CHI COMANDA DAVVERO IN DEMOCRAZIA?

ROBERTO FESTA
Antidemocratico per amore della libertà? Con tutto il rispetto per Giorgio Gaber, il suo popolare inno “La libertà” (1972) confonde la libertà con la democrazia o, ancora peggio, con una visione partecipativa della democrazia nella quale tutti i membri di una comunità politica sono incoraggiati a partecipare alle decisioni collettive. L’inno di Gaber è diventato la colonna sonora dei feticisti della democrazia, di coloro che ne adorano le procedure senza curarsi della bontà dei risultati. Tuttavia, le procedure non sono un bene in sé, ma solo uno strumento, di cui va valutata l’efficacia nel produrre buone decisioni collettive.
A partire dall’antica Grecia, si parla di democrazia per indicare una forma di governo fondata sulla sovranità popolare, cioè sul potere (krátos) del popolo (démos), da esercitare applicando una delle molte versioni della regola di maggioranza. Negli ultimi secoli, il termine “democrazia” si è progressivamente arricchito di connotazioni positive, che evocano la desiderabilità politica e morale dei sistemi politici democratici. Forse per questo, quando confesso di essere antidemocratico, mi capita di essere tacciato di fascismo dai miei amici di sinistra. Eppure, si può essere antidemocratici per amore della libertà, cioè per il timore che la democrazia metta a rischio la libertà, la proprietà e persino la vita dei suoi cittadini.
Alcuni teorici della politica hanno sostenuto che questo pericolo può essere evitato o, almeno, ridotto adottando un sistema di democrazia liberale, che dovrebbe garantire il rispetto della libertà mediante l’imposizione di appropriati controlli, vincoli e limitazioni sull’azione del governo. Resta il dubbio che “democrazia liberale” sia un ossimoro, cioè che vi sia un irrimediabile conflitto tra liberalismo e democrazia. Infatti, la storia sembra mostrare che le democrazie tendono a imboccare la strada dello statalismo, a detrimento della libertà individuale. Questa tendenza potrebbe essere insita nel meccanismo fondamentale della democrazia, cioè nella regola di maggioranza.
Decisioni collettive e violenza redistributiva nell’isola della democrazia. Qualunque gruppo, dai club scacchistici alle comunità politiche, deve prendere svariate decisioni collettive, cioè decisioni vincolanti per tutti i membri del gruppo, inclusi coloro che non le condividono. Al crescere delle dimensioni del gruppo è sempre più improbabile che vi sia qualche decisione collettiva condivisa da tutti. Occorre, quindi, adottare una procedura per scegliere le decisioni collettive, nel caso in cui nessuna opzione raccolga l’unanimità dei consensi. La procedura di decisione adottata in un gruppo democratico è la regola di maggioranza, che prescrive di attuare la decisione preferita dalla maggioranza dei membri del gruppo.
Le questioni relative alla formulazione e all’applicazione della regola di maggioranza sono molto intricate. Tuttavia, si possono vedere alcune interessanti implicazioni di questa regola considerando un semplice scenario, ispirato dal celebre romanzo Robinson Crusoe (1719) di Daniel Defoe, che o narra la storia di un marinaio inglese naufragato su un’isola deserta nei pressi del Venezuela. Diversi economisti hanno si sono ispirati alla situazione di Robinson Crusoe per illustrare la teoria delle decisioni individuali. Infatti, la sopravvivenza di Robinson dipende dalla sua capacità di affrontare con successo numerosi problemi di decisione. Passerà le giornate ad assaggiare gustosi frutti tropicali o dedicherà parte del tempo ad accumulare noci di cocco per la stagione fredda? Oppure si impegnerà nella pesca, sperando nella ricompensa di abbondanti pranzi?
Quale che sia la scelta di Robinson, la sua decisione dipende solo da lui. Lo scenario si fa più complesso quando Robinson incontra Venerdì. Da quel momento, infatti, Robinson e Venerdì non potranno più limitarsi alle decisioni individuali, ma dovranno prendere anche decisioni interattive, nelle quali la scelta di ciascuno di loro dipende anche dalle sue attese circa la scelta dell’altro. Con riferimento a situazioni di questo genere, si parla di interazioni strategiche, o giochi. Le interazioni strategiche tra Robinson e Venerdì sono state usate da diversi scienziati sociali per illustrare la teoria dei giochi.
