POTERE AL POPOLO VS POTERE ALL’INDIVIDUO

ROBERTA ADELAIDE MODUGNO

1. Il popolo non esiste

Qualcuno ha mai visto il “popolo” camminare, pensare, agire? No. Semplicemente perché il popolo non esiste. Esistono solo individui. Solo l’individuo agisce, pensa, esiste. Esistono individui che si organizzano, che si riuniscono in comunità, in Stati, individui che comandano, individui che obbediscono. Quest’ultima realtà è uno dei più grandi misteri della storia dell’umanità, cioè a dire il mistero dell’obbligazione politica, il fatto che ci siano individui che obbediscono ad altri. Su cosa si fonda l’obbligo politico? Perché alcuni esseri umani comandano altri esseri umani? Nella storia del pensiero politico troviamo le risposte più diverse. Ad esempio, si può dire che alcuni comandano perché sono migliori degli altri, perché sanno, perché conoscono la verità. Platone, con i suoi re filosofi, diede questa risposta. Per secoli abbiamo avuto i sovrani per diritto divino. Oppure, si è detto e si dice tutt’oggi, è bene che comandino i tecnici, perché le persone non sanno ciò che è meglio per loro. Ci sono poi state le terribili teorie che hanno condotto alle immani tragedie del XX secolo: deve comandare una razza, la razza ariana, oppure deve comandare una classe, il proletariato.

A ben guardare, la migliore risposta alla questione dell’obbligo politico sembrerebbe quella del consenso. I grandi filosofi liberali, da Locke in poi, ci dicono che il potere politico si fonda sul consenso dei governati. Ebbene, qualcuno ci ha mai chiesto il consenso di vivere in un determinato regime politico, seppur democratico? Ogni certo numero di anni votiamo, quindi scegliamo i nostri governanti. Scegliamo una parte politica, determinati governanti, ma nessuno ha mai chiesto il nostro consenso quando ci viene attribuito un codice fiscale e quando veniamo tassati. Mai. Ci viene detto che il governo siamo noi, perché la sovranità appartiene al popolo, cioè a noi individui che la deleghiamo ai nostri rappresentanti per condurre la cosa pubblica. È proprio così? Il governo non siamo “noi”. Chi compone il governo? Il governo è composto dalle élite al potere, cioè a dire l’apparato, i capi di Stato, i politici, i burocrati, che a tempo pieno controllano e gestiscono lo Stato. Da cinque secoli viviamo nel contesto di un marchingegno, come lo raffigurò Thomas Hobbes, relativamente nuovo, che ha segnato la storia della modernità, lo Stato. Dalla Francia delle Guerre di religione, lo Stato si è esteso a tutto il continente europeo e ben oltre. Ormai lo Stato è l’unico modello che risponde al problema della convivenza civile. Nulla è ormai pensabile al di fuori dello Stato e dei suoi paradigmi. L’origine dello Stato è stata accompagnata da una potente teoria, la ragion di Stato. Attraverso Francesco Guicciardini, Cosimo il Vecchio, il Cardinale Rchelieau, Cardin Le Bret e soprattutto Giovanni Botero, apprendiamo che esisterebbe una sorta di doppia morale, nel senso che ci sono cose che lo Stato e i suoi funzionari possono legittimamente fare ma che se poste in essere da privati cittadini verrebbero considerate immorali e criminali. I governati debbono condurre le proprie vite secondo le leggi stabilite da coloro che governano.

