POTERE AL POPOLO! – EDITORIALE

PIER MARRONE

Tutti conosciamo, almeno per averlo orecchiato numerose volte, il contenuto dell’art. 1 della Costituzione della Repubblica Italiana, che recita così: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.» Qualche tempo, alcuni transfughi del Partito democratico, addirittura fondarono un minuscolo partitino che si chiamava appunto Art. 1. Penso che si richiamasse ai tre concetti di lavoro e di sovranità e di popolo. Sono concetti che è facile mettere assieme in effetti, anche per la stessa etimologia dei democrazia, che noi disambiguiamo con una parafrasi del genere: “potere del popolo”. In realtà, il termine democrazia, che è entrato nel lessico politico attorno al V secolo a. C. in Grecia in origine indicava qualcosa di ristretto e forse più preciso, ossia il potere che deriva dall’insediamento territoriale, che è appunto il demos.

Il termine democrazia però indicava la costituzione di un corpo civico indifferenziato a partire dal suo insediamento territoriale e per questo non ebbe buona stampa presso filosofi come Socrate, che era fieramente antidemocratico, nonostante gli strafalcioni compiuto da Martha Nussbaum in alcune sue opere e principalmente nel suo La monarchia della paura, Platone, Aristotele. Tutti e tre pensavano che la democrazia fosse una corruzione di qualche forma di governo, perché consegnava il governo ai più e non a coloro che sono capaci. Il fatto è che decidere su basi oggettive chi sia capace di governare e chi non lo sia non è impresa affatto semplice.

Chi governa dovrebbe avere delle conoscenze specifiche, certificate da titoli di studio? È molto discutibile crederlo. Nessuno nega la legittimità a governare dell’attuale presidente del consiglio italiano, Giorgia Meloni, che non è laureata. Un amico tempo fa mi disse che poiché devono governare i competenti al ministero della difesa deve andarci un militare, a quello della salute un medico, a quello dell’università un professore universitario. Tralascio per carità di patria il caso del ministero dell’università, perché semplicemente penso che l’università non possa essere riformata da coloro che hanno un evidente conflitto di interesse, poiché fanno parte della burocrazia universitaria. Ma nel caso della difesa sarebbe davvero una regola generale da seguire? Il ministro della difesa ucraino, Mychajlo Fedorov, è un giovane uomo che non ha fatto il servizio militare e che sembra, al momento, svolgere bene il suo ruolo in un conflitto che ha cambiato le regole del conflitto terrestre. E per quanto riguarda la sanità, per quale motivo dovrebbe essere chiaro che un professionista che sa tutto di malattie respiratorie o di chirurgia della mano abbia le capacità di dirigere un ministero? E per quanto riguarda il ministero del turismo?  Un turista forse? O è meglio Daniela Santanchè o Flavio Briatore?

D’altra parte, anche riuscire a dire esattamente che cosa sia il popolo al quale appartiene la sovranità, che una volta era del re e dell’aristocrazia e oggi dei dittatori e degli autocrati, non è impresa precisamente semplice. Il popolo esiste sempre, anche quando non esercita la sovranità, ammesso sia lui a esercitarla? Oppure esiste solo in determinate circostanze? Quali sono queste circostanze? Le votazioni periodiche in una democrazia liberale? Ma quelli che non votano e rinunciano a esercitare quindi la sovranità fanno ancora parte del popolo? Si può fare parte solo temporaneamente del popolo oppure è una condizione permanente? Sembrerebbe che si debba dare una risposta negativa: non sempre si è parte del popolo, almeno di quello che esercita la sovranità. Allora sono parte del popolo solo quanti hanno il diritto di voto, ossia di esercizio individuale della sovranità. Ma nell’art. 1 della costituzione non si parla di esercizio individuale della sovranità, bensì si utilizza un nome collettivo, il popolo, appunto.

Chi è “dalla parte del popolo” fa parte del popolo? Jean-Paul Marat, il rivoluzionario francese di origine sardo-svizzera fondò il suo celebre giornale L’Ami du peuple per difendere i diritti del popolo dai nemici della rivoluzione. Quindi i controrivoluzionari non erano il popolo. Il popolo allora ha delle virtù positive, è progressivo, rivolto a edificare il regno della virtù nel futuro? Ma allora come si spiega l’appoggio di cui godono regimi reazionari, dittatoriali, autocratici fondati sul culto della tradizione, ossia di un passato mai avvenuto?

Jean-Paul Sartre nel monumentale Critica della ragione dialettica, un brillante, ma talvolta farraginoso, tentativo di riforma del pensiero marxista identifica la parte progressiva e rivoluzionaria della società, quella dedita, secondo lui, alla costruzione dei fasti della libertà dal bisogno, con il “gruppo in fusione”, ossia con il gruppo che ha un’unione profonda sulla base di un ideale profondamente interiorizzato. Un’unione fusionale come accade nell’orgasmo tra due persone che si amano. Il fatto è che questa unione fusionale dura quello che dura, ossia poco e la spontaneità, ammesso esista in questo caso, viene sostituita dall’organizzazione e dalla burocrazia. Insomma: per Sartre il popolo, la classe rivoluzionaria, che è la sua versione del popolo di Marat, è prodotta da un sentimento, che si esprime nella fusione. E chi non vuole essere parte del gruppo in fusione, chi non si sente pronto, chi vuole stare per contro proprio? Facile immaginare che fine possa fare.

Il popolo indeterminato è l’incunabolo del totalitarismo e della follia politica. La cura è affiancare, ma sarebbe meglio sostituire, all’esaltazione del popolo, alla febbre dell’ami du peuple, all’orgasmo del gruppo in fusione una solida burocrazia di pesi, contrappesi, leggi, regolamenti. È il katéchon, ossia ciò che trattiene, ciò che frena della Seconda Lettera ai Tessalonicesi di San Paolo. È ciò che impedisce al male di manifestarsi pienamente, spesso sotto le sembianze del bene.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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