Nelle decisioni individuali e in quelle interattive nessuno è vincolato dalle decisioni altrui. Le cose cambiano nel caso delle decisioni collettive, dove tutti i membri di un gruppo devono agire nel modo prescritto dalle decisioni del gruppo. Sfortunatamente, l’isola di Robinson e Venerdì non è uno scenario adeguato a rappresentare le decisioni collettive di un gruppo democratico. Infatti, la maggioranza di un gruppo di due persone è costituita da … due persone. Ciò significa che, in questo caso, la maggioranza equivale all’unanimità: il gruppo prenderà solo le decisioni collettive condivise da entrambi i suoi membri. Affinché la regola di maggioranza non si riduca banalmente al principio di unanimità, occorre un gruppo formato da almeno tre persone. Dobbiamo, quindi, abbandonare Robinson e Venerdì, e spostarci in un’altra piccola isola, abitata dai naufraghi Tizio, Caio e Sempronio.
L’isola è stata battezzata Isola della Democrazia dai tre naufraghi i quali, consapevoli che dovranno affrontare svariate decisioni collettive, adottano, con decisione unanime, una costituzione formata da questo solo articolo: “Tutte le decisioni collettive devono essere prese a maggioranza.” È la democrazia, bellezza!
La prima decisione collettiva affrontata dagli isolani riguarda la costruzione di una barca da pesca. Poiché Sempronio è molto abile nella caccia, nella pesca e nella raccolta di frutti, è riuscito ad accumulare notevoli risorse alimentari. Invece, Tizio e Caio, meno abili e più pigri di Sempronio, non hanno messo da parte quasi nulla. Tuttavia, possono sfruttare la democrazia a proprio vantaggio. Infatti, fanno approvare, con una maggioranza di due contro uno, la decisione di destinare tutte le risorse alimentari accumulate da Sempronio al sostentamento dei tre naufraghi mentre saranno occupati nella costruzione della barca.
Questa vittoria politica incoraggia Tizio e Caio a fondare il Partito della Giustizia, che si batte per ridurre le disuguaglianze sociali. Il Partito fa approvare, sempre con una maggioranza di due contro uno, un sistema fiscale che obbliga i “ricchi”, cioè Sempronio, a versare ogni anno metà delle sue risorse alla comunità politica dell’Isola, che le destinerà ai “poveri”, cioè a Tizio e Caio. È la redistribuzione, bellezza!
La sovranità popolare nell’Isola della Democrazia, esercitata mediante la regola di maggioranza, si è così trasformata nell’espropriazione dei ricchi da parte dei poveri. Lungi dall’essere una possibilità puramente immaginaria, il rischio che la maggioranza dei poveri possa usare la democrazia per espropriare la minoranza dei ricchi ha accompagnato fin dagli albori la storia della democrazia. Già nel 1647, Lord Henry Ireton (1611-1651), genero di Oliver Cromwell e generale dell’esercito del parlamento nella guerra civile inglese, intervenne ai dibattiti di Putney, nell’Assemblea del New ModeI Army, per mettere in guardia da questo rischio. Opponendosi alla proposta dei Livellatori, secondo i quali il diritto di voto doveva essere universale, Ireton sostenne il punto di vista dei proprietari terrieri, che volevano limitare questo diritto a chi possedeva proprietà. Nel suo discorso, Ireton presagì la violenza redistributiva della democrazia.
«Non mi sembra vi sia motivo sufficiente per affermare che, per il fatto d’essere nato qui, un uomo debba partecipare a quel potere che permette di disporre delle terre e di ogni cosa in questo paese. […] Coloro che hanno un modesto interesse alla sorte del nostro paese – quelli che hanno solo un reddito di quaranta scellini –, hanno altrettanto diritto a eleggere un deputato quanto l’uomo che ha un reddito di diecimila sterline l’anno. […] Il punto fondamentale è che si deve avere riguardo per la proprietà. […] Se si ammette che, siccome per legge naturale noi siamo liberi, siamo anche uguali e per conseguenza ogni uomo deve avere il voto, allora mostratemi per quale ragione io non possa, in base allo stesso diritto, togliervi i vostri possessi.»
I timori di Lord Ireton erano tutt’altro che infondati. Basti pensare al fatto che, in tutti i paesi occidentali, la tassazione ha superato di gran lunga i livelli ritenuti accettabili nelle vecchie monarchie assolute. Quando il PCI di Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer parlava di via democratica al socialismo, pensava proprio alla possibilità di espropriare i ricchi mediante una tassazione fortemente progressiva, decisa democraticamente, senza che fosse necessario ricorrere alla violenza rivoluzionaria.