2. Tutto il potere a chi?

Che senso può avere l’espressione potere al popolo, cioè a dire che il potere dovrebbe essere nelle mani dei governati? Rousseau ha tentato di dare una risposta, teorizzando un corpo politico che attraverso una sua propria volontà, la volontà generale, fosse espressione al tempo stesso della sovranità e dei governati. Il risultato è stata una teoria organicista in cui il singolo individuo soccombe di fronte a un corpo politico che lo “costringe ad essere libero”, una forma di assolutismo democratico. Come potrebbero, del resto, tutti gli individui all’interno di uno Stato possedere tutto il potere? La e-democracy o la web democracy sembrerebbero rendere oggi possibile l’espressione della sovranità popolare rousseauiana, senza alcuna intermediazione. Così il popolo sarebbe il vero sovrano. I recenti sviluppi della tecnologia mettono a disposizione possibilità in precedenza sconosciute, come piattaforme on line per consentire la partecipazione diretta dei cittadini e la consultazione sulle questioni più diverse. Il fascino esercitato dalla democrazia diretta è sempre più alimentato dalle nuove tecnologie e dallo sviluppo di una nuova ideologia della rete. Forse sarebbe il caso di tenere sempre a mente il monito di Jacob Talmon contro una forma di democrazia plebiscitaria che sarebbe la premessa della dittatura. Davvero sarebbe possibile fare a meno dell’intermediazione in una società di massa come la nostra? Saremmo davvero disposti ad affidare le scelte pubbliche alla rete che esprime assemblearismo e populismo? Da qui al plebiscitarismo illiberale il passo è breve. 

Una volta, vidi una scritta su un muro che diceva esattamente: “tutto il potere al popolo”. Ebbene, nessuno deve possedere tutto il potere. Tutto il potere non deve essere nelle mani né di uno solo, né di pochi, né di tanti. La sovranità può essere altrettanto assoluta sia che risieda in uno solo, sia che risieda nella moltitudine. Il paradosso di Rousseau ne è la prova.  Uno dei principi cardine di una società libera è la dispersione del potere, il decentramento del potere e la sua divisione. Lo Stato moderno, però, a partire dalla Francia di Richelieu e Mazarino, ha progressivamente eroso lo spazio delle autonomie locali fino alla scomparsa, con la Rivoluzione francese, dell’autonomia di città, borghi, province, conventi, clero e nobiltà. Si trattava di realtà che amministravano le proprie cose, conoscendo la realtà locale, si occupavano di ospedali, scuole e dell’assistenza ai poveri, tra l’altro. Progressivamente il potere centrale dello Sato avocò a sé tutti questi compiti privando le realtà locali della loro autonomia e dei loro compiti. La Francia fu il modello per il resto dell’Europa. L’accentramento, dopo la Rivoluzione, divenne un potere più particolareggiato, più assoluto di quello esercitato dai re, durante l’ancien regime. Tocqueville aveva compreso molto bene il potere che avrebbe caratterizzato le nostre esistenze, aveva descritto esattamente la realtà in cui noi, donne e uomini del XXI secolo, viviamo. La realtà di un potere che regola le nostre vite, i nostri affari, le nostre eredità. Un potere che stabilisce regole innumerevoli, minuziose, piccole, complicate all’interno delle quali siamo ingabbiati e paralizzati. È un potere che infiacchisce la volontà, che finisce con lo spezzarsi sotto uno Stato paternalista.

3. Potere all’individuo.

Ricominciamo dall’individuo. L’individuo possiede se stesso e ha un potere assoluto sulla propria persona e sulle proprietà acquisite in modo legittimo, attraverso libera produzione e scambio o libere donazioni ed eredità. Ci sono cose che nessuno, nemmeno lo Stato e i suoi funzionari, possono fare all’individuo senza violarne il diritto all’auto proprietà, ad esempio tassarlo o mandarlo a combattere contro la sua volontà. Ebbene, gli individui, in quanto auto proprietari, sono legittimati a scegliere a chi rivolgersi per ottenere determinati servizi e allo stesso modo dovrebbero essere liberi di scegliere a chi rivolgersi per ottenere servizi di protezione e amministrazione della giustizia, cioè quei servizi che lo Stato offre in regime di monopolio. Questo significa anche che dovrebbero essere legittimati ad abbandonare un determinato Stato, diventare autonomi, da soli o insieme ad altri, o unirsi a un’altra entità statale. La questione è stata espressa con estrema chiarezza da Ludwig von Mises:  «Il diritto di autodeterminazione […] significa dunque questo: che se gli abitanti di un territorio – si tratti di un singolo villaggio, di una regione o di una serie di regioni contigue- hanno espresso chiaramente attraverso libere votazioni il desiderio di  non rimanere nella compagine statale cui attualmente appartengono e la volontà di costituire un nuovo Stato autonomo, o l’aspirazione ad appartenere a un altro Stato, di questo desiderio bisogna tener conto.[…] Il diritto di autodeterminazione di cui parlo non riguarda quindi le nazioni, ma gli abitanti di qualunque territorio abbastanza grande da formare un distretto amministrativo autonomo. Se, al limite, fosse possibile concedere ad ogni singolo cittadino questo diritto di autodeterminazione, bisognerebbe farlo». (Liberalismo, 1927) Murray N. Rothbard, dal canto suo, ha sostenuto un diritto alla secessione assoluto, cioè a dire riconoscere il diritto di separarsi da uno Stato ad una regione, una provincia, una città e giù fino a un quartiere, a una strada, a un individuo. Solo così è possibile riconoscere la piena sovranità individuale sulla propria persona e sulla proprietà privata.

