IL TANFO

ERNESTO C. SFERRAZZA PAPA
Sei venuto, sì, perché io te lo avevo promesso che ti avrei aspettato, e tu sai che a quelli come noi alla fine dei conti è rimasto solo questo, riuscire a mantenere le promesse. Se non ci hanno tolto niente è perché poco avevamo, ma comunque la parola data non la puoi togliere, e quella ce la teniamo stretta, perché non ci rimane proprio nient’altro. Io ti ho capito, io quelli come me li fiuto, ho naso, li riconosco da come camminano, da come ti squadrano, dalla rabbia. Tu sei venuto sul piede di guerra, perché me lo dovevi, dopo tutto quello che ti ho detto la scorsa volta, dopo cosa ho insinuato. Ma mi hai visto in pace, e in pace sei rimasto. Mi hai guardato e ti sei seduto, ed eccoci qua, prendo una bottiglia e butto via il tappo, stasera andrà così. Certo che ero pace. Ti ho visto, passo cattivo, ho riconosciuto di che pasta sei fatto, è la stessa pasta di cui sono fatto io, pasta marcia, pasta scaduta, se ci profumiamo è per coprire la puzza, l’ultimo odore che sentiremo prima di chiudere gli occhi e mandare a quel paese tutto sarà la nostra puzza. La sentiamo da sempre, per quello le case per noi hanno tutte lo stesso odore, è il nostro, il tanfo di chi non poteva avere tutto perché aveva poco. Sì, un giro, un altro giro ancora, anche le nostre bevute sono identiche, ci sbronziamo esattamente allo stesso sorso, siamo proprio uguali, siamo terribilmente uguali, io il tuo doppio, tu il mio. Di cosa ti stupisci, Amico? Posso chiamarti ancora Amico, sì? Lo siamo, siamo compagni, e quindi siamo amici, che tu lo voglia o meno. Gli amici non si scelgono, nulla si sceglie, da tutto siamo scelti. Ma sono serio, sono terribilmente serio, ti dico Amico con questa voce grave, la abbasso di proposito, lo dico solenne, bevi finché vuoi, berrò con te finché vorrai, è tutto su di me perché te lo devo. Non è generosità, tu lo sai, perché la pasta è la stessa, stessa la puzza. Solo i ricchi possono essere generosi, noi semplicemente non ci siamo abituati, ai soldi, a quei quattro spiccioli che ci piazzano nella statistica della scalata sociale, io e te, uguali uguali. I soldi ci cadono dalle tasche e non ce ne accorgiamo, siamo abituati alle tasche vuote. Seconda, terza generazione? Da dove vieni, tu? A chi appartenevi? Quanto sono fieri di te, con i loro vecchi amici, amici vecchi da prosecco di pomeriggio e briscola in un bar che fa davvero schifo? Anche tu figlio del popolo, la tua pelle suda risentimento e vergogna, è come la mia. Fuma anche tu, fuma con me, hai il fumo addosso, ce l’hai sui denti, proprio come me. Una volta mi dissero: devi sempre guardare i denti. Nulla di più vero, nulla di più saggio. Hai presente quando si chiede la prima cosa che si guarda? E ognuno risponde come vuole, gli occhi il naso la bocca le tette il culo, ognuno dica quello che vuole certo, siamo in un paese libero almeno su questo, ma c’è una cosa che va vista prima delle altre, e sono i denti. Non ti hanno mai detto che i denti sono dei testimoni? Sono spie, sussurrano a tutti da dove vieni. Li hai mai visto, loro, senza un dente? Hai letto Faullkner, hai letto Mentre morivo? Devi leggerlo per capire davvero i denti. La moglie è morta, e questa famiglia di pezzenti scarrozza il cadavere marcio, che a ogni metro puzza un po’ di più, per seppellirlo Dio sa dove. Per trecento pagine se lo portano appresso. E sai perché lo fanno, sai perché tutta questa fatica per seppellire quel pezzo di carne morta? Perché il marito, vedovo inconsolabile, non ha i denti, e sa che dove lei voleva essere seppellita c’è un dentista a buon mercato che gli può fare una dentiera. Con quei pochi soldi che ha salva capra e cavoli, soddisfa l’ultima volontà della moglie crepata e si mette un bel sorriso tra le labbra. Non ridi, non ridi perché sai che ha fatto bene, perché tu faresti lo stesso, e se non tu tuo