TRE TEOREMI PER IL POTERE AL POPOLO?

PIER MARRONE

Il 19 novembre 1863 il presidente degli Stati Uniti d’America Abraham Lincoln pronunciò un discorso a Gettysburg per inaugurare il cimitero dove erano sepolti i soldati caduti combattendo in quella che è considerata la battaglia più sanguinosa della guerra civile americana. In quel discorso pronunciato da un Lincoln febbricitante, forse affetto da una forma lieve di vaiolo, è contenuta una definizione divenuta celebre della democrazia. La democrazia quella forma di governo dove il potere è l’espressione del “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”. Insomma: sembrerebbe che il popolo si autogoverni, dal momento sorge dal popolo ed è esercitato dal popolo medesimo. Ma chi è questo popolo? Su questa questione, come è noto gli unionisti e i confederati avevano idee piuttosto distanti, dal momento che proprio sull’idea di chi potesse in futuro fare parte del popolo esisteva un disaccordo e si provocò una frattura che si trascina da molto più di un secolo. Noi siamo portati a credere che Lincoln la pensa come noi, ossia che le sue parole interpretano il senso, indubbiamente ideale, di che cosa significhi un regime democratico. Un senso ideale, certo, che mal si adatta ai regimi liberal-democratici nei quali abbiamo la straordinaria fortuna di vivere, ma che rappresenta il limite asintotico da perseguire. Gli ideali, del resto, servono proprio a questo: sono dei modelli, ma devono essere dei modelli che ispirano azioni che gli agenti politici devono essere almeno in grado di compiere. In che modo? Attraverso le leggi, attraverso i processi di deliberazione informata che dovrebbero precedere la formulazione dei dispositivi legislativi, ad esempio. Nell’idea di “governo del popolo, dal popolo, per il popolo” c’è quindi un giudizio positivo, come è evidente. Si tratta, però, di capire se questo non sia più che altro un pregiudizio. In fin dei conti, la ragione per preferire un sistema politico a un altro dovrebbe risiedere nella sua capacità di prendere delle decisioni giuste in accordo con valori condivisi e inscritti nelle carte costituzionali. La democrazia è questo sistema? Recentemente, numerosi argomenti contro la democrazia sono stati sviluppati dalla cosiddetta critica epistocratica di Jason Brennan in un volume che si intitola, ovviamente, Contro la democrazia. È una critica diretta alle deficienze cognitive dei risultati democratici e degli argomenti che si avanzano per difendere la democrazia. Per Brennan le evidenze empiriche e le ricerche scientifiche conducono verso un risultano inequivocabile: la maggior parte dei cittadini che votano in una democrazia sono “hobbits” o “hooligans”. Gli hobbit sono cittadini sostanzialmente disinformati, ma anche incapaci di fornirsi di un’opinione informata sulle questioni presenti nell’agenda politica dei diversi partiti. Gli hooligans sono, invece, cittadini che votano in base a generici rancori antisistema. Sono quelli che alimentano movimenti che in questo momento gli scienziati della politica raggruppano sotto l’etichetta di “populismi”. Brennan, che è un libertario, non ha simpatia per nessuno di questi due gruppi, ma ha una preferenza paradossale per gli hooligans che almeno conoscono qualcosa a differenza degli hobbit che non sanno nulla. La maggior parte dei cittadini che partecipano alle elezioni possiedono tre caratteristiche comuni: sono irrazionali, ignoranti, disinformati. L’insieme aggregato di queste preferenze disinformate non genera buone politiche.

Generalmente, gli elettori sui grandi temi si esprimono a favore di politiche per le quali non voterebbero, se fossero bene informati in maniera razionale. Si pensi alle riforme dei sistemi pensionistici, che hanno una tecnicalità notevolissima, ma il cui obiettivo è chiaro: mantenere il sistema previdenziale in equilibrio per permettere l’erogazione degli assegni anche a chi, in questo momento, non è in pensione. Per fare questo in società che invecchiano e fanno pochi figli è chiaro che è necessario aumentare l’età pensionistica. Nessun partito però ha nei suoi programmi elettorali un’esplicita indicazione in questo senso, perché gli farebbe perdere consensi. Ma un elettore informato dovrebbe precisamente votare a favore di chi sostiene riforme di questo genere, cosa che naturalmente non accade, perché gli elettori fanno convergere i loro voti su partiti che promettono o un mantenimento dell’attuale età di uscita dal lavoro o addirittura un abbassamento di questa età.

