politici si rivolgono al popolo: si tratta di una mossa retorica difficilmente eludibile in un regime democratico. Ma il popolo evocato dai populisti ha tratti ben precisi, che non si trovano in altre tradizioni di pensiero e di prassi politica. Comprendere come tale popolo è costruito è essenziale per capire perché il populismo entri in tensione con la democrazia liberale anche quando partecipa al governo, e perché sia diventato un fattore così rilevante nelle dinamiche di polarizzazione che attraversano i sistemi politici contemporanei.

La distinzione tra popolo ed élite proposta dai populisti non è qualcosa di oggettivo o immediatamente osservabile; al contrario, è una costruzione politica fatta dagli attori sulla base di criteri essenzialmente morali, che contrappongono un “bene” a un “male”. Per i populisti, il popolo è un’entità pura, buona, omogenea e priva di divisioni interne. Esso incarna i valori del bene, un senso di autenticità e genuinità che lo rende la vera autorità in democrazia, l’unica bussola legittima per l’azione politica.

Si tratta di una caratteristica nota come “popolo-centrismo”: tutti i membri del popolo condividerebbero gli stessi valori, le stesse intuizioni morali, lo stesso senso comune. Se potessimo immaginare il popolo come una sfera e suddividerla in mille frammenti, ciascun pezzettino sarebbe identico agli altri. Chi non condivide tale purezza non è soltanto escluso dal gruppo, ma è anche percepito come una minaccia, dato che la lettura populista del mondo si basa sulla lotta tra bene e male.

A questa caratterizzazione si aggiunge la convinzione che esista una volontà generale del popolo, autoevidente, non negoziabile e moralmente superiore. Per questa ragione il populismo si pone in tensione con il pluralismo, se non in aperta opposizione: laddove il pluralismo considera la diversità di opinioni come una risorsa, il populismo la legge come una minaccia all’unità del popolo, come una divisione artificiale introdotta per frammentarlo.

Speculare al popolo-centrismo è l’antielitismo. Le élite sono raffigurate come l’antitesi del popolo: un’entità malvagia, omogenea, accomunata dalla volontà di tradire la sovranità popolare per interessi autoreferenziali o per asservimento a forze più o meno oscure. L’omogeneità delle élite, in questo caso, deriva dalla condivisione di caratteristiche morali, ma di segno rovesciato rispetto a quelle del popolo: l’élite diventa un collettore di tutto ciò che non funziona, da un punto di vista politico, sociale ed economico. Non c’è spazio per il compromesso, perché quest’ultimo non sarebbe un semplice accordo politico, bensì una compromissione innanzitutto morale.

Sin qui la struttura comune a ogni populismo. Tuttavia, il populismo è un’ideologia dal nucleo sottile, e questa caratteristica è tanto importante quanto frequentemente fraintesa. Diversamente dalle ideologie complete, come il liberalismo, il socialismo o il fascismo, il populismo da solo ci dice molto poco di ciò che i populisti vogliono in concreto. Ci dice che esiste una contrapposizione essenziale tra popolo ed élite e che la volontà generale dovrebbe guidare la scena politica, ma non chiarisce chi appartenga al popolo puro e chi all’élite corrotta, né quali siano le posizioni da assumere sui principali temi economici e socioculturali.

Per dare forma a un progetto politico più ampio, il populismo deve interagire con altre idee, con quelle che la letteratura definisce “ideologie ospitanti”. Da qui deriva la natura altamente camaleontica del fenomeno e la sua capacità di assumere forme molto diverse a seconda dei contesti.

Una prima variante, di gran lunga la più diffusa nel Vecchio Continente, è la destra populista, in particolare il sottotipo “destra radicale populista”, una famiglia di attori caratterizzata, oltre che dal populismo, dal nativismo e dall’autoritarismo (Cas Mudde, 2007, Populist Radical Right Parties in Europe, Cambridge University Press). In questo caso il popolo puro è costituito dai nativi, e ciò discende dal nativismo, vale a dire dalla preferenza per la popolazione autoctona di un dato Paese, declinata in chiave culturale, economica o legata al welfare. Si pensi ai casi di Fratelli d’Italia e Lega in Italia, di Alternative für Deutschland in Germania, del Rassemblement National in Francia, del Partij voor de Vrijheid nei Paesi Bassi, di Vox in Spagna o dei Democratici Svedesi. Le élite corrotte sono qui rappresentate da un vasto fronte di partiti tradizionali, media, intellettuali e burocrati internazionali accusati di tradire la popolazione nativa in nome di un disegno multiculturale.

