DEMOCRATIZZARE IL POTERE O DESTATIZZARE IL POPOLO?

CARLO LOTTIERI

La formula “potere al popolo” può evocare almeno due cose assai diverse: un problema serio, e perfino cruciale, e una risposta solo apparentemente logica e lineare, che però conduce a esiti contestabili. L’espressione richiama l’attenzione su un oggetto in larga misura passivo, la società, nelle mani di uno o più uomini. Con l’imporsi della sovranità statuale, in effetti, dobbiamo fare i conti con un ordine istituzionale in cui pochi (i governanti) decidono dell’esistenza di tutti gli altri (i governati).

In sostanza, il termine popolo accende i riflettori sui subordinati e quindi sugli ultimi. Nel linguaggio corrente, una tariffa “popolare” è poco costosa e alla portata di ognuno: anche di chi non ha grandi mezzi. Soprattutto, però, il popolo è l’oggetto delle attenzioni di chi governa e amministra le istituzioni: è il destinatario di comandi, imposizioni, divieti e via dicendo.

Chi scende nelle piazze per rivendicare più potere al popolo lo fa per ricordare quanto vi è di effettivamente scandaloso in una struttura piramidale che rende larga parte dell’umanità un qualcosa da gestire e orientare. La piramide statuale ha un minuscolo vertice, dove si trovano i pianificatori sociali, e una base quanto mai larga, che include un gran numero di individui e comunità.

Di conseguenza, se oggi le istituzioni sono, e in qualche devono essere democratiche (perché nel nostro tempo un regime non democratico è considerato incivile e disumano) è proprio perché uno dei miti contemporanei è l’idea che un potere collettivizzato non sarebbe più potere. Questa è la risposta assai poco convincente, dato che chi ha pensato che per superare il dominio lo si dovesse “popolarizzare” è risultato vittima di un abbaglio.

Sappiamo assai bene che le democrazie del passato, da Atene a Venezia, erano oligarchiche. In quelle comunità nessuno riteneva che gli uomini fossero uguali; semmai si pensava che un certo tipo di eguaglianza fosse attribuibile a quanti facevano parte di una ben definita aristocrazia. Non a caso, come Bernard Manin ha evidenziato in pagine giustamente divenute celebri, entro quelle democrazie le scelte non avvenivano in primo luogo grazie al voto, ma invece tramite il sorteggio.

Con la reinvenzione moderna della democrazia tutto cambia. È come se a Venezia non soltanto il Libro d’oro fosse stato arricchito con tutti i nomi della città e tendenzialmente del mondo intero, ma si fosse attribuita a questa collettività indefinita la capacità di agire, intendere e volere, insieme a una dignità ontologica in grado di trascendere le esistenze meramente individuali.

Le istituzioni che noi conosciamo si basano non soltanto sul principio “one man, one vote”, ma ancor più sull’idea che chi comanda interpreta i sentimenti, i valori e gli interessi di tutti; anzi, di quella collettività che non va confusa con i singoli che ne fanno parte. Per questa ragione, il governante deve nutrire un forte “senso dello Stato” e l’uomo della strada deve essere animato da un sincero “spirito civico”. Tutto ciò, però, apre la strada alla redistribuzione e di conseguenza al sacrificio di alcune libertà fondamentali dell’individuo.

Quando all’articolo 42 la Costituzione italiana afferma che la legge riconosce e garantisce la proprietà, ma determinandone “i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”, è chiaro come entro quella prospettiva la società nel suo insieme abbia ormai sovrastato le persone in carne e ossa. Nel momento in cui afferma che la proprietà assolve una funzione sociale, la costituzione non intende sostenere che questo istituto giuridico tutela l’individuo e permette una convivenza senza conflitti; al contrario, per i costituenti il singolo deve essere al servizio degli altri e soprattutto di chi parla in loro nome. In questo senso, il vero compimento della democrazia e del potere al popolo sono proprio quei regimi totalitari che si autorappresentavano usando la formula “democrazia popolare”.

Lo stesso fascino quasi irresistibile dei sistemi rappresentativi moderni – chi oggi oserebbe dirsi “non democratico”? – poggia sull’illusione che se a governare il popolo è il popolo stesso, alla fine si entra in un mondo nel quale la violenza del controllo, dell’amministrazione e del dominio è dissolta.

C’è però da chiedersi se la via d’uscita dalla catastrofe di alcuni uomini che ne governano altri si possa realmente individuare nella costruzione di un altro potere, che stavolta dovrebbe essere popolare. Senza dubbio la modernità europea è imprigionata entro ben precisi concetti, largamente connessi alle logiche della sovranità, e il risultato è che anche chi ritiene di poter superare tutto ciò lo fa riproponendo vecchio vino in otri solo apparentemente nuovi.

