DEMOCRAZIA È POTERE AL POPOLO? SULLA VISIONE (PROBABOLMENTE) IMPOPOLARE DI UN GIURISTA TEDESCO

FERDINANDO MENGA

I

Che il potere appartenga al popolo e venga esercitato dal popolo costituisce l’assunto di fondo di ogni pensiero espressamente democratico, nonché l’unità di misura per valutare lo stato di salute stesso di tutte le compagini che si riconoscono esplicitamente in tale regime. La domanda che, di conseguenza, è necessario porsi sin da subito in tale contesto – e che è bene articolare con qualche approfondimento filosofico – è la seguente: in che modo, democraticamente, il popolo si costituisce col, accede al, ed esercita il, proprio potere? Su questa serie di questioni intimamente connesse sembra che la risposta prevalente sia quella restituita dall’opzione tradizionalmente dominante della democrazia diretta. Visione secondo la quale, in effetti, il popolo – al netto di tutti gli impedimenti tecnico-procedurali e le difficoltà empiriche d’esercizio di governo – è connotato in modo tale per cui si esprime tanto più autenticamente e pienamente attraverso il proprio potere, quanto più a questo potere accede in modo integrale, trasparente e immediato.

Non è mia intenzione incedere qui con ulteriori commenti su quanto questo paradigma dell’autenticità democratica abbia fatto da filo conduttore a numerosi discorsi istituzionali lungo l’intera storia del pensiero politico (partendo dal modello ateniese classico fino a giungere alle varie riprese moderne e contemporanee di stampo rivoluzionario). Mi interessa piuttosto intrattenermi con le voci dissonanti rispetto a un tale quadro. Sì, perché, come spesso accade, è mediante un esercizio ermeneutico che procede per differenza e contrasto che si riescono a inquadrare al meglio i fenomeni sottoposti ad analisi.

In particolar modo, tra le prospettive discordanti, mi sembra interessante chiamare all’appello quella di un importante giurista tedesco scomparso quasi un decennio fa: Ernst-Wolfgang Böckenförde. Certamente, la celebrità di questo maestro del costituzionalismo contemporaneo è legata soprattutto a una sua importante formula (che ne porta notoriamente il nome: «Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire») e che riguarda il rapporto problematico e mai risolto tra le pretese di stampo secolarizzato dello stato liberale, da un lato, e l’elemento religioso che continua a incidervi, dall’altro. Non è, però, a questa questione che voglio qui rivolgermi. Mi intratterrò, invece, con la meno conosciuta – ma non per questo meno feconda – teoria della democrazia di questo autore.  

I lineamenti essenziali di una tale teoria, scanditi e disseminati in diversi scritti – molti dei quali purtroppo non ancora tradotti in italiano –, sono particolarmente degni di nota poiché, a mio avviso, condensano una visione che non si limita unicamente a mitigare la versione immediatista della democrazia tramite una prospettiva politica che tende a difendere l’importanza dell’elemento contrapposto: vale a dire, quello mediato della rappresentanza. A ben vedere, Böckenförde compie, invece, un passo ulteriore e più radicale: mostra, in effetti, quanto la mediazione costituisca, invero, il tratto strutturale stesso di ogni possibile articolazione democratica. Per di più, attraverso il suo intento decostruttivo, arriva al punto di esibire altresì come un tale tratto, lungi dall’eclissarsi nelle espressioni democratiche immediate, costituisce di queste l’intimo – per quanto spesso opacizzato – presupposto. Risultato di fondo di una tale prospettiva d’insieme di Böckenförde è che, dunque, non il presunto governo democratico diretto rivelerebbe lo standard di massima democraticità, con la conseguenza che la deviazione rappresentativa sarebbe motivata solo da mere esigenze pratico-empiriche. Piuttosto, il dispositivo della rappresentanza attraversa il tessuto della democrazia da parte a parte.