Che gli elettori siano disinformati, irrazionali, ignoranti è forse una conclusione eccessivamente pessimista, che sottovaluta le capacità cognitive sia della media degli individui sia le conoscenze informate che possono emergere dal dibattito pubblico. Potrebbe pur essere che mentre la maggior parte dell’elettorato sia privo delle competenze che dovrebbero condurlo a una selezione realmente informata dei candidati e delle politiche, una minoranza consistente che si affida con convinzione alle procedure democratiche mostri invece comportamenti informati e adeguatamente competenti. Questa minoranza potrebbe avere effetti sull’intero sistema decisionale. Talvolta, in effetti, è un intero sistema a poter essere competente, ricorda Brennan, anche se la maggior parte degli attori sociali che prendono parte alle interazioni di questo sistema invece non lo sono. L’esempio più aderente a questa idea di saggezza collettiva come proprietà emergente di un sistema è rappresentato dal sistema dei prezzi in un mercato competitivo. I prezzi coordinano in maniera automaticamente efficiente i comportamenti degli agenti, anche se la maggior parte degli agenti non ha affatto idea di come si raggiunga un equilibrio dei prezzi. Ci potrebbe essere un’analogia sostanziale tra il funzionamento di un mercato competitivo e un sistema politico democratico con selezione periodica dei governanti. Attori che sono singolarmente largamente incompetenti nelle loro ripetute interazioni produrrebbero in questi sistemi un risultato efficiente. Potrebbe quindi essere che forme specifiche di decisione democratica, che prevedano ad esempio vaste campagne di informazione preventiva e ampi dibattiti nel corpo elettorale, producano decisioni che siano migliori di qualsiasi forma alternativa.

Brennan nota che questa conclusione di solito è supportata dai sostenitori della democrazia in forza di tre teoremi.

  1. Il primo è il cosiddetto Miracle of Aggregation Theorem chiamato anche Theorem of the Wisdom of the Crowd. Questo teorema afferma che in una votazione in cui parteci un numero di persone sufficientemente ampio, gli errori dei singoli votanti tendono ad elidersi reciprocamente, facendo emergere la risposta giusta.
  2. Il secondo è il teorema della giuria di Condorcet, che stabilisce che dovendo scegliere esiti dicotomici, se i decisori sono egualmente competenti, ovvero se la loro probabilità di prendere una decisione corretta è superiore a 0,5, allora le decisioni collettive prese a maggioranza si avvicinano sempre di più a una probabilità di 1, se o le competenze dei decisori aumentano o aumenta il loro numero.
  3. Il terzo, il teorema di Hong-Page noto anche come Diversity Trumps Ability Theorem è una dimostrazione formale che in una votazione dove siano presenti differenti gruppi, omogenei al loro interno per una qualche condizione, il processo di decisione collettiva produce esiti migliori di un processo che si affidi invece all’abilità cognitiva individuale.

Hong e Page erano stati interessati all’emergenza dell’intelligenza collettiva, come talvolta viene chiamata, in particolare dalle politiche di affirmative action messe in atto da alcune università americane. Il risultato della loro dimostrazione non è solo che la diversità è migliore dell’omogeneità, ma anche che le decisioni giuste sono più frequenti in contesti dove sono presenti gruppi diversificati. Questi potrebbero essere identificati con i diversi gruppi che chiamiamo partiti, che veicolano ideali e interessi diversi in un processo deliberativo democratico.

Tutti questi tre teoremi sono ritenuti dei supporti a favore di una concezione epistemica della democrazia, ma per Brennan la loro interpretazione potrebbe mostrare molto diversa. In realtà, c’è una sorta di peccato di origine in tutti questi tre argomenti, ed è quello di essere delle difese della dimensione epistemica della democrazia fatte in artificiose condizioni a priori. Tutte e tre queste dimostrazioni ci dicono che se a priori vengono soddisfatte alcune condizioni, allora a priori si otterrà un certo risultato. È una difesa piuttosto bizzarra per un sistema politico del quale si vorrebbe affermare la superiorità empirica se non addirittura la superiorità storica. Esistono, al contrario, numerose ricerche empiriche che mostrano che quando gli elettori hanno un livello di competenza inferiore alla competenza media degli esperti, gli errori che compiono tendono ad essere sistematici. È per Brennan un risultato fatale per chi difende la superiorità epistemica della democrazia, perché sembrerebbe mostrare che nella realtà non esiste nulla come un’intelligenza collettiva dei decisori. Inoltre, se un gruppo di decisori tende a prendere decisioni errate in maniera sistematica, è probabile che la distribuzione degli errori non sia casuale tra i decisori, ma sia anch’essa sistematica. Se questo è vero, allora non esiste nessun Miracle of Aggregation. Ancora: se i decisori fanno errori sistematici, questo sembra essere fatale anche per il teorema della giuria di Condorcet. Ma lo è anche per il teorema di Hong-Page, dal momento che la diversità cognitiva dei decisori potrebbe voler solo indicare che i decisori hanno dei modelli del mondo che sono errati in maniera diversa.

Tutti i tre teoremi condividono un’assunzione irrealistica, ossia che i decisori non siano sistematicamente in errore nelle loro scelte, mentre le evidenze empiriche sembrano suggerire precisamente il contrario. Quindi, se le condizioni empiriche vanno in una direzione decisamente contraria a quanto suggerito da un’interpretazione in termini di democrazia epistemica dei loro risultati, allora questi dovrebbero essere intesi come una critica delle procedure democratiche e non una loro difesa.