L’immaginazione sembra latitare, dato che un presente che dura da alcuni secoli, da quando lo Stato ha dissolto l’ordine medievale, pare non offrire alternative possibili né auspicabili.

La faute est à Rousseau. È in effetti il Ginevrino che, dinanzi a uomini ovunque in catene, ha teorizzato che la salvezza doveva venire da un potere condiviso, espressione del tutto e nemico delle parti, collettivizzato e sociale. Il risultato è stato un assetto politico ancor più accentrato e irresistibile, chiamato a interpretare la volontà generale e annientare ogni volontà particolare.

Nella reinvenzione moderna della democrazia fin dall’inizio fu chiara una cosa: che non interessavano per nulla l’opinione e le aspirazioni dei singoli, e che quindi quella volontà collettiva non poteva derivare dalle decisioni degli individui. Si trattava invece di ricostruire una comunità totalizzante (costruita attorno a una religione civile: su questo Rousseau è esplicito) entro un quadro dominato dalle logiche dello Stato e da un’umanità di eguali. Chi avesse ritenuto che quel percorso avrebbe svuotato la sovranità, allora, ha dovuto prendere atto che consegnare il potere al popolo ha moltiplicato l’oppressione.

Agli albori dell’età moderna i costruttori della sovranità lavoravano al servizio di pochi: il re e la sua cerchia. Come ha ben spiegato tra gli altri Charles Tilly, la sovranità nasce dalla guerra e per fare la guerra. Sono quindi i guerrieri, i bellatores, che s’appropriano della scena e naturalmente possono farlo entro limiti definiti. Fin dall’inizio la sovranità s’incammina verso l’assolutismo, ma può realizzare solo in parte il suo progetto.

Per giunta, come Benjamin Constant sottolinea in Conquista e usurpazione, il potere dei guerrieri sul resto della società nasce autoritario e obbliga soltanto a tacere. È in seguito, quando il destino del potere e quello del popolo iniziano a intrecciarsi, che si profila all’orizzonte una logica nuova, ancor più inquietante. Alla luce di taluni esiti della Rivoluzione francese, non a caso, Constant afferma come ormai il potere obbliga a parlare. La metafora è chiara: se il potere è condiviso ed è in ognuno di noi, se è popolare, chi comanda ha bisogno di penetrare nel nostro cuore e nella nostra mente. Il romanzo distopico di George Orwell mette in scena esattamente questo esito totalitario.

Sbagliava chi pensava che collettivizzando il potere lo si sarebbe “umanizzato”. In fondo, le teorizzazioni monarcomache cattoliche e protestanti, che dinanzi al tiranno legittimavano l’omicidio del sovrano, offrivano una via d’uscita di fronte a una politica infernale in grado di distruggere il senso stesso dell’esistenza. Ma come ci si può affrancare da un potere che pretende d’esprimere il meglio di noi, che ci interpella e ci fa complici, che tende a sovrapporre e ibridare il governato e il governante? Un potere che, almeno retoricamente, coincide con noi stessi?

La politicizzazione delle masse ha comportato vari esiti, tra cui il nazionalismo. Prima che esplodesse la Grande Guerra, che trascinerà milioni di persone in un inferno senza uguali, molti si erano illusi che la pace in Europa sarebbe potuta resistere in virtù del fatto che molti dei sovrani erano imparentati. Giorgio V e lo zar Nicola II erano cugini, dato che le madri erano sorelle; lo stesso re inglese era cugino dell’imperatore Guglielmo II, dato che la madre dell’imperatore tedesco (Victoria) era sorella di re Edoardo VII, padre di Giorgio. E via dicendo.

La catastrofe non fu certamente evitata da quei legami familiari perché gli individui regali e i loro corpi avevano ormai perso ogni centralità, lasciando il posto a comunità nazionali armate e nelle mani di decisori politici, dominati da ideologie e interessi. Non fu un conflitto che contrappose cugini e parenti, ma popoli unificati spesso in modo molto artificioso da talune fazioni culturali e dalle loro logiche.