Come è facile intuire, in un momento epocale come quello attuale, in cui l’inclinazione democratica immediatista sembra spadroneggiare in varie forme, una visione come quella di Böckenförde si profila come opzione alquanto impopolare. Ma, proprio per questo, non da marginalizzare, quanto piuttosto da tematizzare esattamente nel contrappeso teorico che veicola. Contrappeso, questo, che culmina, in ultima analisi, nel vedere la realizzazione o il ripristino di un “più di democraticità” non – come nel modello contrapposto – nell’esercizio di un governo diretto, ma in un approfondimento radicale del dispositivo della mediazione politica.

II

Ripercorriamo, dunque, alla luce di questi elementi raccolti, i tratti fondamentali del discorso di questo importante giurista tedesco.

Va da sé, anzitutto, che Böckeförde, sulla base di quanto appena evidenziato, si opponga in modo deciso all’idea tradizionale predominante, secondo cui la democrazia diretta costituirebbe il modello ideale e quella mediata una forma imperfetta o degradata: per la precisione, una sorta di male necessario o concessione tecnica dovuta al fatto che il governo diretto, per quanto auspicabile, risulterebbe, però, fattualmente irrealizzabile a causa delle estese dimensioni territoriali e dell’elevato numero dei cittadini tipici degli stati moderni.

La riflessione di Böckenförde si concentra, in effetti, sulla critica all’illusione dell’immediatezza democratica. La tradizione politica occidentale ha spesso identificato la democrazia autentica con l’identità tra governanti e governati. Tale impostazione affonda le sue radici nell’Atene classica, viene rilanciata da Rousseau con il principio dell’inalienabilità della sovranità popolare e riappare nelle esperienze rivoluzionarie moderne, come quella, ad esempio, delle township americane e della Comune di Parigi. In tutte queste declinazioni il popolo appare come un soggetto unitario capace di esprimere direttamente una volontà immediata. Da qui deriva la convinzione che ogni elemento rappresentativo introduca una distanza tra popolo e potere, riducendo il grado di democraticità del sistema politico.

Böckenförde smonta risolutamente questa impostazione. Mostra che si fonda su un vero e proprio errore teorico. Il popolo, infatti, non possiede nulla che possa assomigliare a un qualcosa come una volontà già data, compatta e immediatamente disponibile. La volontà popolare non esiste come un che di precostituito e tale da dover essere soltanto espresso: è invece diffusa, indeterminata e priva di forma. Proprio per questo necessita di un processo di rappresentazione produttrice. La mediazione politica non si limita allora a riflettere una volontà preesistente, ma contribuisce a costituirla. È attraverso il confronto politico, l’elaborazione pubblica dei problemi, l’azione dei partiti, dei movimenti e delle istituzioni rappresentative che il popolo acquisisce consapevolezza di sé e della propria volontà collettiva.

La mediazione rappresentativa assume, di conseguenza, un carattere creativo e responsivo. È creativa perché rende visibili esigenze, domande e orientamenti che altrimenti resterebbero dispersi nella società. Il popolo non parla spontaneamente con una voce unica e unitaria: è la mediazione politica stessa che porta al linguaggio le istanze collettive, organizzandole in programmi, decisioni e orientamenti condivisi. Allo stesso tempo, però, questa mediazione non è semplicemente arbitraria – e di qui emerge il tratto responsivo. Elemento responsivo costituito, nello specifico, dal fatto che la prestazione rappresentativa, lungi dal produrre quel che sia in modo semplicemente rapsodico, è piuttosto strutturalmente ancorata a un’aspirazione prospettica d’adeguamento alle aspettative e al riconoscimento circolanti nella base popolare. La rappresentanza è dunque responsiva nel senso che nasce dal basso, raccoglie anticipatamente bisogni e richieste sociali, restando costantemente sottoposta al giudizio prospettico ed effettivo dei cittadini.

Da questa impostazione deriva un tratto critico-decostruttivo decisivo nell’impostazione di Böckenförde: mostrare come anche gli strumenti che sembrano incarnare la democrazia diretta contengono, al contrario, elementi già sempre rappresentativi. Esempio principe per Böckenförde, in tal senso, è l’istituto del referendum. Apparentemente esso realizza, infatti, l’espressione immediata della volontà popolare; in realtà, invece, il popolo si limita a rispondere a una domanda formulata da altri; domanda, per l’appunto, prodotta attraverso una prestazione rappresentativa. La questione decisiva diventa allora chi decide il quesito, in quale momento, con quale formulazione e per quali finalità. Anche nel referendum interviene, in tal senso, una mediazione che orienta il processo democratico.