Tre secoli dopo l’intervento di Ireton a Putney, il politologo australiano Kenneth Minogue, severo critico dello Stato sociale, denunciò il rischio che, nei sistemi democratici, i poveri potessero minacciare la libertà.
«Lo stato è essenzialmente un’associazione di individui indipendenti e dotati di risorse che vivono secondo la legge e, da un punto di vista politico, i poveri e i bisognosi non sono altro che una minaccia alla nostra libertà. Essi sono, per esempio, la materia prima del demagogo, che cerca di conquistare il potere promettendo di utilizzare il potere coercitivo dello Stato per ridistribuire i benefici.» (Kenneth Minogue, The Liberal Mind, 1963)
Diritti sociali e coercizione statale nella Terra del Potere Popolare. I tre abitanti dell’Isola della Democrazia prendono le decisioni collettive con voto di maggioranza e provvedono direttamente alla loro attuazione. Nell’Isola non esiste lo Stato. Per trovare lo Stato, almeno in forma embrionale, dobbiamo recarci in comunità politiche molto più numerose. Approdiamo, quindi, sulla costa di fronte all’Isola, dove troviamo la Terra del Potere Popolare (TPP) con i suoi diecimila abitanti. La costituzione della TPP prescrive che le decisioni collettive siano prese a maggioranza. Tuttavia, i cittadini sono troppo numerosi per prendere e attuare direttamente tali decisioni. Di conseguenza, eleggono, sulla base di un’appropriata versione della regola di maggioranza, un parlamento che prende le decisioni collettive e un governo che le fa applicare. Il compito di attuare le decisioni collettive viene svolto da un apparato amministrativo incaricato della riscossione delle tasse, dei lavori pubblici e della protezione della TPP dagli aggressori esterni e dai malviventi. È lo Stato, bellezza!
Nella TPP, le elezioni sono vinte quasi sempre dal Partito della Giustizia, che ha fatto approvare svariate misure – sontuosamente battezzate “diritti sociali” –, a favore dei “poveri”. La prima di queste misure sancisce il diritto dei poveri a vivere in una casa “decorosa”. Senza negare la legalità di questa misura, presa dalla maggioranza del parlamento, alcuni cittadini della TPP mettono in dubbio la sua legittimità. Infatti, rivendicando il suo diritto a una casa decorosa, il “povero” Tizio sta implicitamente suggerendo che Caio, Sempronio e gli altri “ricchi” della TPP hanno il dovere di pagargliela. Tuttavia, non sembra esserci alcun argomento a favore di questa sua pretesa. Se Tizio non ha un reddito sufficiente per pagare l’affitto di una casa decorosa, allora deve accontentarsi di una catapecchia, eventualmente in condivisione. Oppure, deve lavorare sodo per pagare l’affitto di una casa che soddisfi le sue esigenze di decoro. In ogni caso, quello che Tizio non può pretendere è che Caio e Sempronio lavorino duro per pagare, oltre alla loro casa, anche la sua.
Obiezioni simili si applicano anche agli altri diritti sociali introdotti nella TPP, come il diritto alla salute e all’istruzione. Per esempio, quando il povero Tizio rivendica il suo diritto di frequentare gratis l’università sta implicitamente suggerendo che i ricchi Caio e Sempronio hanno il dovere di pagargliela. Non vi è alcun argomento a favore di questa pretesa. Tuttavia, se Tizio è un ragazzo geniale, allora Caio, Sempronio e gli altri “ricchi” della TPP, avranno tutto l’interesse a pagargli la migliore formazione universitaria, affinché la sua genialità avvantaggi la società intera. Se, invece, Tizio è un ragazzo normale che vuole “farsi una laurea”, allora dovrebbe farsela con i soldi di suo padre.
Le misure a favore dei diritti sociali dei poveri sono una forma occulta di redistribuzione, poiché vengono pagate dalle tasse dei ricchi ai quali viene sottratta coercitivamente la possibilità di decidere come spendere gran parte del proprio reddito. Quale che sia la valutazione etica dei diritti sociali, è innegabile che essi comprimano la libertà di molti cittadini. Il carattere illiberale del cosiddetto “liberalismo dei diritti”, oggi molto in voga, è stato denunciato, fra gli altri, dal filosofo politico Anthony de Jasay. In Scelta, contratto, consenso (2008), de Jasay osserva che le teorie del liberalismo dei diritti non possono essere propriamente considerate teorie liberali, poiché non indicano alcuna «relazione sostanziale con l’obiettivo di assicurare e promuovere la libertà». La fragilità teorica e la pericolosità pratica del liberalismo dei diritti dipendono dall’ignorare, o non tenere nel debito conto, i costi e gli obblighi connessi all’attuazione di qualsiasi diritto.