Una seconda variante è la sinistra populista, presente in alcune aree dell’Europa, su tutte la Grecia e la Francia, e particolarmente diffusa in America Latina. Qui il popolo è inteso in modo inclusivo, come l’insieme dei gruppi marginali e svantaggiati da un punto di vista socioeconomico e socioculturale, mentre le élite sono identificate soprattutto nel cosiddetto uno per cento della popolazione, nelle grandi imprese e in alcune istituzioni sovranazionali.

Una terza variante è quella dei populisti di valenza, i quali si concentrano su temi che non hanno un polo contrario, come la lotta alla corruzione e la richiesta di una migliore qualità democratica: il popolo coincide con i cittadini onesti, mentre l’élite è la classe politica nel suo complesso, raffigurata come una casta interessata solo a mantenere i propri privilegi. Esempi tipici sono il Movimento Cinque Stelle italiano, almeno fino alle elezioni del 2022, e Akce nespokojených občanů in Repubblica Ceca.

Una quarta variante, tornata recentemente alla ribalta dopo decenni di sostanziale eclissi, è il populismo agrario, che identifica il popolo con il mondo rurale, contrapposto a élite urbane percepite come distanti se non apertamente ostili. Le proteste dei trattori che hanno attraversato l’Europa a partire dalla fine del 2023 e l’ascesa del BoerBurgerBeweging nei Paesi Bassi ne sono espressioni significative.

Una quinta variante, particolarmente significativa per il caso italiano, è il populismo regionalista, che identifica il popolo con una specifica comunità territoriale subnazionale, dotata di tratti culturali, economici o identitari propri, contrapposta tanto alle élite del centro statale quanto, eventualmente, ad altre aree del Paese percepite come parassitarie. L’esempio classico è la Lega Nord delle origini guidata da Umberto Bossi, in cui il “popolo padano” veniva costruito come comunità laboriosa e produttiva, vittima di un’élite romana corrotta e di un Mezzogiorno raffigurato come zavorra.

In tutti i casi, ad ogni modo, il punto cruciale è il medesimo: il popolo è una costruzione morale plasmata dall’interazione del populismo con specifiche ideologie ospitanti, non qualcosa a sé stante che attende solo di essere rappresentato.

Proprio questa costruzione morale rende il populismo strutturalmente in tensione con la democrazia liberale. La concezione iper-maggioritaria della volontà generale, intesa come bene assoluto e indiscutibile, mal si concilia con i principi cardine del costituzionalismo liberale, in particolare con la legittimità delle istituzioni intermedie, il valore fondante del pluralismo e la tutela dei diritti delle minoranze. Come hanno notato Cas Mudde e Cristóbal Rovira Kaltwasser (2017, Populism: A Very Short Introduction, Oxford University Press), secondo la logica populista la volontà generale del popolo non può essere limitata da nulla, nemmeno dalle protezioni costituzionali, secondo l’antico adagio del vox populi vox dei.

Ciò non significa che i populisti siano antidemocratici in sé: il populismo non si oppone alla democrazia come ideale. È, tuttavia, ai ferri corti con la forma specifica con cui la democrazia si manifesta più frequentemente nel mondo reale, vale a dire la democrazia liberale, con i suoi pesi e contrappesi, i suoi corpi intermedi, le sue garanzie rispetto al possibile strapotere delle maggioranze “del momento”.

Sin qui, si potrebbe pensare che il problema si esaurisca quando i populisti rimangono all’opposizione, magari ai margini della scena politica. Ma la realtà empirica suggerisce l’opposto. Una mia analisi di sessantasei partiti populisti in trentatré paesi europei (Mattia Zulianello, 2020, “Varieties of Populist Parties and Party Systems in Europe”, Government and Opposition) ha mostrato che più di due terzi sono integrati nella scena politica del proprio paese, vale a dire che sono già stati parte del governo nazionale o sono considerati dagli altri come potenziali partner di governo. Solo una chiara minoranza, circa un terzo, agisce ancora come corpo estraneo rispetto al sistema in cui opera.