Lo stesso vale per l’iniziativa popolare. Anche qui – ci avverte Böckenförde – non è il popolo nella sua totalità ad agire spontaneamente e direttamente, ma sono gruppi, associazioni o individui che sollecitano, promuovono e organizzano l’iniziativa. Dietro ogni mobilitazione popolare esiste, perciò, sempre un’attività di direzione e organizzazione che rende possibile l’azione collettiva stessa. La democrazia diretta, in tale prospettiva, non elimina la rappresentanza: semplicemente la nasconde – questa è la conclusione di Böckenförde.

L’autore amplia poi il suo ragionamento analizzando la struttura concreta delle società moderne. Ogni collettività politica è caratterizzata da pluralità, differenze interne e frammentazione. Non esiste un “noi” compatto e omogeneo capace di autodeterminarsi immediatamente. Perché una comunità possa agire come unità politica occorre, dunque, un processo di coordinamento e organizzazione. Servono soggetti che assumano iniziative, raccolgano consensi, orientino il dibattito e trasformino le molteplici istanze sociali in decisioni collettive. In assenza di tali organi direttivi, la volontà del popolo resterebbe dispersa e inefficace.

La rappresentanza appare, pertanto, alla luce di tutto questo, in ultima analisi, come condizione costitutiva dell’azione politica democratica. Non è un’aggiunta esterna, ma ciò che consente alla pluralità sociale medesima di diventare unità politica. Gli organi rappresentativi non si limitano a eseguire decisioni già prese dal popolo: essi contribuiscono a creare quella stessa unità d’azione senza la quale il popolo non potrebbe esercitare alcun potere effettivo.

III

È sulla base di questa presa di posizione complessiva che Böckenförde matura pertanto un perentorio rifiuto dell’idea che la democrazia rappresentativa sia una forma politica inferiore tale da dover essere ricusata o, quanto meno mitigata, orientandola al modello immediatista. Posta in gioco autenticamente democratica per l’istituzione moderna è, invece, sempre secondo Böckenförde, quella di cercare di rendere la mediazione politica stessa autenticamente democratica, configurando così istituzioni capaci di mantenere un legame costante tra rappresentanti e popolo.

A questo scopo il giurista tedesco individua alcune condizioni fondamentali. La prima è la legittimazione democratica degli organi rappresentativi. I rappresentanti devono essere scelti dal popolo e devono poter essere revocati attraverso il processo elettorale. La democrazia si fonda dunque su una “catena di legittimazione” che collega continuamente il potere politico al popolo.

La seconda condizione riguarda l’autonomia dei rappresentanti rispetto al mandato imperativo. Un rappresentante non può limitarsi a eseguire meccanicamente le istruzioni dei propri elettori, perché in tal caso rappresenterebbe soltanto interessi particolari. Egli deve invece agire nell’interesse del popolo nel suo insieme. La rappresentanza democratica richiede quindi indipendenza decisionale, ma anche responsabilità politica.

La terza condizione è costituita dalla presenza di meccanismi di controllo democratico. Elezioni periodiche, libertà di stampa, diritto di associazione, pluralismo politico e libertà di opinione sono strumenti indispensabili affinché il popolo possa controllare costantemente l’operato dei rappresentanti. Senza questi strumenti la rappresentanza rischierebbe di trasformarsi in dominio oligarchico.

Fondamentale è poi il ruolo della Costituzione, che stabilisce i principi e i limiti entro cui il potere rappresentativo può esercitarsi. La rappresentanza democratica non è arbitrio della maggioranza, ma esercizio del potere entro un quadro giuridico condiviso che tutela libertà, diritti e pluralismo.