«Ogni diritto significativo, cioè ogni diritto che comporti conseguenze pratiche potenzialmente utili – afferma de Jasay –, implica relazioni tra due persone […]: il titolare del diritto e qualcun altro. Il beneficio che il diritto assicura al suo detentore ha, come immagine speculare, l’obbligo di almeno un’altra persona di compiere le azioni che conferiscono quel beneficio. Creare diritti significa creare obblighi che devono essere assolti.»
Un pranzo gratis per tutti! Il lato truffaldino della redistribuzione nella Terra del Potere Popolare. Oltre a introdurre svariati diritti sociali, destinati all’assistenza dei poveri, il governo della TPP ha creato diversi servizi pubblici universali, accessibili gratuitamente a tutti i cittadini. Uno di questi mira a favorire la lettura. Infatti, un’indagine del Ministero della Cultura Popolare della TPP ha mostrato che i suoi 10.000 cittadini non acquistano molti libri: i 500 cittadini ricchi ne acquistano mediamente quattro all’anno, gli 8.000 cittadini a medio reddito ne acquistano uno e i 1.500 cittadini poveri nessuno. Per garantire a tutti i cittadini la possibilità di entrare in possesso di almeno un libro all’anno, il governo ha creato il servizio pubblico universale Libri gratis, finanziato con le tasse. I 1.500 ricchi pagano una tassa annuale pari al valore di quattro libri, gli 8.000 cittadini a medio reddito ne pagano una approssimativamente pari al valore di un libro e i 1.500 poveri non pagano alcuna tassa. Con queste entrate fiscali, approssimativamente pari al valore di 10.000 libri, nel giorno di Natale il governo regala a tutti i cittadini della TPP un libro, pubblicato dal Servizio Editoriale Statale.
Tuttavia, a ben guardare, il servizio Libri gratis non regala niente a nessuno. Infatti, i libri “regalati” ai 1.500 poveri sono interamente pagati con le tasse dei 500 ricchi che, in aggiunta, pagano interamente il loro libro natalizio, mentre agli 8.000 cittadini a medio reddito viene “regalato” un libro pagato interamente con le loro tasse. Queste caratteristiche di Libri gratis sono condivise da qualunque servizio pubblico universale in qualunque paese del mondo poiché, come ha spiegato con cristallina chiarezza l’economista e premio Nobel statunitense Milton Friedman, nessun governo può fornire un pasto gratis a tutti (Non esistono pasti gratis, 2025).
Il servizio pubblico universale Libri gratis è una forma mascherata, e quindi truffaldina, di diritto sociale, cioè di una misura di assistenza ai poveri pagata con le tasse dei ricchi. Come ogni diritto sociale, Libri gratis è una forma occulta di redistribuzione, poiché viene pagato con le tasse dei ricchi, ai quali viene sottratta coercitivamente la possibilità di decidere come spendere parte del proprio reddito. L’immoralità della redistribuzione coercitiva è stata denunciata, fra gli altri, dalla teorica libertaria russo-americana Ayn Rand:
«Chiunque sostenga il ‘diritto’ di ‘redistribuire’ la ricchezza prodotta da altri, sta affermando il diritto di trattare gli esseri umani come oggetti.» (La virtù dell’egoismo,1964)
La redistribuzione coercitiva necessaria a finanziare Libri gratis non è l’unico aspetto sgradevole di questo servizio pubblico. Un altro aspetto fastidioso consiste nel fatto che, pagando una tassa approssimativamente pari al valore del libro natalizio che riceveranno “gratuitamente” dal governo, gli 8.000 cittadini a medio reddito non perdono solo la libertà di scegliere quale libro leggere ma, prima ancora, la libertà di scegliere se spendere, oppure no, il loro denaro per acquistare un libro.