Faccio qui riferimento al modello anarcocapitalista come a un’idea guida, non in maniera dogmatica o utopistica. Il processo storico di affermazione dello Stato moderno ha lasciato tracce della frammentazione del continente europeo. Non solo intorno all’anno mille l’Europa era costituita da migliaia di piccoli territori indipendenti, ma anche nel periodo della nascita dello Stato moderno rimasero parti fortemente decentrate, le Province Unite, il Nord d’Italia e la Germania. Tutt’ora restano tracce di quella frammentazione, cioè a dire il Liechtenstein, la cui costituzione prevede il diritto alla secessione, il Principato di Monaco, San Marino, Andorra e, in una certa misura, la Svizzera in quanto federazione. La dispersione del potere è in grado di limitare il potere politico molto meglio di quanto non facciano le costituzioni. I cittadini di piccoli territori, ai quali fosse riconosciuto il diritto di secedere, sarebbero in grado di sottoporre le loro classi politiche a un controllo molto più stringente e diretto. In tali realtà sarebbe molto più difficile violare i diritti fondamentali dei cittadini. Ad avviso di Rothbard i diritti umani universali sono meglio garantiti a livello locale. In una prospettiva libertaria la secessione è una forma di decentramento del potere ed è in grado di preservare la proprietà privata, la libertà di parola, la libertà di culto e tutte le condizioni necessarie ad assicurare la prosperità economica e lo sviluppo dell’essere umano.

Come mai il diritto di secessione restituisce all’individuo il potere di autodeterminarsi? Le ragioni sono molteplici. La secessione condurrebbe alla formazione di innumerevoli entità politiche. Questo avrebbe come conseguenza una competizione tra Stati, che porterebbe i governi ad adottare politiche rispettose dei diritti degli individui e del loro benessere, altrimenti i cittadini se ne andrebbero altrove. Il diritto di uscita è la miglior garanzia per l’individuo di veder rispettati i propri diritti. La secessione pone un grosso limite al potere di confiscare la proprietà privata e ad altre violazioni di diritti umani universali. La possibilità di uscita, il “votare con i piedi”,  tipico degli Stati federali, è un limite potente al potere politico. Le diverse giurisdizioni dovrebbero competere per attrarre cittadini e capitali. La secessione è, quindi, lo strumento migliore per avere meno tasse, più libero commercio e più prosperità. Come mai? Una piccola unità politica non può contare solo su se stessa. Ogni tentazione di autarchia verrebbe abbandonata perché più un’entità statale è piccola più ha bisogno di essere economicamente integrata e aperta al commercio. Studi empirici hanno dimostrato che i piccoli Stati tendono ad essere più aperti al commercio internazionale, dovendo competere a livello internazionale tenderanno a ridurre regolamentazione e tasse, cercando di attrarre capitali esteri. Gary Becker ha messo in evidenza come Stati piccoli come Liechtenstein, Lussemburgo, San Marino, Principato di Monaco, possano raggiungere tassi di crescita e livelli di vita migliori perché costretti ad applicare politiche economiche liberali.

In definitiva all’interno di piccole comunità che si autogovernano, gli individui sono maggiormente rispettati quali proprietari della propria persona e dei propri beni. La secessione è l’unico modo per ridurre il potere dello Stato e andare verso l’ideale di massima libertà individuale, una realtà che sia fondata su un autentico consenso e sul contratto privato.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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