Nel passato, l’incorporazione di un partito con vocazione antisistema nel gioco delle alleanze portava solitamente a una sua progressiva moderazione ideologica: la lealtà al regime veniva, in qualche modo, acquisita con la legittimazione. Oggi, invece, i populisti tendono a integrarsi senza moderarsi. Si tratta di una integrazione che si potrebbe definire “negativa”, nel senso strettamente analitico del termine: i partiti in questione partecipano in modo visibile a coalizioni elettorali e di governo, e quindi contribuiscono al funzionamento del regime, pur continuando ad articolare un’ideologia che con quel regime resta in tensione. Sono dentro, ma contro.

Un esempio quasi paradigmatico è offerto da una dichiarazione dell’allora prima ministra polacca Beata Szydło, che, messa di fronte al fatto che lei stessa fosse parte dell’élite, rispose semplicemente: “noi siamo l’élite buona” (citato in Lenka Buštíková e Petra Guasti, 2019, “The State as a Firm”, East European Politics and Societies). La distinzione popolo-élite, fondata su criteri morali, consente infatti ai populisti di restare popolo anche dalla stanza dei bottoni, scaricando la qualifica di élite su forze più o meno oscure che continuerebbero ad esercitare un potere illegittimo sullo sfondo.

C’è poi un altro ordine di problemi, che riguarda la dimensione affettiva della politica. La logica manichea che caratterizza il populismo, e in particolare la destra radicale populista in virtù del suo nativismo, evoca una concezione antagonista in cui il mondo è diviso in categorie morali contrapposte: il bene contro il male, noi contro loro. Questa logica si riversa nel tessuto sociale alimentando la cosiddetta polarizzazione affettiva, vale a dire la tendenza dei sostenitori di una determinata formazione a disprezzare quelli dello schieramento rivale (Shanto Iyengar, Gaurav Sood e Yphtach Lelkes, 2012, “Affect, Not Ideology”, Public Opinion Quarterly).

Il dibattito attuale non riguarda se l’ascesa della destra radicale populista sia connessa o meno alla crescita della polarizzazione affettiva, ma in quale misura la dinamica sia simmetrica. La letteratura offre risultati contrastanti: alcuni studi (come quello di Eelco Harteveld, Philipp Mendoza e Matthijs Rooduijn, 2022, “Affective Polarization and the Populist Radical Right”, Government and Opposition) suggeriscono che tale famiglia di partiti invii e riceva livelli di ostilità sensibilmente più alti rispetto agli altri attori; altri (come Andres Reiljan, 2020, “Fear and Loathing across Party Lines”, European Journal of Political Research) sostengono invece che il conflitto sia altamente asimmetrico, con i sostenitori degli altri partiti molto più ostili nei confronti della destra radicale populista che non viceversa. In ogni caso, né il successo elettorale né la partecipazione al governo di tali attori sembrano produrre, di per sé, una riduzione dei livelli di animosità.

Resta infine uno scenario, raro ma non irrealistico, in cui l’integrazione dei populisti diventa “positiva” nel senso opposto a quello atteso: non perché il partito si conformi al sistema, ma perché il sistema viene rimodellato secondo le preferenze del partito. Il caso più discusso è quello dell’Ungheria di Orbán, dove i valori illiberali della destra radicale populista si sono progressivamente incorporati nel regime stesso, trasformando la democrazia liberale in democrazia illiberale. Si tratta di un esito non inevitabile, ma possibile, e proprio per questo merita attenzione.

In conclusione, il popolo dei populisti non è un soggetto preesistente che attende di essere rappresentato: è una costruzione morale che, una volta articolata, plasma il modo stesso in cui si fa politica e si interpreta il conflitto democratico. La sua forza risiede nella capacità di accomunare attori diversissimi tra loro, dai movimenti agrari alle formazioni di destra radicale, dalle sinistre populiste ai partiti di valenza fino ai regionalismi, sotto una grammatica condivisa che oppone purezza e corruzione.

Oggi, sempre più spesso, la politica antisistema non è articolata da partiti antisistema in senso classico, ai margini della scena, bensì da attori ben integrati nel mainstream che continuano a evocare un popolo puro contro élite corrotte. Il popolo dei populisti, in altre parole, non scompare quando i populisti entrano nelle stanze del potere: continua a operare come forma organizzatrice del conflitto politico anche dall’interno del sistema, ed è proprio per questo che merita di essere studiato come una costruzione, e non assunto come qualcosa di autoevidente.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA POLITICA

Lascia un commento