In democrazia non comanda il popolo …. ma lo stato. Viene naturale chiedersi perché il governo della TPP non si è limitato a introdurre il diritto sociale Libri gratis ai poveri, ma ha deciso di creare il faraonico servizio pubblico Libri gratis, che obbliga gli 8.000 cittadini a medio reddito, cioè l’80% della popolazione, a pagare una tassa approssimativamente pari al valore di un libro per ricevere “gratuitamente” il loro libro natalizio. Questa decisione appare motivata dalla considerazione che il denaro versato dai contribuenti per finanziare Libri gratis resta a lungo nelle mani dello Stato e, più precisamente, degli “statali”. Con questo termine mi riferisco a un vasto ed eterogeneo insieme di persone, che non include solo i dipendenti statali, cioè coloro che vengono stipendiati dal governo, ma anche tutte le persone che dipendono dallo stato per la loro sussistenza e il loro benessere. Si pensi, per esempio, ai destinatari di sussidi e a coloro che usufruiscono di rendite e privilegi garanti dal governo.
Se lasciamo alle spalle l’immaginaria TPP e volgiamo l’attenzione alle moderne democrazie, ci imbattiamo in alcuni servizi pubblici, come il servizio educativo e il servizio sanitario nazionale, che assomigliano a Libri gratis, nel senso che sono pagati in gran parte dalle tasse dei cittadini a medio reddito. La differenza consiste nelle imponenti dimensioni di questi servizi e nelle cospicue tasse destinate al loro finanziamento. Non è esagerato affermare che il prelievo fiscale praticato nelle moderne democrazie annulla, o quasi, la libertà dei cittadini a medio reddito di avvalersi di servizi educativi o sanitari privati. Infatti, dopo avere versato allo Stato le ingenti tasse per finanziare i servizi pubblici, a molti cittadini a medio reddito non resterà abbastanza denaro per mandare i figli in una scuola privata e per ricorrere all’assistenza sanitaria privata. Ne segue che i servizi pubblici sbaraglieranno la concorrenza di quelli privati e finiranno con l’operare in condizioni quasi monopolistiche. Da questo dipende la ben nota scarsa qualità dei servizi pubblici.
Gli unici beneficiari dei servizi pubblici “gratuiti” offerti dallo Stato nelle moderne democrazie sono i “poveri”, che ne usufruiscono senza pagare alcuna tassa, e gli “statali”, che vengono mantenuti, in vario modo, dalle tasse degli altri cittadini. Per questa ragione, la maggior parte dei poveri e degli statali voteranno per i partiti che si impegnano a promuovere l’estensione dei servizi pubblici e, quindi, l’espansione dello Stato. Tanto più grandi sono le dimensioni dello Stato, tanto maggiore sarà il peso politico degli statali e, quindi, tanto più forte sarà la tendenza a un’ulteriore espansione dello Stato, in una spirale senza fine.
Nel Manifesto del Partito Comunista (1848), Karl Marx e Friedrich Engels sostengono che lo Stato moderno è il “comitato d’affari” della borghesia. Mi sembra un’affermazione di sorprendente ingenuità. Infatti, perché mai gli statali dovrebbero generosamente prodigarsi in difesa degli interessi di una classe sociale della quale non fanno parte? Sarebbe meno lontano dal vero affermare che lo Stato è il comitato d’affari degli statali.
A dispetto del significato etimologico di democrazia, intesa come potere al popolo, le moderne democrazie hanno consegnato tutto il potere allo Stato. L’unica occasionale partecipazione del popolo al potere si verifica in occasione delle elezioni, nelle quali svariate élite concorrenti si contendono il controllo dello Stato. In questa contesa, un importante terreno di scontro riguarda l’assistenza ai “poveri”. A questo proposito, lo psichiatra libertario statunitense Thomas Szasz osserva:
«Quale tiranno non ha affermato di essere motivato dal desiderio di aiutare gli indifesi? Sappiamo fin troppo bene che per gli individui assetati di potere la prospettiva di “aiutare” le vittime della vita rappresenta una grande tentazione.» (Thomas Szasz, Pharmacracy, 2001)
D’altra parte, la promessa di assistere i poveri regalando pasti gratis a tutti, sbandierata da numerosi demagoghi nelle campagne elettorali, è una truffa, come ha notato, fra gli altri, il filosofo politico francese Bertrand de Jouvenel.
«L’obiettivo dello Stato assistenzialista non è il benessere dei poveri, ma quello dei politici e dei burocrati. In realtà la redistribuzione, più che trasferimento di redditi dai più ricchi ai più poveri, è una redistribuzione di potere dall’individuo allo Stato.» (Bertrand de Jouvenel, L’etica della redistribuzione, 1951).
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