In questo contesto referendum e iniziativa popolare non vengono eliminati, ma reinterpretati. Essi non rappresentano la vera essenza della democrazia contrapposta alla rappresentanza, bensì strumenti integrativi e correttivi del sistema rappresentativo. Servono a rafforzare il controllo democratico sul potere politico, non a sostituirlo integralmente.

Böckenförde distingue inoltre tra rappresentanza formale e rappresentanza contenutistica. La rappresentanza formale riguarda il sistema giuridico attraverso cui gli organi politici vengono autorizzati dal popolo ad agire in suo nome. Questa garantisce stabilità istituzionale e continuità dello Stato. Tuttavia, la sola rappresentanza formale non basta a realizzare una vera democrazia. È necessaria anche una rappresentanza contenutistica, cioè la capacità concreta delle istituzioni di interpretare e realizzare le esigenze reali della collettività.

Questa dimensione contenutistica non può essere garantita una volta per tutte, poiché dipende da un processo continuo di riconoscimento reciproco tra base popolare e rappresentanti. I cittadini devono potersi riconoscere nelle decisioni politiche, pur nella pluralità delle opinioni e degli interessi. La rappresentanza democratica è quindi un processo dinamico e storico, mai definitivamente compiuto.

Per evitare che la rappresentanza degeneri in puro formalismo, Böckenförde insiste sul concetto di responsabilità pubblica. I rappresentanti devono concepire il proprio ruolo come un ufficio orientato al bene comune e non come semplice strumento di interessi privati. L’azione politica democratica richiede perciò senso del dovere, responsabilità verso la collettività e capacità di mantenere vivo il rapporto fiduciario con il popolo.

Allo stesso tempo, però, il popolo non può essere ridotto a una massa passiva che si limita ad approvare o respingere decisioni prese dall’alto. La democrazia vive soltanto se esiste uno spazio pubblico attivo, attraversato dal confronto politico, dalla partecipazione e dal pluralismo sociale. La rappresentanza democratica nasce infatti dall’interazione continua tra iniziativa politica dall’alto e riconoscimento dal basso. Dinamica del riconoscimento dal basso che, però, si badi bene, non riesuma, a suo modo e surrettiziamente, una pulsione immediatista, ma, piuttosto, rinvia anch’esso al percorso formativo e dinamico della mediazione sociale.

IV

In conclusione, la riflessione di Böckenförde conduce a una ridefinizione profonda dell’idea di democrazia come potere del popolo. Il popolo non esercita il proprio potere eliminando ogni mediazione, ma costruendo istituzioni rappresentative capaci di trasformare la pluralità sociale in volontà politica condivisa. La democrazia non coincide dunque con l’immediatezza, bensì con un processo storico e istituzionale in cui il popolo autorizza, controlla, giudica e rinnova continuamente i propri rappresentanti.

La vera sfida democratica non consiste allora nel sostituire la rappresentanza con una presunta purezza della democrazia diretta – opzione, quest’ultima, che può giungere fino a strizzare l’occhio a forme fusionali in cui i contorni tra un leaderismo di destra e un populismo di sinistra tendono a confondersi –, ma nel rendere la rappresentanza maggiormente responsabilizzata, partecipata e aperta al riconoscimento collettivo. Solo in questo modo – così sembra suggerirci ancora Böckenförde – il potere può realmente appartenere al popolo ed essere esercitato in suo nome, evitando tanto l’illusione dell’immediatezza quanto il rischio opposto di un potere separato dalla società.

Il banco di prova delle arene politiche contemporanee – contaminate, come sono, da dispositivi di mediazione sempre più opachi, frammentati e inflazionati a causa della proliferazione e intensificazione tecnologica – certamente rende una tale prospettiva della rappresentanza di difficile realizzazione. Tuttavia, a fronte di questa difficoltà di magnitudine inedita, non è certamente la fuga in soluzioni politiche fusionali la risposta. Piuttosto – ci raccomanderebbe Böckenförde –, la risposta è semmai quella di una concentrazione ancora più convinta circa la valenza etica stessa della rappresentanza, ovvero l’adesione all’atto di responsabilità radicale a questa connessa.   

DIRITTO ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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