L’argomento che alcuni difensori degli argomenti a priori a favore della democrazia epistemica hanno utilizzato, ossia che i governanti dopo le elezioni tendono ad adottare decisioni politiche che o vanno in senso contrario a quanto manifestato dagli elettori o sono decisioni che mai sono state sottoposte al vaglio del corpo elettorale, segnalerebbe proprio quanto i critici della democrazia sostengono, ossia che sistematicamente gli elettori sbagliano a fare le scelte corrette. Si dovrebbe piuttosto spiegare come una dimostrazione a priori può confutare un’evidenza empirica oppure opporre a un’evidenza empirica un’evidenza empirica migliore. Ma molti sostenitori della democrazia epistemica ritengono invece che la regola della maggioranza in determinate condizioni vincolate produca un esito migliore rispetto a qualsiasi procedura che democratica non sia. Tuttavia, è realistico pensare che la procedura democratica sia in linea di principio migliore di qualsiasi altra procedura di decisione politica? Avere questa credenza, non significa solo ritenerla persuasiva in un contesto di difesa della democrazia epistemica, ma essere immotivatamente ottimisti sull’interpretazione dei risultati dei teoremi.

Prendiamo ad esempio l’idea che sostiene che la diversità cognitiva dei decisori costituisce un valore epistemico. Questa diversità deve probabilmente riguardare un insieme di fattori che vanno da una differenza nella rappresentazione dei problemi, a una differenza nella divisione dei problemi all’interno di insiemi diversi, a una differenza nel modo di generare diverse soluzioni a problemi simili o identici, a una differenza nell’individuazione dei nessi causali. Questi sono elementi presenti in tutti e tre i teoremi, ma sono particolarmente enfatizzati, così mi sembra, da quello di Hong-Page, il quale afferma che aumentare la diversità cognitiva aumenta il potere predittivo di ogni sottoinsieme di decisori sufficientemente uniforme sotto qualche aspetto. Il fatto è che Page stesso ha rilevato una cosa ovvia, ossia che gli elettori possono prendere decisioni che non sono affatto sagge o corrette, magari perché influenzati da pregiudizi sistematici. Ci sono poi anche altri fattori ai quali dovremmo essere sensibili, ad esempio la tendenza di gruppi numerosi a seguire capi carismatici. Se gruppi sufficientemente vasti seguono capi carismatici che hanno programmi politici vaghi e imprecisi, anche le opinioni di questi gruppi saranno vaghe e imprecise. È necessario che ci chiediamo se nella pratica reale gli elettori sono influenzati dal carisma personale di leader particolarmente influenti o non sono piuttosto razionalmente impegnati nella ricerca della verità? La diversità dei gruppi di cui parla il teorema di Hong-Page è una cosa positiva se questi gruppi già possiedono abilità cognitive. Magari non è necessario siano degli esperti qualificati per ognuna delle decisioni da prendere per decidere razionalmente quale partito votare in base alla congruenza dei propri obiettivi e ideali con un particolare programma politico, ma i decisori devono essere sufficientemente e generalmente sofisticati. La conclusione che ne trae Brennan è che non è tanto la diversità cognitiva a generare soluzioni corrette, ma la competizione tra modelli causali e predittivi sofisticati. Quindi, sarebbe coerente con il teorema di Hong-Page sostenere delle limitazioni al diritto di voto e non interpretarlo assieme agli altri due come un sostegno alle capacità epistemiche della democrazia a suffragio universale. Questi teoremi potrebbero indicare una cosa ben differente, ossia che è bene avere un’epistocrazia che si avvalga di un numero sufficiente alto di gruppi diversi tra di loro o di decisori indipendenti tra di loro (Condorcet).

Le ragioni per pensare che la democrazia non sia uno strumento epistemico superiore a ogni altro sistema epistocratico stanno nei fatti, ma potrebbero anche stare in una differente interpretazione dei risultati formali dei teoremi. Nell’uno e nell’altro caso rimane inevasa la domanda: perché preferire la democrazia?  Klemens von Metternich sosteneva che “Gli abusi del potere generano le rivoluzioni; le rivoluzioni sono peggiori di qualsiasi abuso. La prima frase va detta ai sovrani, la seconda ai popoli.” Potrebbero essere dei buoni motivi entrambi. Forse perché è il sistema che meglio, per quanto sempre imperfettamente protegge dagli abusi del potere e dai disastri sistemici che possono derivarne. Forse perché è un sistema così imperfetto da favorire i compromessi e i compromessi diminuiscono il rischio di conflitti violenti; forse perché il sistema di divisione dei poteri e l’esistenza di un quarto potere nell’informazione riduce gli abusi che il potere, per sua stessa natura è portato a perpetrare; forse perché le democrazie non si fanno guerra tra di loro, almeno fino a quando Trump non penserà di prendere la Groenlandia con la forza militare, ammesso ci sia poi una cerchia sufficientemente estesa che glielo consenta, poiché anche lui è soggetto a controllo e non può fare sempre quello che gli passa per la testa la mattina in cui si è svegliato male e, magari, ha litigato con Melania. Forse per altre ragioni ancora, ma già queste mi sembrano ragioni sufficienti.

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