padre, e se non tuo padre tuo nonno, e se tuo nonno allora anche tuo padre, e se tuo padre allora anche tu. Perché funziona così, essere poveri, essere del popolo: si tramanda, si eredita. È una malattia genetica, è come la calvizie, è come gli occhi chiari. Semplicemente ci nasci. E se nasci povero, povero rimani. Povero una volta, povero per sempre. Rimani povero anche se hai studiato, se ci sei riuscito, hai un buon lavoro, sei invidiato da qualche sprovveduto che non sa quanto puzzi. Sei tu la dentiera di tuo padre. Loro non ci possono capire, loro non sanno cosa significa che tuo padre non ti lascerà nemmeno la dentiera, che sei tu la sua dentiera. E tu lo sai che per quelli come noi, con questa pasta tenuta insieme a fatica, che ogni mattina dobbiamo sprimacciare come fosse un cuscino da albergo low-cost, la vergogna più grande è proprio non rivendicarci i denti marci, la puzza. Non riuscirci. Il ricco guarda il povero mangiare lenticchie e gli dice, Beato te che mangi lenticchie, io ho la gotta a forza di mangiare carne ogni sera, e il povero gli risponde, Dammi la tua gotta, prenditi le mie lenticchie. Perché non ci bastano le lenticchie, Amico? Perché siamo come loro, e lo sai anche tu, ed è per questo che sei arrabbiato, ed è per questo che sei cattivo. Il popolo odia sempre se stesso, il resto lo odia in contumacia. Tutto abbiamo fatto per essere come loro, per questo non ci perdoniamo. Abbiamo desiderato la gotta, ci siamo fatti venire la gotta, ma non è la stessa gotta, non è la stessa cosa, come si fa a non capire che non è la stessa gotta? Non abbiamo il fisico, lo capisci? Noi questo possiamo fare, bere questa bottiglia dopo avere buttato il tappo. Non lo vedi anche tu che è sempre un po’ di meno quello che noi abbiamo? La tua casa ha una stanza in meno della loro, hai un paio di scarpe in meno, hai un dente in meno. A definirti è il meno, e loro saranno sempre più. A meno che noi ora non si prenda un’altra bottiglia, Amico, e si butti via il tappo. E poi si vada a prendere quella stanza in più che hanno loro, quel paio di scarpe in più che hanno loro, quel dente in più che hanno loro. Non ci riprendiamo quello che è nostro, gli togliamo quello che non è giusto che sia loro. Si fanno così le rivoluzioni, Amico, è così che si prende il potere. Si prendono le nostre tristezze, le nostre rabbie, le nostre vergogne, si fa un bel mucchio e glielo si tira addosso, e vediamo se sarà ancora come quando dovevamo diventare dentiere e il prezzo da pagare era indossare scarpe da quattro soldi, le loro risate, la nostra vergogna che non scadrà mai. Tu mi guardi e bevi zitto zitto, perché se sei come me, e tu sei come me, queste cose le hai dette una dieci cento volte, le hai dette perché fanno impazzire se non vengono almeno dette, perché loro non hanno fatto nulla per non essere come noi, ma noi abbiamo fatto tutto per essere come loro, e quindi alla centounesima volta le hai detto come te le sto dicendo io adesso, come uno che non ci crede, che semplicemente si fa una bevuta con un compagno di sventura, due pastacce che pensano di essere migliori solo perché hanno avuto poco. Come se noi, la povertà, ce la fossimo scelta. Anche a te fa schifo, fare parte del popolo. Anche tu hai odiato quelle mani a unghie sporche che ti davano una carezza, quei vestiti a buon mercato per la cresima, quelle scarpe da mercato per sembrare ciò che non si è. E ti schifi per averle odiate. Questo sentiremo, nell’ordine, quando sarà il momento: la nostra puzza, la nostra vergogna, il nostro odio. Tutto mescolato insieme. Così andrà, sì, è così che andrà. Versami ancora da bere, Amico, perché mi gira troppo poco la testa, e devo essere sbronzo per sopportare di essere lucido, per sopportare le mie parole.
ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA eNDOXA MAGGIO 2026 Ernesto Sferrazza POTERE AL POPOLO!