Oltre al nazionalismo, l’incontro tra il potere sovrano e le entità collettive produsse potenti meccanismi d’indottrinamento. In fondo, a Luigi XIII poco importava quali fossero i valori, le convinzioni e i principi di un contadino provenzale oppure bretone. Due secoli dopo molto è cambiato, perché le istituzioni intrattengono un rapporto nuovo con gli ultimi e quindi essi devono essere adeguatamente istruiti e manipolati. Molto più che nelle fabbriche del fordismo, le masse nascono in quegli eserciti popolari che scalzano le milizie mercenarie e forgiano le nazioni moderne. La massificazione di Stato esige che ognuno sia soldato, contribuente ed elettore.

Se Rousseau e i suoi innumerevoli seguaci hanno fornito al potere la possibilità di adottare, tramite il popolo, un eccezionale strumento di legittimazione, questo non significa che il dominio abbia perso il proprio carattere variamente elitario, tecnocratico, cospirativo. Ed è per questo motivo che quanto viene solitamente presentato come “populista” non deve necessariamente essere rigettato.

Mentre c’è un populismo assai interpretato da chi invoca interventi pubblici e socializzazioni di ogni tipo (salvare imprese con i soldi dei contribuenti, regolare le nostre esistenze secondo logiche paternalistiche o moralistiche, e via dicendo), c’è anche un populismo che si sforza di portare all’attenzione delle élite tutta una serie di esigenze e interessi che i tecnocrati, che si vogliono interpreti della volontà generale, ignorano e disprezzano.

Nella contrapposizione, ad esempio, tra ecologismo ed economia (si pensi ai dibattiti sul green deal), i ceti popolari tendono a essere per la difesa del sistema produttivo, mentre le élite sposano la retorica ambientalista. Le numerose polemiche in tema di wokism collocano classi dirigenti e popolo su schieramenti ben distinti. I gruppi sociali più agiati e colti non necessariamente hanno ragione e gli altri torto.

In questo senso è interessante considerare la realtà di un sistema politico a democrazia semi-diretta quale è la Svizzera, dove – solo per fare un esempio – può succedere che i minareti siano proibiti. Nel 2009 furono i politici elvetici a decidere tutto questo? Assolutamente no: fu una votazione popolare. Non è qui importante chiedersi se nel merito si sia trattato di una decisione corretta oppure no. È però evidente che nell’universo dei comuni e dei cantoni svizzeri la volontà delle classi dirigenti deve costantemente fare i conti le sensibilità diffuse; e questo non è un male.

L’ordine politico della Confederazione, davvero assai peculiare, si basa su sistemi elettorali proporzionali da cui escono assemblee fortemente frammentate: con rappresentanti delle formazioni di destra, centro e sinistra. Ognuno dei partiti più votati ha i suoi rappresentanti al governo, che quindi – nella logica detta “direttoriale” – costringe politici ideologicamente molto distanti a lavorare assieme. In questo quadro, proprio grazie ai quattro appuntamenti annuali con le urne su questioni specifiche, l’opposizione non è interpretata da una parte dell’assemblea degli eletti, ma dal popolo stesso.

L’antidoto svizzero alla fusione tra Stato e popolo e ai suoi evidenti rischi, allora, consiste in questo interessante equilibrio: un governo costretto costantemente a mediare tra ispirazioni diverse (e quindi obbligato a tenere in considerazione le esigenze di tutti) e una popolazione che può costantemente sconfessare quanto i suoi rappresentanti hanno deciso.

Senza un disegno preciso e senza una vera consapevolezza, la Svizzera ha di fatto valorizzato “il popolo” contrapponendolo ai governanti. Quella elvetica è certamente una democrazia, ma il delicato equilibrio tra le decisioni degli eletti e quelle che escono dalle urne popolari fa sì che il potere risulti delimitato e confinato entro confini ben precisi.

Affrancare il popolo dal potere, allora, non deve portare a esaltare l’autorità politica consegnandola alla collettività. Al contrario, bisogna rivalorizzare la potenza individuale, nell’economia e nella cultura, accettando che vi possono essere persone di grande cultura e autorevolezza, da un lato, e soggetti con enormi risorse, dall’altro.

Ne discende che gli stessi soggetti che compongono il popolo devono rivendicare innanzi tutto un diritto: la possibilità di fare, intraprendere, speculare, accumulare, investire, scommettere e realizzare profitti senza che chi vi sia chi si ritiene legittimato a espropriare, imporre e impedire. Oltre a ciò, essi non devono trovare ostacoli dinanzi alla loro voglia di esprimersi, congetturare, contestare, studiare, sconfessare, accumulare (con strumenti legittimi) dati e informazioni sul mondo e sugli altri, sforzandosi comprendere al meglio la realtà.

ENDOXA - BIMESTRALE FILOSOFIA

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